Bolzano, on the road nei quartieri dove la Lega vola al 47% e il degrado appare più narrato che vissuto

Pubblicato il 1 Giugno 2019 in Alto Adige DOC

 

Il voto delle elezioni europee ha lasciato pochi dubbi su vincitori e vinti. Salvini, ancor più che la Lega, è risultato il vincitore assoluto. Ha ottenuto 9 milioni e 175mila voti, quasi 3,5 milioni di voti in più rispetto alle politiche del 2018. Sconfitta netta e inequivocabile, invece, per il partner di governo: il Movimento 5 Stelle che si è fermato al 17,1% dei voti perdendo 6 milioni di voti rispetto alle politiche. A caldo, il successo della Lega è stato letto con i soliti vecchi occhiali: la sinistra e i partiti progressisti hanno perso di vista la realtà, hanno perso voti nelle grandi periferie urbane degradate, in sintesi: “sono lontani dalla gente“.

Nei giorni successivi, però, in molti si sono accorti che il risultato mostrava elementi molto più interessanti: a Milano, Torino, Genova, Bologna e Firenze il primo partito è risultato il Pd. A Napoli, Bari e Palermo il Movimento 5 stelle.

I numeri in Europa

Dati che non mostrano un paese spaccato tra centro e periferie, ma tra grandi città e provincia. Da questo punto di vista, il dato è conforme al resto d’Europa: a Monaco di Baviera i Verdi sono risultati il primo partito con il 31,2%, la Cdu-Csu ha ottenuto il 26,9%, la destra dell’Afd si è fermata al 6. Le liste ecologiste sono risultate il primo partito anche a Berlino, Amsterdam ed Helsinki mentre a Vienna, Lisbona e Madrid hanno primeggiato i partiti socialdemocratici. Nella capitale austriaca, l’Spoe ha ottenuto il 30,5% contro il 21,15 dei popolari dell’Ovp (primo partito a livello nazionale) e il 19,9 dei Verdi. A Parigi il partito del presidente Macron ha ottenuto il 32,9%, i Verdi sono risultati il secondo partito con il 19,2% mentre il Rassemblement National di Marine Le Pen (primo a livello nazionale) si è fermato al 7,2%, il quinto partito della capitale francese. Risultati che sorprendono fino a un certo punto, ma che mi hanno spinto a tentare una verifica a livello locale. Riproporre in Alto Adige lo stesso confronto tra città e provincia è piuttosto complicato a causa della questione “etnica” e del conseguente potere che la Provincia ha anche sul Comune capoluogo.

Per altro i dati provinciali hanno evidenziato come una discreta fetta di elettori della destra tedesca, orfana degli abituali simboli, abbia votato Lega, ovvero il partito del “prima gli italiani” attualmente alleato dell’Svp in giunta provinciale. Non a caso facciamo parte del “mondo fantastico” celebrato da Heidi. Detto questo, è anche vero che i bolzanini di periferia dicono di “andare in città” quando si recano in centro, quindi, perché non provare a ragionare anche su Bolzano in chiave di città vs provincia?
Sembrava un gioco senza grosse prospettive e invece….

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I numeri di Bolzano

Come d’abitudine sono partito dai dati.
Per scegliere la sezione elettorale del centro mi affido a un metodo scientifico: scelgo la n.5, lo stesso numero che ho sul portachiavi. E’ quello della scuola elementare Goethe di piazza Madonna dove l’Svp ha ottenuto il 20,79%, i Verdi il 18,1 e la Lega il 17,3. I dati delle sezioni vicine non differiscono molto, quelli in periferia molto di più. Nella sezione 69 presso la scuola media Alfieri di via Parma, Salvini ha ottenuto il 42,2%, i Fratelli d’Italia il 4,55%, i Verdi il 3,64. Nella sezioni 73 della scuola Langer di Firmian, la Lega ha ottenuto il 44,65%, FdI l’8,88, Casa Pound il 2,96, i Verdi il 3,42 (Per comprendere ancora meglio il contesto, la Sinistra ha ottenuto un voto, non l’1% , un voto). La sezione in cui la Lega ha assolutamente trionfato è però la 67 presso la scuola elementare Don Bosco: ha ottenuto il 47,5%, mentre Casa Pound ha toccato il 4%, FdI il 3,3 e i Verdi il 3,99. Nella stessa sezione il Pd ha ottenuto il 13,4 e l’Svp il 9,3%. La Sinistra ha ottenuto 3 voti superata dal 4 ottenuti dal Partito Comunista.
Verificati i dati sono uscito e ho percorso le strade del centro nella prima giornata di sole da un mese a questa parte.

Sulla strada”

Entro in centro da via Bottai, la strada brulica di persone e lavori. Il nuovo market cinese sta per montare l’insegna, una imponente gru è appena stata collocata proprio a metà della via. All’incrocio con via Dr. Streiter, un suonatore di trombone ha costretto il giovane africano che abitualmente chiede l’elemosina a spostarsi verso il cinema. Procedo verso piazza Municipio e incrocio Paul Kollensperger impegnato in una tranquilla chiacchierata con un’elettrice, poi incontro Sidi, venditore ambulante senegalese che mi chiede se ho novità, se so di nuovi posti di lavoro a Bolzano, soprattutto in fabbrica. Purtroppo non ho buone notizie per lui, provo a consolarlo senza grosso successo e proseguo verso la stazione. Il giardino a fianco dell’Hotel Laurin è, come d’abitudine, pieno di ragazzi africani che parlano, bevono e/o ascoltano musica. Uno di loro con il volume della musica del cellulare a tutto volume si dirige verso la staccionata controllando di essere lontano da sguardi indiscreti. Provo a osservarlo per capire se vuole nascondere qualcosa, ma si limita a liberare la vescica. Visto il sole a picco, la piazza 100% cemento dedicata a Magnago è quasi completamente sgombra. Solo in un angolo all’ombra dorme un giovane africano. Dal Duomo mi saluta cordialmente una signora rom che incrocio un giorno sì e uno no, nel passaggio tra il Duomo e il teatro sembra essersi almeno provvisoriamente interrotta l’attività di spaccio, così rientro verso Piazza Walther dove panche e gradini sono pieni in ogni ordine di posti. Stanno allestendo tavoli e sedie per il Gourmet Festival e l’ingorgo pedonale è inevitabile. Giro per via della Mostra, dove un ragazzo africano mi chiede qualche spicciolo con molta poca convinzione, poi vado verso piazza Verdi per prendere il bus numero 6 per raggiungere le periferie dove la Lega ha trionfato. Nell’attesa, osservo i negozi che ho di fronte: una macelleria halal, un parrucchiere per uomo e un negozio di prodotti alimentari asiatici. A fianco, il Teatro Comunale e il Centro Trevi. Alle mie spalle, il giardino dei Cappuccini ospita una mostra di sculture.

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Nei quartieri dove la Lega ottiene il 47%

Arriva il bus, salgo, pochi minuti dopo scendo in via Sassari quasi all’incrocio con via Resia. Appena sul marciapiede mi sposto per far passare un signore con il deambulatore che viene salutato da un coetaneo con il bastone. La zona è discretamente frequentata, ma rispetto al centro, non si può non notare quanto l’età media dei passanti sia notevolmente aumentata. Mi dirigo verso le scuole Alfieri di via Parma, la sensazione è quella di attraversare un tranquillissimo quartiere residenziale. I giardini sono curatissimi, alle finestre non ci sono inferriate, i tavolini dei bar sono affollati e le chiacchiere, spesso a base di vino bianco, non sfiorano nemmeno lontanamente la politica. Argomenti principali: i soldi, il Giro d’Italia, le solite parentele fastidiose…
Nessuno mi ferma per chiedermi soldi o altro, solo davanti un supermercato vedo un ragazzo (non africano) che chiede l’elemosina, la prima cliente lo ignora, la seconda lo saluta, gli chiede come va e allunga una moneta. Questa è una zona che conosco abbastanza bene, in passato avevo intervistato un medico siriano che ha l’ambulatorio proprio in via Parma. Mi aveva avvisato di non farmi troppo impressionare dai discorsi della gente del quartiere: “Molte mie pazienti si lamentano della presenza degli immigrati, usando anche parole forti. Una in particolare lo ripeteva a ritornello ad ogni visita, fino a quando l’ho vista allungare delle monete al ragazzo davanti al supermarket. Quando le ho fatto notare la contraddizione mi ha risposto Beh non posso mica farlo morire di fame“.
Proseguo verso le scuole, le case sono pulitissime, quelle dell’Ina sembrano essere state dipinte il giorno prima. Per strada non incrocio più nessuno, solo abitazioni molto curate e gente in bici. Poco dopo arrivo davanti alla scuola, credo che sia l’unica in Italia priva di scritte sui muri. Non avrò cercato bene… Fotografata la scuola, raggiungo via Resia e poi mi dirigo verso Firmian. Anche qui le persone a piedi si contano sulle dita di una mano, incrocio un paio di signore immigrate con bambini poi arrivo a Firmian. Il quartiere è nuovo, chiuso su se stesso fornisce immediatamente l’idea di un quartiere dormitorio. Una sorta di Casanova “concentrato”. Tutto sembra girare attorno al centro commerciale, lo percorro da un angolo all’altro ma mi sembra di camminare dentro a un rendering. Di “degrado” manco l’ombra, sarà che mancano gli alberi.

Non resta che recarmi verso le scuole elementari Don Bosco, lì dove la Lega ha ottenuto il 47,5% dei voti. Prendo il bus e scendo in via Montecassino, proprio davanti a un centro per i ragazzi.
Vado verso via Sassari, vedo un altro centro giovanile, le botteghe di cultura e faccio due passi in un piccolo mercatino ospitato nella piazza di fronte alla chiesa di Santa Maria in Augia. Non si può dire che il quartiere non sia “presidiato” ma, effettivamente, è l’unico ad assomigliare a un classico quartiere periferico doc, quelli da immaginario collettivo. Gli intonaci delle case non sono perfetti, non mancano le scritte sui muri e i vari palazzi non si mostrano particolarmente accattivanti. Sono case popolari come se ne vedono a migliaia in tutta Italia, non particolarmente piacevoli ma senza tracce evidenti di “degrado” anche nell’accezione più ampia, quella che va per la maggiore in questi tempi. Unico disturbo alla (persino eccessiva) quiete pubblica, tre ragazzi che cercano fondi e firme per l’Unicef credendosi dei Fiorello alle prime armi.

L’atrofia dell’esperienza

In conclusione, tutto è apparso sin troppo tranquillo, so che nelle ore notturne le cose sembrano andare peggio, ma quando chiedo dettagli non si va più in là di qualche urlo per strada, di quelli che, chi abita in centro, è abituato a sentire tutte le sere a qualunque ora. In conclusione, la grande differenza tra centro e periferia bolzanina sembra riguardare soprattutto la vitalità. Quello che viene definito “degrado” è molto più evidente in centro, ma è coperto da tutto il resto: dal passaggio dei turisti, dalla folla che riempie le strade, dalla varietà dei negozi. In breve dalla normale vita di città. In periferia, invece, la vita sembra essere racchiusa tra le mura domestiche. Le strade sono piene di auto e vuote di pedoni e la vita sembra svolgersi altrove. Forse è proprio qui la grande differenza. In provincia, così come nelle periferie bolzanine appena percorse, la realtà appare “narrata” più che “vissuta”. Per dirlo con le parole di Antonio Scurati: “La crescita smisurata della realtà mediata è inversamente proporzionale a quella della realtà”. Fuori dai grandi centri urbani, pare verificarsi quel fenomeno che è chiamato “atrofia dell’esperienza”. Detto altrimenti, non succede mai nulla. Si potrebbe persino affermare che le città di provincia non sono affatto diventate insicure, ma che sono (o sono state) fin troppo sicure. Il mio viaggio nelle cronache degli anni settanta sembra confermarlo, ma di recente, su altri media, ho ricordato l’anniversario dell’uccisione del giornalista del Corriere Walter Tobagi ucciso dalle Brigate Rosse il 24 maggio 1980. Nel farlo ho consultato una cronologia che elencava gli attentati nei tre mesi successivi all’attentato a Tobagi: Un appuntato dei carabinieri ucciso da Prima Linea (il 3 giugno), il giudice Mario Amato ucciso dai Nar a Roma (23 giugno), la strage alla stazione di Bologna con la morte di 85 persone (2 agosto). Nello stesso periodo, in Spagna esplodevano tre bombe (due dell’Eta) e il Dc9 dell’Itavia in volo tra Bologna e Palermo precipitava al largo di Ustica.
Davvero oggi siamo così insicuri? Oppure, fortunatamente, non siamo più abituati a certe notizie e quindi basta molto meno per spaventarci? Per chiudere, un ultimo aspetto può risultare interessante. La formazione dell’opinione pubblica è notoriamente un cardine del sistema democratico, ma come si forma oggi e come si esprime questa “opinione”?

Da quasi vent’anni la televisione (non solo italiana) è dominata dai reality e dai talent show. Trasmissioni in cui da casa si assiste come guardoni alla vita altrui per poi esprimere un voto che stabilisce chi vince e chi perde. Allo stesso tempo, sui social siamo spinti a mostrare cosa ci piace e cosa non ci piace su argomenti di cui sappiamo pochissimo. Ci viene, quindi, continuamente chiesto di dire la nostra su cose su cui non abbiamo nessun effettivo potere e su vite che si svolgono altrove e che osserviamo solo tramite uno schermo. Nonostante questo, possiamo liberamente e comodamente esprimerci schiacciando un tasto o appoggiando un dito sullo smartphone. Non solo, il nostro voto risulta pubblicato e reso visibile a milioni di persone. Alla luce di tutto questo, davvero il voto dello scorso 26 maggio risulta così sorprendente?

Massimiliano Boschi

Quasi tutto quel che di importante e “speciale” accade in Alto Adige viene letto, spiegato e persino giustificato, con quanto avvenuto nel passato. Oggi come venti o trent’anni fa. Una “lettura” che può funzionare finché si discute di proporzionale etnica o di toponomastica, ma che oggi risulta fuorviante. E’ sufficiente camminare per le periferie del capoluogo o visitare Fortezza, Salorno o il Brennero per comprenderlo. Sarà fuori moda, ma per sostenere una tesi occorrono fatti, dati e circostanze. Per questo è nato AltoAdige.doc. Ecco la terza inchiesta, la prima riguardava l’ospedale di Bolzano, la seconda ci ha raccontato come leggere il passato a volte ci porti a capire meglio fenomeni (e loro pesi) attuali. La terza puntata è stato un viaggio… in Calabria, o meglio nell’enclave calabra (ma non solo) formata dai lavoratori del BBT. Operai che fanno un lavoro massacrante, lontani da casa. Perché costruire il futuro, ancor oggi, passa spesso attraverso sudore e sacrifici. La quarta, invece, è stato un viaggio nella toponomastica: probabilmente un falso problema, ecco perché. Ma il tunnel di base del Brennero, e il mondo che ci sta accanto, ha fatto molto parlare di sé. E noi ci siamo tornati per il quinto articolo. Mentre abbiamo cambiato argomento per l’ultimo nostro approfondimento: un’intervista alla procuratrice capo del Tribunale dei Minori di Bolzano. Per capire, o meglio cercare di farlo, le vere radici di fenomeni di violenza giovanile. Nella sesta puntata abbiamo raccontato la storia di K., e delle sue peripezie, per poi virare sul turismo (e la sua venerazione) e sul melting pot culturale di Fortezza, esempio altoatesino di dinamiche – sorpassate e inefficaci – di integrazione linguistica. Siamo passati poi a parlare di turismo e centri storici che diventano «nomadi», per virare – leggermente – poi sul Treno delle Dolomiti e l’importanza della sua realizzazione. Sempre in tema di trasporti ecco l’approfondimento su Flixbus e la sua prima partnership italiana, a Siusi. Abbiamo parlato poi di storie di razzismo quotidiano verso altoatesine con il velo e la pelle scura, per passare poi ad un focus sull’Europa, ancora comfort zone per l’Alto Adige. 

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