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Welcome in High Adige: ecco perché la toponomastica è un falso problema

Pubblicato il 9 marzo 2019 in Alto Adige DOC

cartelli  

Quasi tutto quel che di importante e “speciale” accade in Alto Adige viene letto, spiegato e persino giustificato, con quanto avvenuto nel passato. Oggi come venti o trent’anni fa. Una “lettura” che può funzionare finché si discute di proporzionale etnica o di toponomastica, ma che oggi risulta fuorviante. E’ sufficiente camminare per le periferie del capoluogo o visitare Fortezza, Salorno o il Brennero per comprenderlo. Sarà fuori moda, ma per sostenere una tesi occorrono fatti, dati e circostanze. Per questo è nato AltoAdige.doc. Ecco la terza inchiesta, la prima riguardava l’ospedale di Bolzano, la seconda ci ha raccontato come leggere il passato a volte ci porti a capire meglio fenomeni (e loro pesi) attuali. La terza puntata è stato un viaggio… in Calabria, o meglio nell’enclave calabra (ma non solo) formata dai lavoratori del BBT. Operai che fanno un lavoro massacrante, lontani da casa. Perché costruire il futuro, ancor oggi, passa spesso attraverso sudore e sacrifici.

Oggi si doveva ripartire dalle mani degli operai del tunnel del Brennero, ma non è stato possibile. Quelle mani sono impegnate a costruire, scavare e recuperare e non resta che riprovarci prossimamente. Mentre cercavo una meta sostitutiva consultando l’archivio digitale, ho ritrovato una foto scattata qualche anno fa in Valle Aurina, è quella che vedete qui sopra. Alla maggior parte dei lettori fuori provincia quella foto dirà poco o nulla, solo qui la toponomastica è una questione delicata di cui si discute da decenni, sotto Salorno molti dovrebbero aprire un dizionario per capire di cosa si stia parlando.

Per chi abita a Bolzano e dintorni, quei quattro cartelli con quattro indicazioni diverse sono, invece, un “classico”. Quindi, perché scriverne? Semplicemente perché tre scritte sono coperte dalla vernice nera e solo una è intonsa. E’ un’immagine per molti versi emblematica, ma che si può osservare con sguardi differenti. Molti si concentreranno sulla cancellazione delle scritte in lingua tedesca per sottolineare come le tensioni tra la comunità italiana e quella tedesca non siano ancora del tutto sopite, altri, come chi scrive, restano maggiormente colpiti dalla scritta rimasta: “Nordic Walking”, in lingua inglese. Per capire quale interpretazione rappresenti meglio la realtà altoatesina di oggi basta infilarsi le scarpe e camminare. Non serve nemmeno arrivare ai sentieri della Valle Aurina, sono sufficienti i cartelli e le insegne delle strade del capoluogo.

Come tutti sanno, ogni indicazione stradale in Alto Adige è rigorosamente bilingue, così come i nomi delle strade. Quella da cui parte la “passeggiata” è via Vintler/Vintelrgaße dall’incrocio con via dei Bottai/Bindergaßee e via Weggenstein/Weggensteinstraße, una sorta di centro popolare della gastronomia sudtirolese. A pochi passi dal Weisses Rössl (Cavallino bianco), da Batzen Häusl (Ca’ de Bezzi) e dalla pasticceria Klaus. Camminando in direzione Ponte Talvera, la prima vetrina che si incontra è quella di una palestra che ha chiuso qualche mese fa, si chiamava “Active Ladies” (Signore attive). Pochi metri dopo non si può non notare la scritta in cinese di un piccolo laboratorio di sartoria, segue un “Authorized Service Provider” di Apple, quindi il “Vintage Shop Paiper”. Il tutto in meno di cento metri.

A quanto pare, l’anonimo vergatore di cartelli della Valle Aurina non è l’unico a preferire una lingua straniera alle due autoctone. Decido di proseguire per verificare che non si tratti di caso eccezionale. Evito accuratamente via Museo e le tradizionali via dello shopping perché la presenza delle maggiori catene internazionali falserebbe la visione d’insieme. Proseguo lungo via del Vanga(Wangergasse) e noto una bella insegna in ferro battutto che evoca le sane tradizioni di un tempo. La scritta mi riporta nel 2019: “Arts and crafts”. Pochi passi più avanti incrocio le numerose indicazioni per lo studio odontoiatrico “Happy smile”, poi il negozio “Plastic’s”, l'”Hobbyland”, un “hair-styling” e la palestra “Traintosmile” Fitness & Nutrition web tv” (Sic!). Una palestra con quattro vetrine, tutte rigorosamente coperte da scritte in lingua inglese. Da “Food delivery” a “Eat to smile” fino a “Spinning” e “Sport Nutrition”.  Sbalordito, cerco negli angoli più nascosti, sulle colonne e sui pali ma non trovo nulla, non vi è traccia della minima protesta, non un “Prima l’italiano” e nemmeno un “Südtirol ist nicht Großbritannien”. 

Proseguo fino a Piazza Gries lungo Corso Libertà (già Corso Littorio), cammino guardando vetrine e insegne dalla “boutique Fashion”  fino al “Pit Stop”. Anche qui, proliferano insegne in inglese, francese e cinese (per gli appassionati del genere abbiamo creato apposita fotogallery). L’ultima verifica mi spinge a inoltrarmi nel cuore dell’italianità bolzanina: Viale Roma e Corso Italia. In effetti, bastano pochi metri per trovare l’orgoglio “tricolore”, la prima vetrina è quella di un negozio che vende calzature rigorosamente prodotte in Italia. La scritta che lo sottolinea e rivendica è ripetuta sul tendone e su tutte le vetrine: “Shoes made in Italy”. A fianco, manco a dirlo, un altro “Hair styling”, mentre dall’altro lato della strada si scorge un “Fitness Lounge”.

Le insegne in francese, spagnolo e inglese sono la regola anche in questa zona (Cfr Photogallery) tanto che all’incrocio con via Dalmazia sorge un dubbio: meglio proseguire fino a Ponte Roma o può bastare così? L’edicolante pachistano e la barista cinese dell'”Angolo Moretti” solleticano la mia curiosità e decido di procedere ancora un po’. In pochi metri si moltiplicano i negozi etnici, le macellerie Halal, i kebabbari e le specialità indiane. Poco più avanti c’è la sede di Confesercenti e provo a chiedere a chi si occupa quotidianamente di negozi e commercio se tutte queste indicazioni in lingue straniere sono figlie delle globalizzazione o se a Bolzano c’è qualcosa di più. La risposta lascia pochi dubbi: “C’è qualcosa in più, lo sappiamo tutti. Nel dubbio o nella difficoltà di scrivere in italiano e/o in tedesco si taglia la testa al toro e si scrive in una terza lingua. Chi lavora nella comunicazione sa bene come funziona”.

Ecco qui, non serve aggiungere altro. Chi vuole parlare a tutti, molto spesso decide di comunicare in una lingua “terza”, è normale e nessuno ci fa caso. Solo nel discorso politico tutto cambia. Chissà perché?

Ma sono pensieri da affrontare a stomaco pieno, la camminata mi ha messo appetito e le proposte gastronomiche anche a fianco di Confesercenti non mancano. Meglio l'”italian food” proposto (in inglese) dal ristorante sulla mia sinistra o “le delizie russe” proposte in italiano dal Bar Matrioska, a destra? Il dubbio viene risolto dall’arrivo del bus numero 3, decido di salirci al volo e di scendere in piazza Domenicani per tappare il buco con il già apprezzato Kebab preparato dai gestori albanesi. Terminato lo spuntino, dopo aver verificato che la salsa sia precipitata solo su tessuti lavabili, entro nella sede della facoltà di informatica di Unibz.

Da regolamento, i corsi dovrebbero tenersi in tre lingue rigorosamente “proporzionate”: un terzo, in inglese, un terzo in tedesco, un terzo in italiano. Da una rapida verifica con alcuni studenti, si scopre, però, che tre quarti dei corsi si tengono in inglese. Nei corsi della magistrale va anche peggio, i corsi sono tutti tenuti nella lingua della “perfida Albione”. Anche nei luoghi del sapere e dell’innovazione, evidentemente, si preferisce la lingua anglosassone. Non è una questione da poco per un territorio che fa della tutela delle lingue una colonna portante del suo specialissimo Statuto.

Che sia il caso di discuterne? Magari in un’aula del “Noi” (Nature of Innovation), in un corso della “Winter school” dell’Eurac, o in un’area del centro commerciale più noto della città: il Twenty (che nessuno chiama Venti e tantomeno Zwanzig). Nell’attesa, digito “Alto Adige toponomastica” su Google: escono 76.900 risultati, scorro i titoli e lo sconforto mi spinge a chiudere con un ricordo personale.

Mi sono trasferito in Alto Adige nell’autunno del 2012, già ampiamente annoiato del dibattito sulla toponomastica che trovavo sui quotidiani tutte le estati. Per questo mi ero inventato la variazione di un notissimo detto: «Quando il cartello indica la luna, l’imbecille guarda il cartello, mentre l’altoatesino controlla in che lingua è scritto». Ora, a oltre sei anni di distanza, finalmente mi sento altoatesino anch’io.

Massimiliano Boschi

 

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