Airbnb, il filo che lega Bolzano a Barcellona (e rende «nomadi» i centri storici)

Pubblicato il 26 Aprile 2019 in Alto Adige DOC

 

Sarà pur vero che non esistono più le mezze stagioni, ma nonostante il clima poco favorevole, Bolzano è invasa dai turisti grazie al susseguirsi di vacanze pasquali e ponti primaverili. Non c’è, quindi, momento migliore per tornare a occuparci dell’”industria più importante di questo secolo”: il turismo. Per inquadrare il fenomeno nella giusta prospettiva abbiamo deciso di guardare indietro, osservando quel che è avvenuto dal 2000 a oggi. Un periodo che avendo poco a che fare con “armistizi”, “pacchetti” e “accordi proporzionali” in Alto Adige gode di scarsa attenzione. Qui, spesso, è come se il passaggio del millennio fosse ancora il futuro e non il passato, nemmeno più tanto recente. Come noto, la rete internet ha completamente rivoluzionato il sistema turistico permettendo l’esplosione delle linee aeree low cost e dei sistemi di prenotazione di alloggi (booking.com, airbnb etc…)

Il traffico aereo ha effetti solo parziali sul turismo in Alto Adige, essenzialmente a causa della mancanza di un aeroporto in regione. I due scali aerei più vicini sono di dimensioni modeste, quello di Innsbruck, che sorge a circa 120 km da Bolzano e quello di Verona (150 km).

Ma la storia della più famosa compagnia low cost, Ryanair, aiuta a comprendere il contesto.  Fondata nel 1985, prima della caduta del muro di Berlino e la diffusione della rete internet ha vivacchiato accumulando bilanci in perdita. Nel 1991 è passata nella mani di Michael O’Leary che ha sfruttato al meglio i cambiamenti in atto e già nel 1995 ha raggiunto i 2.200.000 passeggeri. Nel 2002 sono diventati 13 milioni, nel 2009 hanno superato i 65 e in 10 anni sono raddoppiati. L’anno passato Ryanair ha movimentato 139 milioni di passeggeri, dieci volte quelli che erano nel 2002.

Booking.com, invece, è nata nel 1996 ed è stata radicalmente trasformata nel 2000. Nel 2002 il bilancio era in rosso di 19 milioni di dollari, dieci anni dopo i profitti superavano il miliardo di dollari. Oggi ha 17.000 dipendenti e offre quasi trenta milioni di alloggi in 229 paesi diversi e ogni giorno vengono prenotati un milione e mezzo di posti letto.

Il portale airbnb è ancora più giovane, è stato inaugurato nel 2007 e in soli cinque anni ha raggiunto le 10 milioni di notti prenotate in tutto il mondo. Nel 2017 il fatturato ha superato i 2 miliardi di dollari.

Proprio agli effetti di airbnb sulle città turistiche è dedicato un lungo articolo di Rebecca Mead pubblicato sul New Yorker di lunedì scorso (22 aprile 2019). Si intitola “The Airbnb invasion of Barcelona” e fornisce alcune informazioni particolarmente interessanti.

La diffusione di Airbnb ha spinto, infatti, diverse agenzie di investimento ad acquistare decine abitazioni nella città catalana, facilitate dai prezzi crollati a seguito della crisi economica. Appartamenti che oggi sono destinati ai turisti con effetti di vario genere. Per esempio, il Barrio Gotico, il centro della città vecchia, ha visto aumentare vertiginosamente il costo delle case e il quartiere ha perso il 45% della popolazione residente in dodici anni. Dei circa venti milioni di turisti che visitano Barcellona solo mezzo milione è ospite di strutture airbnb che sono circa ventimila in tutta la città. Un numero che genera potenti effetti non solo sul mercato immobiliare ma anche sul tipo di clientela che arriva a Barcellona attirata dalla celeberrima “movida”. L’anno di svolta è stato il 2014 quando questi effetti sono scoppiati  in maniera clamorosa a Barceloneta, il quartiere sul mare, letteralmente invaso dagli appartamenti airbnb.

A far traboccare il vaso una goccia “made in Italy”: l’immagine, divenuta virale sui social network, di tre giovani turisti italiani che gironzolavano nudi “wearing nothing but their watches and goofy grins” (indossando nient’altro che i loro orologi e i loro sorrisi sciocchi).

Da lì in poi sono incominciati a comparire i cartelli “Here no tourist attraction” per tenere lontani i turisti, anche se vestiti a dovere. Dal canto suo Airbnb ha rimandato le accuse al mittente, spiegando come l’avvento della loro compagnia abbia permesso di diffondere gli alloggi in zone del mondo e in quartieri periferici prima totalmente sconosciuti ai turisti. Una teoria confortata dai fatti e da un articolo di Le Monde che illustra una ricerca compiuta sull’argomento nei quartieri popolari e periferici delle città francesi.

Al di là delle opinioni, quel che emerge chiaramente è l’aumento vertiginoso del  numero dei turisti in viaggio. Perché i cartelli “Here no tourist attraction” di Barcellona, nonché le politiche avviate dall’amministrazione comunale per contenere e gestire l’enorme afflusso turistico, non sono un’eccezione. Fanno il paio con quelle di Venezia, dove sono entrati in funzione i tornelli per gestire i flussi e con quelle del sindaco di Amsterdam che sta cercando di alleggerire e gestire diversamente la pressione turistica sulla città tanto da costringere “Amsterdam Marketing” (che da sempre promuove le attrattive della capitale olandese per attrarre turisti e affari) a dedicarsi esclusivamente alla promozione culturale.

Ma che ha a che fare tutto questo con l’Alto Adige/Südtirol che attrae turisti a cui vengono offerti decine di servizi di altissimo livello ma nessun “quartiere a luci rosse”, nessun “coffèè shop” e sicuramente nemmeno un barlume di “movida”? La somiglianza sta nei numeri (7 milioni di arrivi l’anno per una popolazione di 520.000 abitanti) ma anche nella possibilità di poter arrivare anche qui con grande facilità grazie anche a booking.com e airbnb.

Per testarlo, ho provato a ricercare una stanza per due persone per una settimana ad ottobre. Su booking.com: ho ottenuto 1971 proposte, su airbnb più di duemila. Pochi se paragonati a Barcellona, ma il lungo elenco di dati e fatti illustrati in precedenza serviva innanzitutto a comprendere cosa potremmo attenderci.

Nel 2017 è stato pubblicato uno studio di Eurac Research, Ire (Istituto di ricerca economica) e Hgv (Unione albergatori) intitolato “Il futuro del turismo in Alto Adige 2030”. Bene, nelle 75 pagine di testo, booking.com non compare mai in maniera specifica, mentre airbnb compare tre volte, una nel testo e due nelle infobox. Il tono è più o meno sempre questo: «Nel quadro della già citata rivoluzione digitale nascono anche nuove forme distributive e ricettive, come Airbnb, le cosiddette shared communities che non devono tuttavia essere viste come potenziali concorrenti, bensì come opportunità di fruire in modo diverso della regione alpina e di renderla ancora più appetibile grazie a una maggiore offerta».

Ecco per questo serviva la lunga premessa. Se il più importante mutamento in atto nel mondo turistico viene visto come “come opportunità di fruire in modo diverso della regione alpina e di renderla ancora più appetibile grazie a una maggiore offerta” siamo nei guai. Perché Bolzano non avrà lo stesso turismo di Ortisei o di Barcellona, ma se digitate “Bolzano” nella maschera di ricerca di Airbnb (sempre per la settimana 12-19 ottobre) si ottengono 289 risultati.

Catturabis

Per comprendere meglio la complessità del fenomeno, ho incontrato Anna Scuttari, ricercatrice dell’Eurac che si occupa di sostenibilità turistica, trasporti e analisi del comportamento del consumatore, in particolare proprio nel settore turistico.

La chiacchierata è partita proprio da Airbnb: «Per certi versi è un buco nero. Chiunque affitti temporaneamente il proprio appartamento dovrebbe comunicare i dati degli ospiti in Questura, ma di fatto – per la mia esperienza di consumatore – posso dire che non è sempre così. È quindi difficile dire con certezza che le statistiche ufficiali riescono a catturare il fenomeno airbnb in toto. Piuttosto si può dire che ne ne sono delle stime. Quel che è vero è che questo tipo di turismo si sta mangiando i centri storici delle città turistiche, anche per Bolzano navigando sulla pagina di airbnb si vede che il centro storico ospita gran parte dell’offerta. Si tratta ormai di offerte strutturate, a volte gestite anche con studenti assunti per (o meglio incaricati di) consegnare le chiavi all’ospite, che non incontra mai il proprio host. I proprietari di appartamenti, d’altra parte, preferiscono affittare a turisti che stanno poco e spendono molto piuttosto che ai residenti (o agli studenti) che restano per periodi più lunghi, ma pagano canoni più bassi. Così facendo, però, i centri storici hanno un’anima nomade, si svuotano d’identità e rischiano di trasformarsi in uno sfondo per le foto e i selfie dei turisti».

airbnb

Ecco ora Barcellona sembra già molto più vicina. Ma i “problemi” per Bolzano non si esauriscono qua: «Il capoluogo ha una capacità ricettiva molto più bassa di Merano – precisa –  il turista spesso preferisce fare una scappata in giornata a Bolzano e pernottare in località di villeggiatura dei dintorni. Questo ovviamente crea ingenti flussi di visitatori non pernottanti, problemi di traffico, congestione dei mezzi pubblici e malessere per i cittadini. Il punto dolente, mi sento di dire, è quindi quello della gestione dei turisti giornalieri».

Il che ci porta dritti al mercatino di Natale: «I problemi legati ai mercatini sono quasi tutti relativi alla concentrazione di visitatori nello spazio e nel tempo, in parte anche ad un’offerta di prodotti non sempre autentici. Comprendere le motivazioni che spingono i turisti verso i mercatini natalizi non è semplice, probabilmente nel tempo si è andato affermando una sorta di rito. Il problema, come dicevo, è la concentrazione. Per gestirla sono state elaborate alcune strategie, soprattutto grazie alla distribuzione di biglietti per il trasporto pubblico nei punti nevralgici. Per recuperare in parte l’autenticità dei prodotti si è introdotto il marchio “Green Event”, che favorisce la scelta di prodotti a km 0. Ma forse occorre domandarsi anche come il mercatino contribuisca all’immagine complessiva di una città. Per Bolzano essere la città del mercatino è un vantaggio? Ci sarebbe la possibilità di identificarsi (anche) con altre proposte che non evocano il turismo mordi e fuggi? Non dico che non ci si stia già lavorando, mi limito a sottolineare un’opportunità della città».

L’Eurac, dal canto suo sta lavorando proprio nella logica delle politiche di gestione dei flussi turistici. Politiche che non possono che partire dai dati:  «In Alto Adige le cose vanno bene, proprio per questo è necessario avere orizzonti ampi e cogliere i segnali di una possibile saturazione del sistema prima che questa sia troppo vicina. A questo scopo, Eurac Research, su incarico della Giunta Provinciale e con il supporto di Idm Alto Adige, ha insediato nell’ottobre 2018 un Osservatorio sul Turismo Sostenibile che fa parte della rete Insto dell’Organizzazione Mondiale del Turismo. L’Osservatorio, unico in Italia e secondo di tre in Europa, si occuperà di osservare il turismo da molte prospettive, raccogliendo e rielaborando dati per offrire ai decisori politici una sorta di termometro, di cartina al tornasole del turismo: uno strumento per prendere decisioni politiche informate. Si vuole capire quante risorse consuma il turismo, ma anche quante ricadute genera; quanti posti di lavoro garantisce, ma anche quanto promuove iniziative di qualità. Uno dei compiti dell’osservatorio è quello di monitorare proprio gli aspetti ambientali e sociali dello sviluppo turistico, per capire fino a che punto l’industria turistica possa crescere e come possa crescere, sotto il vincolo che l’Alto Adige continui a garantire alti livelli di qualità della vita e dell’ambiente. In fin dei conti, sono queste due le materie prime del turismo».

La chiacchierata con Anna Scuttari prosegue sullo stesso tema e soprattutto sul turismo invernale su cui, però, torneremo nelle prossime puntate. Lasciato l’Eurac torno verso il centro di Bolzano, pensando a quanto appena ascoltato. Durante il cammino finisco in piazza Municipio e mi accorgo che è transennata dove verrà installata la torre panoramica di ottanta metri che permetterà di vedere Bolzano dall’alto. Le montagne non erano sufficienti. A quanto pare nemmeno i turisti…

 

Massimiliano Boschi

Quasi tutto quel che di importante e “speciale” accade in Alto Adige viene letto, spiegato e persino giustificato, con quanto avvenuto nel passato. Oggi come venti o trent’anni fa. Una “lettura” che può funzionare finché si discute di proporzionale etnica o di toponomastica, ma che oggi risulta fuorviante. E’ sufficiente camminare per le periferie del capoluogo o visitare Fortezza, Salorno o il Brennero per comprenderlo. Sarà fuori moda, ma per sostenere una tesi occorrono fatti, dati e circostanze. Per questo è nato AltoAdige.doc. Ecco la terza inchiesta, la prima riguardava l’ospedale di Bolzano, la seconda ci ha raccontato come leggere il passato a volte ci porti a capire meglio fenomeni (e loro pesi) attuali. La terza puntata è stato un viaggio… in Calabria, o meglio nell’enclave calabra (ma non solo) formata dai lavoratori del BBT. Operai che fanno un lavoro massacrante, lontani da casa. Perché costruire il futuro, ancor oggi, passa spesso attraverso sudore e sacrifici. La quarta, invece, è stato un viaggio nella toponomastica: probabilmente un falso problema, ecco perché. Ma il tunnel di base del Brennero, e il mondo che ci sta accanto, ha fatto molto parlare di sé. E noi ci siamo tornati per il quinto articolo. Mentre abbiamo cambiato argomento per l’ultimo nostro approfondimento: un’intervista alla procuratrice capo del Tribunale dei Minori di Bolzano. Per capire, o meglio cercare di farlo, le vere radici di fenomeni di violenza giovanile. Nella sesta puntata abbiamo raccontato la storia di K., e delle sue peripezie, per poi virare sul turismo (e la sua venerazione) e sul melting pot culturale di Fortezza, esempio altoatesino di dinamiche – sorpassate e inefficaci – di integrazione linguistica.

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