Un pezzo di Calabria in Alto Adige: viaggio tra i lavoratori che scavano il tunnel del Brennero

Quasi tutto quel che di importante e “speciale” accade in Alto Adige viene letto, spiegato e persino giustificato, con quanto avvenuto nel passato. Oggi come venti o trent’anni fa. Una “lettura” che può funzionare finché si discute di proporzionale etnica o di toponomastica, ma che oggi risulta fuorviante. E’ sufficiente camminare per le periferie del capoluogo o visitare Fortezza, Salorno o il Brennero per comprenderlo. Sarà fuori moda, ma per sostenere una tesi occorrono fatti, dati e circostanze. Per questo è nato AltoAdige.doc. Ecco la terza inchiesta, la prima riguardava l’ospedale di Bolzano, la seconda ci ha raccontato come leggere il passato a volte ci porti a capire meglio fenomeni (e loro pesi) attuali.  

«A Fortezza si cambia». Lo sanno benissimo i pendolari della Val Pusteria che devono cambiare per collegarsi alla linea ferroviaria del Brennero, ma dovrebbero comprenderlo anche gli altri. Perché a Fortezza/Franzenfeste si possono cambiare anche i punti di vista, su alcune questioni in maniera radicale. Chi non ne fosse convinto può raggiungere la cittadina della Valle Isarco e incominciare a girare tra le vecchie case dei lavoratori della dogana, può provare a parlare con i residenti o cercare di saperne di più degli operai che lavorano al Bbt, il tunnel di base del Brennero. La scelta delle “attività” non è casuale, chi scrive le ha svolte tutte prima di decidere di dedicare proprio a Fortezza il primo racconto di viaggio di Alto Adige Doc.

Sono le 9.02 di un soleggiato mercoledì mattina, il treno da Bolzano parte in perfetto orario. Mentre sono in attesa lungo il binario incontro Fabio e Miriam diretti a Bressanone per presentare i servizi del Centro Trevi. Cerco di saperne di più e basta poco a convincermi ad aggiungerlo alla lista di luoghi da visitare. Non appena uscito dalla stazione di Fortezza vengo accecato dal sole e ci metto un po’ a individuare Stefano Pisetta, responsabile della Filca/Cisl nei due cantieri Mules 2-3 e Isarco Scarl del tunnel del Brennero. Lo intravedo davanti al bar, sta parlando a un telefono che non smetterà di suonare per tutta la mattinata. Il tempo di un caffè e saliamo in auto, lungo la strada mi mostra i vari campi in cui sono ospitati i lavoratori del Bbt e i relativi cantieri, a noi interessa quello di Mules,  il più grande. La sbarra si alza in automatico, parcheggiamo ed entriamo nel suo ufficio ospitato in uno dei container che compongono il campo. Nonostante la giornata sia piuttosto calda, decide di accendere la stufetta senza togliersi la giacca. Faccio come lui, mi sono bastati dieci minuti per decidere che Pisetta è un tipo di cui fidarsi, ma non è intuito, basta osservare come gli parlano gli operai.

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La chiacchierata inizia inevitabilmente con i numeri: «Attualmente i lavoratori del Bbt sono circa 1200, oltre 850 a Mules per i lavori del tunnel vero e proprio, circa 350 nel cantiere vicino a Fortezza in cui si sta lavorando al sotto-attraversamento del fiume Isarco. I lavori continueranno per almeno altri cinque anni, fino al 2023».
La prima sorpresa arriva quando si passa alla provenienza dei lavoratori: «Il 60% è composto da calabresi, una buona parte di Acri nel cosentino, un 15% da campani, il 10% di lucani, un 5% di siciliani a cui vanno aggiunti alcuni sardi». Gli stranieri sono molti meno di quanto si potesse attendere: «Saranno circa il 5% e spesso sono operai specializzati addetti alle frese».
Qui a Mules i turni di lavoro sono da otto ore per sei giorni consecutivi, segue un giorno di riposo e altri sei giorni, un giorno di riposo e altri sei giorni, fino a raggiungere le quarta settimana quando ai sei giorni di lavoro ne seguono quattro di riposo.

bbt3«E’ solo in questa occasione che gli operai possono tornare in famiglia, ovviamente, vista la lontananza da casa, passano circa un giorno e mezzo in viaggio. Chi lavora nel cantiere più a sud, invece, fa dodici giorni consecutivi e quattro a casa».
Segue un altro dato inaspettato: «L’età media dei lavoratori sfiora i cinquant’anni». Pisetta non lo dice a cuor leggero, si vede che è una questione che lo tocca particolarmente: «E’ un lavoro duro e complicato, molto simile a quello in miniera. Quasi tutti quelli che entrano in galleria hanno sempre lavorato in questo ambiente». La parola ambiente va considerata in senso stretto: «E’ un lavoro che si svolge in condizioni difficili, inevitabilmente. Si opera sotto terra o all’interno di una montagna in presenza di polvere di silice cristallina, rumori molto forti e mezzi meccanici di ogni tipo in movimento: decine di camion, scavatori, e ruspe con relativi gas di scarico».

Il via vai di mezzi è impressionante anche all’esterno, all’interno di una montagna è difficilmente immaginabile. Inevitabilmente la salute dei lavoratori risente della qualità di quell’aria. «I problemi sono essenzialmente due: l’esposizione alla silice libera cristallina (che può portare alla silicosi) e la qualità dell’aria. Ovviamente chiunque lavori in galleria è dotato di mascherine a norma di legge ma stiamo provando a fare in modo che vengano dotati di quelle che tutelino al meglio la loro salute. Per quel che riguarda l’areazione, purtroppo, l’impianto dei tunnel 2 e 3 qui a Mules ha avuto qualche problema, scoppiavano i ventolini, i tubi si afflosciavano e quindi si è dovuti intervenire costruendo una struttura rigida che porti l’aria all’interno del tunnel in maniera adeguata».

Un intervento costoso di cui si è fatta carico la Btc (Brenner tunnel construction) ottenuto grazie all’azione sindacale che ha voluto costituire un tavolo concertativo di lavoro: «Oltre a noi, ne fanno parte le imprese e il Bbt. E’ uno strumento che permette di risolvere eventuali situazioni critiche con più facilità e posso dire che i problemi sollevati dai lavoratori hanno sempre ottenuto ascolto, il problema principale, però, sta a monte». Pisetta non si riferisce alle cime che osserviamo dalla “finestrina” del suo ufficio, ma ai bandi di gara al massimo ribasso.

bbt2«I lavori per il Bbt hanno ottenuto un ribasso di 430 milioni di euro su 1.420. Sono cifre difficilmente sostenibili. Questo spinge le aziende vincitrici a risparmiare il più possibile sotto ogni aspetto. Credo, per esempio, che in altre condizioni di partenza i problemi di areazione nel tunnel non sarebbero nemmeno sorti. Anche i campi sono costruiti di conseguenza, i container dei campi che ospitano le camere dei lavoratori hanno le parete troppo sottili e la vicinanza all’autostrada impedisce il sacrosanto riposo di chi ha passato otto ore in galleria. Ripeto, non c’è malafede, tutti si sentono presi per il collo tanto che le aziende che lavorano qui in subappalto sono tutte meridionali, perché quelle del nord non ci vedono un giusto ritorno economico. Poi basta leggere i giornali, praticamente tutte le grandi imprese edili sono in enormi guai finanziari, il settore delle costruzioni ha perso 600.000 posti in dieci anni e attualmente sono 25.000 i posti di lavoro a rischio».

Tra i tanti numeri ne manca uno essenziale, lo stipendio dei lavoratori: «Qualcuno ha il contratto da edile, altri da metalmeccanico e lo stipendio varia dai 2300 euro ai 3000 e rotti. Oltre al contratto nazionale c’è l’integrativo provinciale e aziendale. Molti si lamentano perché fino a dieci anni fa si guadagnava molto di più, la crisi si è fatta sentire, ma sanno anche che qui gli stipendi sono pagati con grande regolarità, altrove è più complicato. Non sono pochi quelli che bussano alla mia porta per chiedere se c’è lavoro, quasi tutti provengono dal Sud Italia e non sono giovani. Può sembrare strano ma il lavoro non è solo faticoso è anche complicato, un ventenne fatica ad adattarsi e in famiglia, se non sono disperati, spingono verso altri mestieri».

Non è solo una questione di fatica e salute, premesso che nei mesi più caldi all’interno del tunnel si sono toccati i 37 gradi, il tunnel rischia di diventare un’ossessione se non si riesce a staccare la testa una volta finito il turno: «E’ un tasto dolente, qui non c’è nulla per svagarsi tranne un bar con biliardo e biliardino. Non c’è un campo da calcetto né di altro tipo. Nei dintorni non ci sono grosse attrattive, a Fortezza ci sono solo un paio di bar e per trovare qualcosa di diverso occorre scendere almeno a Bressanone».

Sorridiamo insieme pensando alla movida brissinese quando torna a trillare il telefono. Questa volta Pisetta risponde, scambia qualche parola e poi si lascia scappare una confessione: «Qui il sindacalista fa inevitabilmente anche l’assistente sociale, è un’esperienza impressionante e indescrivibile anche per me. Rappresento persone che svolgono un lavoro durissimo con grande dignità, ho incontrato tantissime brave persone provenienti da centinaia di chilometri di distanza che si trovano qui per permettere alla famiglia di campare o di farsi casa. Quando sento il ministro Toninelli dire certe sciocchezze fatico a non arrabbiarmi, dovrebbe informarsi prima di parlare».

Prima di salutarci, Pisetta mi accompagna in un giro all’interno de cantiere. Oggi è una giornata tranquilla perché stanno collaudando il nuovo sistema di areazione, un cartello all’imbocco del tunnel segnala che all’interno sono presenti 113 operai. Quell’ingresso, non senza enfasi, è stato ribattezzato “la porta dell’inferno” ma non è esattamente così. Chi vi entra non ha perso ogni speranza, anzi si trova lì proprio per questo. A causa della lunghezza, la luce in fondo al tunnel non la si vedrà mai, ma chi è venuto sino a Fortezza per lavorare in un enorme buco tra le montagna crede, e forse sa, che il futuro si può costruire solo con le proprie mani.

Ripartiremo proprio da quelle.

Massimiliano Boschi

(foto di Stefano Pisetta)

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