Ospedale di Bolzano, là dove nascono «gli stranieri»

Quasi tutto quel che di importante e “speciale” accade in Alto Adige viene letto, spiegato e persino giustificato, con quanto avvenuto nel passato. Oggi come venti o trent’anni fa. Una “lettura” che può funzionare finché si discute di proporzionale etnica o di toponomastica, ma che oggi risulta fuorviante. E’ sufficiente camminare per le periferie del capoluogo o visitare Fortezza, Salorno o il Brennero per comprenderlo. Sarà fuori moda, ma per sostenere una tesi occorrono fatti, dati e circostanze. Per questo è nato AltoAdige.doc. Ecco la prima inchiesta. 

Il reparto di maternità degli ospedali gode di una notevole attenzione mediatica quasi esclusivamente nella notte di Capodanno, quando si attendono il nome e il peso del primo nato dell’anno. Per gli appassionati del genere, si rammenta che la prima nata del 2019 in Alto Adige è una bambina marocchina venuta alla luce alle 5.56 del primo gennaio. La prima del 2018 era stata Esraa Kanzane (2,6 kg) , mentre il primo vagito del 2017 aveva visto protagonista Hakima, sesta figlia di una famiglia marocchina di via Palermo a Bolzano. Come sottolineato da Rai News a inizio 2019, «In provincia di Bolzano sono stati di origine marocchina tutti i primi nati dal 2016 a oggi».

Il viaggio di AltoAdige.doc parte a un mese di distanza da Capodanno. È il primo pomeriggio di una soleggiata giornata di Febbraio e il bus 10/A (versione a idrogeno con cella a combustibile) con destinazione “Ospedale” è in perfetto orario. Nei quattro posti collocati dall’ingresso posteriore, una coppia di anziani discute sul tragitto di ritorno, chiedendosi quale linea arrivi fino alla nuova autostazione. Al quarantenne seduto di fronte non serve altro e cala sulla conversazione come un abile predatore. Può dire la sua e mostrare le sue competenze anche fuori dalla sua bacheca Facebook: «La nuova autostazione è provvisoria ma è costata cinque milioni di euro!!». A dire il vero il costo è più basso, ma la sostanza non cambia molto. La signora azzarda l’idea che la spesa sia a carico di Benko, che, a quanto pare, è visto come una sorta di enorme distributore di denaro, un “Benkomat”. Il quarantenne non è chiaramente d’accordo, ma per cercare un compromesso sposta il discorso sul fatto che i lavori permetteranno di riqualificare una zona in cui «ci sono troppi extracomunitari». A proposito di Benko, la coppia di anziani ci tiene a specificare che, data l’età, non vedrà mai la fine dei lavori, una frase che permette al quarantenne di lanciare quello che è evidentemente il cavallo di battaglia del suo repertorio:  «Mi sa che non la vedrà nessuno. Ci penserà Trump, quel pazzo schiaccerà il bottone e il mondo salterà in aria».

Di fronte all’aria perplessa dei suoi interlocutori, prova a fare una piccola marcia indietro, ma proprio non gli riesce: «Possiamo sperare solo in questo Papa, è un grande uomo. Mi sa che gli faranno fare la fine di Giovanni Paolo I…».

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Per fortuna il bus è arrivato al capolinea e si svuota. La maggior parte dei viaggiatori si dirige verso l’ingresso principale dell’ospedale. Nonostante siano le 15.30 di un giorno feriale, sembra un centro commerciale nel primo weekend di saldi. Per arrivare al reparto maternità occorre attraversare l’atrio e raggiungere l’ascensore blu per salire fino al terzo piano. Delle otto persone “a bordo”, solo chi scrive scende al reparto maternità. Ad accoglierlo un cartello che, in soldoni, invita i parenti a non disturbare e a comportarsi decorosamente.

Regole che sono decisamente rispettate, la tranquillità regna sovrana. Una madre culla il suo neonato camminando per i corridori, un’altra “fa presepe” mostrando il figlio in culla ai nonni adoranti, altre madri chiacchierano con i parenti mentre i pargoli dormono. Nelle camere, giustamente, i visitatori non possono entrare, ma sbirciando da fuori non appaiono affollatissime. Delle quattro madri incrociate, due sono straniere, una chiaramente sudamericana e due italiane.

Non c’è molto altro da vedere, tanto vale uscire e prendere il bus per il ritorno. Nell’attesa, più o meno tutti controllano i messaggi sui telefoni, fino a che non dobbiamo spostarci per fare passare una madre con passeggino che incrocia un’anziana con deambulatore e badante al seguito. Solo l’anziana è italiana, la badante è dell’Est Europa, la madre è asiatica, sulla nazionalità del figlio si tornerà in seguito, mentre non si hanno notizie sul luogo di produzione del deambulatore. Sarebbe troppo facile trarre da questo incontro un’immagine emblematica del futuro degli italiani. Si era detto che ci si sarebbe basati sui dati e quindi eccoli qui.

L’osservatorio per la Salute non ha ancora quelli relativi al 2018, ma ci informa che nel 2017 sono nati 1736 bambini all’ospedale di Bolzano, per il 69,59% italiani, per il 30,41 “stranieri”. Per sicurezza chiediamo anche all’Astat. Anche in questo caso i dati si riferiscono al 2017, ma il numero è riferito ai residenti nel comune di Bolzano, non all’ospedale. «Nel 2017 sono nati 311 bambini da madri con cittadinanza straniera, 564 bambini da madri con cittadinanza italiana». In percentuale, i bambini nati da madri con cittadinanza straniera sono il 35%.

In pratica, su tre bambini nati a Bolzano uno è straniero. Proviamo a ripeterlo in altro modo per evitare di fissarsi sul numero. Ogni tre bambini nati QUI, uno è considerato straniero e se non cambiano le leggi lo resterà fino alla maggiore età anche se non uscirà mai dai confini provinciali o nazionali. Bambini nati qui, che studieranno qui, che saranno collocati all’interno di una delle tre comunità linguistiche (italiana, tedesca o ladina secondo i principi della proporzionale etnica), ma che comunque resteranno stranieri. Un dato per comprendere ancor meglio il fenomeno: quattro bambini su cinque con cittadinanza straniera che frequentano la scuola materna sono nati in Italia  Cosa questo significhi e come vivono gli stranieri nati a Bolzano, lo scopriremo nelle prossime puntate.

Massimiliano Boschi

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