Se la Sonderweg dà i numeri: dati, specialità altoatesina e lockdown duro

di Massimiliano Boschi
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Sono i fatti a rispondere con chiarezza a chi nega le straordinarie capacità dell’amministrazione provinciale altoatesina nel gestire l’emergenza Covid attraverso la sonderweg. Già nel 2020 non erano mancati numerosi esempi, ma è bastato un solo mese del 2021 per raggiungere risultati unici e inimitabili. Non erano nemmeno finite le vacanze di Natale che l’Alto Adige/Südtirol incominciava a dare lezioni all’Europa. Il confronto con il governo italiano sarebbe impietoso, meglio paragonarsi a «Sua Maestà» Angela Merkel. Il 5 gennaio 2021 il governo federale tedesco decideva di prolungare il lockdown e di ridurre gli spostamenti dei cittadini. L’Ansa ci informava che era stato raggiunto «l’accordo per un prolungamento del lockdown al 31 gennaio con scuole e asili chiusi fino alla stessa data». Dilettanti allo sbaraglio, lo stesso giorno il governo provinciale altoatesino tracciava la strada da seguire. In serata comunicava che «Il 7 gennaio in Alto Adige riapriranno negozi, bar e ristoranti e scuole. Gli studenti delle superiori ritorneranno a scuola al 75 percento in presenza. Mentre i bar resteranno aperti fino alle 18, i ristoranti previa prenotazione obbligatoria potranno restare aperti fino alle ore 22».

A chi faceva notare che aprire subito dopo Natale, dopo che il virus aveva avuto più facilità a diffondersi a causa degli acquisti e dei pranzi legati alle festività, si rispondeva con un’alzata di spalle. Una settimana dopo, con un gesto a dir poco inaudito, il Ministero della Salute inserisce la provincia di Bolzano tra le zone rosse. La risposta della Giunta altoatesina non si fa attendere: «I nostri esperti sulla base dei dati sull’attuale situazione epidemiologica e degli sviluppi costantemente monitorati sono giunti alla conclusione che le regole attualmente in vigore possono essere confermate come tali, e che la riclassificazione dell’Alto Adige come zona rossa è avvenuta valutando in modo inadeguato alcune delle specificità altoatesine». Tra le innegabili specificità, la capacità di testare quasi tutta la popolazione della provincia in un solo week end. Solo una stampa evidentemente faziosa ha potuto sollevare dubbi al riguardo («Il test di massa in Alto Adige non ha funzionato come si sperava» articolo del Post corredato da un numero di test e tabelle buono per The Scientist).

A questo punto, il sarcasmo deve lasciare spazio ai numeri: secondo i dati raccolti dalla Protezione Civile, gli altoatesini risultati positivi in data 6 novembre erano 7.046, il 22 novembre, ultimo giorno del test di massa erano 11 624. Da lì è iniziato  un calo (vedi un po’) e a un mese di distanza,  il 22 dicembre, erano 9437. Ma subito dopo Natale, il 27 dicembre, erano di nuovo 10.580 e il 5 gennaio, quando si è decisa la riapertura, erano ancora di più 10.913. Il picco si è raggiunto il 15 gennaio con 15.331 positivi, poi il “miracolo”. Il giorno seguente, il 31 gennaio 2021, i positivi sono risultati 4.618, oltre diecimila positivi in meno in ventiquattro ore. Il grafico che lo evidenzia lo potete vedere qui.

Come capita spesso, però, il miracolo ha avuto una spiegazione razionale: «A seguito di un avvicendamento fra i referenti della comunicazione dati ISS della Provincia di Bolzano e a seguito di un ricalcolo dei dati, si è osservata una non corretta comunicazione dei dati aggregati giornalieri, riguardante il numero dei guariti e, di conseguenza, dei pazienti positivi in isolamento domiciliare. Il numero di guariti comunicato fino ad oggi, infatti, è comprensivo soltanto dei pazienti positivi che hanno terminato l’isolamento in seguito a PCR negativo ed esclude quelli che lo hanno terminato dopo 21 giorni e assenza di sintomatologia negli ultimi 7 giorni (Circolare Ministeriale del 12.10.2020) e quelli positivi a Test Antigenico Rapido, seguito da PCR negativo. Pertanto, si rettifica il numero complessivo dei guariti e , di conseguenza, il numero dei pazienti attualmente in isolamento domiciliare». Insomma tutta colpa di un avvicendamento. Ma la «non corretta comunicazione dei dati aggregati giornalieri» quando è iniziata? Perché dal grafico della protezione civile non è così semplice comprenderlo.

Il 30 gennaio erano stati rilevati  640 “positivi”, il giorno successivo 467, e il primo febbraio 316,  poi tutto è tornato come prima. Già il 2 erano di nuovo 639, il 4 hanno hanno toccato 747 poco meno della Toscana 760 (ma ha sei volte gli abitanti dell’Alto Adige) . Il Veneto, cinque milioni di abitanti (dieci volte l’Alto Adige), ne ha registrati 896. Dati pesanti che erano stati ripetutamente evidenziati dagli ultimi due report settimanali dell’Istituto Superiore di Sanità.

Tutto quanto elencato fino ad ora, aiuta a spiegare come l’Alto Adige sia finito ad essere classificato come zona “rosso scuro” dall’Unione Europea. Per giorni la Giunta provinciale ha ripetuto che il governo italiano non valutava correttamente i dati, si sono lasciati aperti i ristoranti fino alle 22, poi si è deciso di passare al lockdown duro. Sulla base di quali dati, visto che quelli pubblici non mostrano grandi cambiamenti rispetto a prima?

Forse qualche conclusione la si può tirare: considerare i test di massa come una bacchetta magica che avrebbe risolto tutto, “aprire” mentre tutta Europa “chiudeva”, considerare le direttive nazionali solo un fastidio di cui liberarsi in fretta, ignorare il piano governativo di prevenzione, i continui cambi di rotta, la confusione e il ritardo nel rilevamento dei dati (una costante in un anno di pandemia), la campagna vaccinale boicottata da molti medici, ha inevitabilmente portato alla confusione di queste ultime settimane. Nel comunicare l’entrata in vigore del «lockdown duro», il Presidente della Provincia Arno Kompatscher ha dichiarato che “La crescita dei contagi ha imposto di intervenire in maniera più incisiva”. Non erano prevedibili? A quali dati si riferisce? Chi glieli ha forniti? A questo punto non è una questione di poco conto.

Massimiliano Boschi

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