Dal Moresnet al Dreiländereck: a spasso per la «terra di nessuno» che ridisegna l'inutilità dei confini

di Massimiliano Boschi
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Schengen, dove, nel 1990, è stata firmata la convenzione che ha istituito lo spazio di libera circolazione all’interno dell’Unione Europea è una cittadina del Lussemburgo al confine con Francia e Germania. Il trattato che ha istituito le premesse per la nascita dell’euro, invece, è stato firmato nel febbraio del 1992 a Maastricht, una città olandese incuneata tra Belgio e Germania. Nel mezzo, ma molto più vicino a Maastricht, sorge Kelmis, la città in cui mi trovavo per raccontare l’Ostbelgien, l”Alto Adige belga”. Da lì, avevo deciso di raggiungere il Dreiländereck, l’angolo in cui si incrociano i confini belga, olandese e tedesco, per molti: “Il cuore d’Europa”. Per farlo avrei dovuto camminare per sette chilometri a piedi e “arrampicarmi” sul Valseerberg, la montagna più alta d’Olanda (ben 321 metri!). Non avevo nulla di meglio da fare in quella splendida giornata autunnale e, soprattutto, per raggiungerlo avrei dovuto attraversare un territorio “mitico”, il Moresnet: “Il triangolo delle bermuda giuridico”, “Il meraviglioso errore della storia” descritto magnificamente da Philip Dröge nel suo “Terra di Nessuno” (Keller editore). Un territorio piccolissimo, ma letteralmente “sconfinato”, che ha evidenziato arbitrarietà, irrazionalità e, spesso, inutilità, delle frontiere.

La storia del Moresnet 

Il Moresnet “neutrale” nacque grazie all’articolo 7 del trattato sui confini firmato a Aix La Chapelle (Aachen) il 26 giugno 1816. Le diplomazie prussiana e dei Paesi Bassi, che dovevano ridisegnare dettagliatamente i confini a seguito delle guerre napoleoniche e del Congresso di Vienna, non avevano trovato un accordo sulla miniera di calamina del Moresnet, da cui si ricavava ottone e soprattutto del pregiatissimo zinco e avevano, quindi, deciso di amministrarne i proventi in comune, evitando di tracciare un confine definitivo. Nacque così un triangolo di 3,4 kmq che per un secolo fece impazzire cartografi e forze dell’ordine olandesi, poi belghe, e prussiane. Come sottolineato da Philip Dröge: “A chi disegna le frontiere a matita o acquerello su mappe di carta o di pergamena, non interessa cosa vogliono gli abitanti degli edifici che sono divisi di qua o di là. Le frontiere sono solo un paio di tratti di penna tracciati col righello da alcuni signori nelle loro comode poltrone nelle sale delle riunioni di Vienna o Aquisgrana. Ma sul posto creano problemi enormi e persino le azioni più semplici, e l’amore, si trasformano in questioni internazionali”.

Come si spiega dettagliatamente nel libro, gli abitanti del Moresnet e della sua città principale, Kelmis, si trovarono ad affrontare una serie di problematiche di difficilissima soluzione, quasi tutte originate da una fatidica domanda: di che nazionalità siamo?  Perché leggi in vigore e ordinamento giuridico dipendevano da quella risposta che rimase inevasa per un secolo. I cittadini di Kelmis si ritrovarono a non sapere come sposarsi, ma anche privi di un’imposizione fiscale. In pochi anni, Kelmis si ritrovò ad essere un paradiso per scapoli, contrabbandieri e disertori, trasformando il Moresnet in una sorta di “far west”, ma senza sceriffi di sorta e con il pane meno costoso dell’intera regione.

L’indipendenza del Belgio dai Paesi Bassi (1831) complicò ulteriormente le cose e il Moresnet si rassegnò ad essere un territorio “fantasma”, ma piuttosto divertente, inebriato da fiumi d’alcool (che scorrevano tra le numerose case da gioco e/o di tolleranza).  I “vicini”, sia a est che a ovest, gradivano pochissimo quel “porto franco”, ma i governi che si susseguirono non furono in grado di trovare un accordo sullo sfruttamento della miniera per cui, il Moresnet continuò a essere un “paradiso” per alcuni e un “inferno” per altri. Le lunghe trattative per riportare quel territorio in confini prestabiliti, che ovviamente mai presero in considerazione il parere degli abitanti, si intensificarono nei primi anni del Novecento allo scopo di contrastare le prime forme di amministrazione autonoma che inevitabilmente andavano nascendo. Il sentimento generale dei residenti venne sintetizzato da un popolarissimo slogan “Neutrali sempre, belgi forse, tedeschi mai“. Mentre, grazie al contesto multiculturale, qualcuno finì per proporre il Moresnet come capitale dell’esperanto, l’avevano anche ribattezzato con il nome di Amikejo (luogo d’amicizia).

Le tensioni della prima guerra mondiale smorzarono, però, ogni ambizione e incominciò un tragico ping pong. Allo scoppio del conflitto, il Moresnet venne invaso dall’esercito prussiano e annesso all’Impero Germanico, alla fine divenne territorio belga.  Allo scoppio della seconda, a invadere il territorio arrivarono le truppe del Reich, ma al termine il territorio tornò ad essere belga.  Questa volta i confini vennero tracciati con precisione (sempre senza consultare nessuno) ma, a seguito del trattato di Schengen, sono diventati pressoché insignificanti. La passeggiata lungo i sette chilometri che separano Kelmis dal Dreiländereck, lo confermavano. Osservavo attentamente ogni strada e ogni casa per comprendere al meglio dove mi trovavo e probabilmente non mi sono mai sentito tanto europeo. Le bandiere che scorgevo erano quasi esclusivamente piantate sopra a monumenti dedicati ai caduti in guerra, mentre tutto quello che scorgevo era fin troppo pacifico. Colline, boschi e strade percorse erano da poche auto e molti ciclisti che provenivano da Olanda, Belgio e Germania: la “terra di nessuno” sembrava la terra di tutti.

Giunto ai piedi del Vaalserberg non mi restava che salire lungo i tornanti che portavano al punto in cui si incrociano i tre confini. Giunto in cima, poco prima delle torri panoramiche, dei labirinti, dei parchi giochi e dei negozi di souvenir che caratterizzano il Dreiländereck, mi sono soffermato davanti cartelli che celebravano ancora oggi la storia del Moresnet. Poi mi sono messo in coda per le foto di rito al cippo confinario che riunisce i territori di Belgio, Germania e Olanda. I bambini correvano e saltavano attorno alle bandiere dei vari paesi mentre gli adulti immortalavano il cippo confinario con lo stesso spirito con cui fotografano i monumenti del passato

Io non ho potuto fare a meno di paragonarlo a quello del Brennero che avevo visitato poco prima. In cima al Vaalserberg, il confine tra i tre Paesi è trasformato in occasione di gioco e divertimento, il modo migliore per celebrare, senza retorica, la scomparsa delle frontiere. Il Brennero, invece, è un villaggio mezzo abbandonato che ruota attorno a un cippo confinario che sbuca tra le auto parcheggiate dai clienti dell’Outlet.

Il sole incominciava a calare e il freddo a salire, per cui mi sono incamminato verso Vaals in Olanda, dove mi aspettava il bus per tornare ad Aachen, Aquisgrana per gli italiani, Aix La Chapelle per i francesi, Aken per gli olandesi.

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