L'Italiano torna «walsch» e (ri)scoppia la polemica

Alexander Ginestous
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Il termine, alla fine, si rifà all’antichità quando veniva usato dalle tribù germaniche per indicare gli abitanti dell’Impero romano, e cioè quei popoli in larga parte romanizzati che parlavano latino o una lingua celtica e che si erano insediate nei territori vicini. All’epoca si chiamano «Walhaz», ovvero “straniero”, “estraneo”. Oggi si dice «walsch», ed è una parola utilizzata per identificare in ambito germanofono locale le persone italiane in Alto Adige, e che viene avvertita ancora oggi come dispregiativa e offensiva. Certo, è leggermente meno innocua e volgare dell’opposto «crucchi», con la quale gli italiani chiamano i tedeschi (e non solo quelli dell’Alto Adige), ma il concetto, anche scontato, è un altro: se utilizzata in determinati ambienti la parola può avere un peso specifico pesante o quanto meno differente, sicuramente, se pronunciata ai tavoli di un bar o se scritta in un comunicato stampa di uno dei più famosi partiti del territorio, la Südtiroler Freiheit. Ed è così che è scoppiata la polemica – totalmente in salsa altoatesina – attorno alla consigliera provinciale Myriam Atz Tammerle.

Ma andiamo con ordine, perché la storia parte decisamente da più in giù. Dalla Puglia, con esattezza. Perché è da qui che arriva la «Tundo», azienda di Lecce con oltre 900 dipendenti in tutta Italia che lavora nell’ambito del trasporto pubblico, e che al momento si occupa del trasporto di persone disabili in Alto Adige. L’azienda ha partecipato lo scorso dicembre al bando per l’assegnamento dell’appalto del trasporto alunni della Provincia di Bolzano, e ha vinto il concorso. Ed è proprio qui che nasce la bufera: il partito secessionista ha chiesto infatti chiarimenti sull’andamento del bando, in quanto l’assegnamento dell’appalto ad un impresa pugliese (che opera come detto anche in Alto Adige), penalizza seriamente le imprese locali, già messe in ginocchio dalla crisi Covid. Uno sgambetto che proprio la consigliera Tammerle ha voluto sottolineare, precisando come la stessa ditta negli anni passati fu al centro di numerose polemiche per la bassa qualità del servizio e perché non pagava i dipendenti, e definendoli, appunto, «walsche», attraverso un comunicato stampa ufficiale intitolato «Nun auch ein walscher Schülertransport?», «Ora anche un trasporto scolastico italiano?».

La replica di Vettorato

Non è mancata l’immediata reazione del vicepresidente della Provincia Giuliano Vettorato che parla di un passo indietro nella pacifica convivenza costruita in 70 anni di percorso, intervallati da aspre battaglie politiche: «Siamo un esempio di convivenza e condivisione riconosciuto a livello internazionale, ma purtroppo, pare, a qualcuno, come nel caso della consigliera di SF Myriam Atz Tammerle, tutto ciò non ha insegnato nulla. Il termine “walsch” rimane un termine che per i nostri concittadini di madrelingua italiana assume un valore dispregiativo, solitamente utilizzato nelle locande, e non certo degno di un comunicato stampa politico. Basterebbe solo un pizzico di buon senso, nulla più, e anche quel rispetto che nella nostra Autonomia non deve mai mancare. Buon martedì a tutti voi: ci serviva proprio una bella provocazione gratuita», conclude Vettorato.

Kompatscher: «Parola fuori luogo»

Anche il presidente della provincia Arno Kompatscher è intervenuto sulla questione, allineandosi al pensiero del suo vice: «Parole e atteggiamenti provocatori non fanno progredire la nostra terra, anche se per qualcuno sono irrinunciabili. L’uso della parola Walsch con una connotazione negativa è del tutto fuori luogo. In Alto Adige dovremmo invece essere ancora più rispettosi delle diverse sensibilità».

Alexander Ginestous

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