Il passato che non passa, se anche 4 piloni di cemento servono a far polemica

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Non se ne esce. Nel decadentismo dorato di Bolzano, dove ogni piccola deviazione dallo stereotipo idealtipico asburgico – peraltro mai visto – viene scambiata per una bomba atomica, anche il restauro di quattro piloni in cemento armato serve a dividersi. I fatti: i quattro piloni in questione, antistanti una piazza, hanno bisogno di restauri. Pezzi di cemento rischiano di staccarsi e di colpire i passanti. La giunta vara interventi di restauro. Peccato che quelli non siano solo piloni in cemento siano pennoni (ovvero piloni atti a supportare – o sopportare – bandiere, lupe e leoni), che la loro realizzazione ricada in epoca fascista e siano antistanti non a una piazza qualsiasi ma a piazza Vittoria e all’omonimo monumento risemantizzato grazie al provvidenziale intervento che ha portato alla realizzazione del museo Bz 18-45. E che – non si capisce perché – la Svp abbia espresso voto contrario e Heimatbund e Suedtiroler Freiheit (questi sì capiamo perché) abbiano urlato contro i «costosi interventi di recupero di monumenti e relitti fascisti». Un piccolo ritratto di una città ostaggio del suo passato.

Nel Sudtirolo all’eterna ricerca del passato dorato che più non c’è, ci sarà sempre qualcuno più puro pronto ad epurare. Qualsiasi cosa facciamo. Ma noi che siamo per la risemantizzazione di tutto (perché la storia è essa stessa risemantizzazione) – da piazza della Vittoria (ma anche di via Cadorna se proprio vogliamo…) fino allo scialbo bassorilievo del capoccione a cavallo finito nel ’53 con tanto di «credere, obbedire, combattere» davanti al tribunale della Repubblica dove si amministra la giustizia – non possiamo farci prendere in giro con quattro pennoni che servono sempre e solo al gioco delle parti, funzionale a eterne rendite di posizione nazionalistiche ed etniche, di lingua italiana e tedesca. Siamo con la via stretta di chi amministra: Renzo Caramaschi («Conservare l’aspetto originario di piazza Vitoria non significa in alcun modo essere fascisti, o pro-Mussoliniani. Respingo perciò con forza al mittente le accuse di becero nazionalismo»), Arno Kompatscher (che sull’opera che si inaugura domenica 5 novembre parla di «condivisione dei valori della libertà e della democrazia di tutti noi sudtirolesi») e con chi, come noi, pretende dalla politica risposte che riguardano quello che sarà, non quel che è stato. (lu.b.)

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