Turismo in Alto Adige: un modello in crisi e la scorciatoia dell'aumento dei prezzi

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Alto Adige. Di fronte alle polemiche scatenate dal fenomeno dell’overtourism, sempre più spesso gli addetti ai lavori sudtirolesi sostengono che bisogna alzare i prezzi. L’idea di fondo è che solo aumentando le tariffe degli alloggi e dei servizi turistici si possano evitare gli affollamenti e i “danni collaterali” provocati dai turisti “impreparati” che non colgono le particolarità del territorio.
Puntare sulla qualità resta sacrosanto, ma è cosa diversa dall’aumento dei prezzi per tenere lontani certe categorie di ospiti. In queste pagine abbiamo già sottolineato come quest’idea di fondo abbia ricadute spiacevoli sulla convivenza civile del territorio, ma vale la pena approfondire il tema in maniera più ampia e concreta.

Il turismo invernale
L’Alto Adige ha un’offerta turistica buona per tutte le stagioni: le escursioni d’estate, lo sci d’inverno, i “Törggelen” in autunno e i laghi e le piste ciclabili in primavera. Per capirci, a ottobre, si registrano in Alto Adige più presenze che a gennaio (695.000 contro 691.000 nel 2025), ma molte meno che a giugno (956.000). Una grande differenza nell’offerta turistica stagionale, è data proprio dal prezzo. Mentre in estate, ma anche in primavera e in autunno, il costo della vacanza è limitato a vitto, alloggio e scarponi o bicicletta, in inverno le cifre salgono vertiginosamente a causa dell’equipaggiamento da sci e dallo skipass.
(Gli articoli che sottolineano i costi esagerati di una settimana bianca in Alto Adige sono facilmente reperibili in rete, ma qui trovate il report di Federconsumatori, e qui quello di Assoutenti).
Non si può negare che i dati sembrino dare ragione a chi pensa che il prezzo limiti l’overtourism. Presenze e pernottamenti invernali sono nettamente più bassi che in estate: 2.170.493 presenze e 9.590.639 pernottamenti nei mesi di dicembre, gennaio, febbraio 2025 contro le 3.435.455 presenze e i 15.149.095 pernottamenti di giugno, luglio e agosto dello stesso anno (Elaborazione da dati Astat).
Approfondendo la questione, però, non è difficile comprendere come anche i costi economici e gli effetti sull’ambiente siano molto diversi tra il turismo dei mesi estivi e quello dei mesi invernali. Basti considerare la bolletta energetica (sopra i mille metri incide molto di più il  riscaldamento invernale dell’aria condizionata estiva), gli impianti di risalita e quelli di innevamento.
Ma la questione principale è un’altra: legittimamente, gli albergatori fanno il possibile per riempire le strutture anche in inverno. I prezzi e la concorrenza, però, non permettono più di riempire le stanze con i soli visitatori provenienti da Germania; Italia e Olanda, per cui occorre rivolgersi ai “nuovi mercati” asiatici formati dai ricchi turisti provenienti dai paesi del Golfo Persico o da Cina, Giappone e Corea. L’impatto ambientale è conseguente, sia a livello globale che locale. A questo si aggiunga quanto sottolineato da Robert Demetz, presidente del Collegio dei Maestri di sci in Alto Adige, in un’intervista al Corriere della Sera: “Molti stranieri, provenienti soprattutto da Paesi con poca cultura della montagna — sono sempre di più — non si rendono conto dei rischi e dei danni che può provocare una caduta sugli sci. Anche i principianti non ricorrono ai maestri ma si affidano a un apprendimento da autodidatta, perfino con una condizione atletica non ideale”. Insomma, vanno aggiunti anche i costi legati all’assistenza sanitaria.
Sempre allo scopo di riempire le stanze nei mesi invernali, si è creato il circuito dei mercatini di Natale, tipica esaltazione del turismo “mordi e fuggi” che tutti condannano a parole, ma che promuovono nei fatti.
En passant, si ricorda che le multe funzionano come stimolo al rispetto delle regole solo nei confronti di chi ha un budget familiare da rispettare. Chi può permettersi di pagare anche mille euro per una notte in albergo non si fa certamente spaventare da qualche centinaio di euro da pagare per essere entrato in una zona interdetta alle auto, per aver sorpassato i limiti di velocità, o parcheggiato dove non consentito.
Il tutto, in un territorio di montagna che già registra 38 milioni di pernottamenti in un anno. La mancanza di turisti non sembra il problema principale che affligge la provincia di Bolzano.

Un modello in crisi
Il punto centrale, su cui torneremo approfonditamente in futuro, è, però, un altro. Questa ossessiva ricerca del “sold out” in ogni stagione sta demolendo un modello che si era mostrato equilibrato e vincente. Un modello che non si basava sui prezzi alti, ma sull’accoglienza familiare nelle classiche “Zimmer” e negli appartamenti turistici ospitati sopra o sotto le abitazioni dei residenti, o nei piccoli alberghi a gestione familiare (ne abbiamo parlato qui “Predoi: Bolzano vista da lontano e l’overtourism visto da vicino”).
Un modello turistico che permetteva una ricaduta economica anche su negozianti, ristoratori e bar del territorio, attualmente surclassato da un altro che mostra da tempo i suoi evidenti limiti.
Oggi, infatti, si privilegiano gli hotel “all inclusive” con conseguenti costi energetici ed ambientali che hanno ricadute molto diverse sul territorio. Grandi strutture che richiedono mano d’opera che non si trova più a livello locale e spesso nemmeno a livello nazionale o continentale. Questo genera un corto circuito che ancora non ha trovato soluzione, a partire dal costo degli affitti per i lavoratori del settore. Molti addetti alle camere e/o alla ristorazione sempre più spesso faticano a trovare un alloggio a prezzi sostenibili in provincia di Bolzano e si vedono costretti a scegliere altri luoghi di lavoro, magari con stipendi meno alti, ma che permettono di arrivare a fine mese con qualcosa in tasca. Così, paradossalmente, molte camere finiscono per restare inutilizzate per mancanza di personale.
Eppure c’è chi vuole aumentare i posti letto

Nel frattempo, a microfoni spenti, si moltiplicano le lamentele di operatori turistici sudtirolesi che fanno sempre più fatica ad accogliere le richieste di chi pretende sempre di più, senza tener minimamente conto delle particolarità del territorio che li circonda e cercano possibili vie d’uscita.
Nelle prossime settimane proveremo a farglielo ripetere anche a microfoni accesi.

Massimiliano Boschi 

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