San Candido, l’outlet village che piace ai turisti e non sa di confine

Pubblicato il 7 Settembre 2019 in Alto Adige DOC

 

Torna Alto Adige Doc: la rubrica che racconta l’Alto Adige lontano dagli stereotipi. Dopo un agosto di pausa, si ricomincia. E per chi si fosse perso qualche puntata precedente, nessun problema: eccole tutte. Per leggere l’antefatto al Brennero: https://www.altoadigeinnovazione.it/brennero-pakistan/

San Candido è l’”altro confine”, quello di cui non si parla quasi mai perché non c’è molto da dire. La località dell’Alta Pusteria sembra, infatti, impermeabile a quei mutamenti socio politici che attraversano, e a volte travolgono, il Brennero. La crisi dei profughi del 2016 l’ha solo sfiorata, mentre il trattato di Schengen non ha lasciato le cicatrici visibilissime dal Brennero a Fortezza.

Arrivo a San Candido al termine di un lento e piacevolissimo viaggio a bordo di un comodo e silenzioso treno regionale in piena alta stagione turistica. Uscito dalla stazione, invece di proseguire verso il centro, raggiungo la sede della Papin Sport, azienda leader in Europa nel noleggio delle biciclette.  Una leadership che deve moltissimo alla sua collocazione proprio all’inizio dell’ormai mitica ciclabile da San Candido a Lienz: 42 km di lunghezza con 500 metri di dislivello in discesa. Gli altri numeri ce li fornisce Thomas Schmidhofer, amministratore di Papin Sport: «Nei giorni di maggiore affluenza a San Candido arriviamo a noleggiare fino a cinquemila biciclette al giorno  (totale tra privati, alberghi e tutti i noleggiatori Ndr). Per chi lo desidera, pagando sei euro, forniamo anche il servizio di trasporto bici per il ritorno. Le riportiamo al punto di partenza a cinquanta alla volta con i nostri automezzi».

Per valutare le dimensioni del business basti ricordare che il noleggio di una bici, nel mese di agosto, parte dai venti euro al giorno (city bike per adulto), un prezzo che include assistenza tecnica e mezzo litro di acqua minerale.

Lo stabilimento che visito insieme a Schmidhofer può ospitare circa 5000 biciclette, ma in totale, sommando vari i punti di noleggio, si arriva a 12.000 biciclette noleggiabili. Evidentemente, Papin Sport ha saputo sfruttare al meglio tutto questo, specializzandosi nel noleggio delle bici e soprattutto nella logistica del turismo in bici, tanto da allargare il proprio raggio d’azione a livello europeo: «Abbiamo iniziato 30 anni fa, raddoppiando il numero di biciclette di anno in anno e comunque ogni agosto abbiamo sempre avuto giornate in cui siamo rimasti senza. Oggi, forniamo servizi di logistica per i maggiori percorsi ciclabili d’Europa e biciclette per il noleggio a oltre 250 alberghi».

Ma Schmiedhofer ci tiene a sottolineare anche le ricadute positive per l’intero territorio, compreso quello austriaco. «Come detto, noi forniamo il servizio di recupero bici a Lienz, ma i turisti tornano col treno ed è grazie a loro che il servizio ferroviario tra Lienz e San Candido riesce ad essere ancora attivo. E’ stato calcolato che chi noleggia la bici spende circa 50 euro in una giornata, metà in Italia per colazione e noleggio e metà in Austria per un pasto prima di rientrare. Anche a Lienz hanno di che essere contenti».

Il discorso è (molto) diverso per chi vive nelle città austriache attraversate da questa enorme massa di “ciclisti della domenica”, quasi tutti italiani. Le lamentele riguardano soprattutto il numero e le ridotte capacità di guida di chi scende verso Lienz. Detto fuori dai denti, molti dei turisti che noleggiano le biciclette non le usano abitualmente e si ritrovano a guidarle insieme a tutta la famiglia in mezzo a un traffico che equivale a una trentina di gruppi del Giro d’Italia. Le cadute non sono un’eccezione. Sto quindi ben attento ad attraversare la ciclabile che passa proprio a fianco di Papin Sport e mi dirigo verso il centro di San Candido e la sua zona pedonale. Essenzialmente, come in altri centri turistici dell’Alto Adige, le attrazioni sono racchiuse in un paio di strade, solo che qui l’effetto è più “straniante”.

Sarà la barra che si supera per entrare, sarà la pulizia della strada o i colore degli edifici che si affacciano, sarà il carretto dei gelati in stile anni Cinquanta, saranno gli albergatori adoratori del kitsch, o il cubo in cemento che ospita il nuovo padiglione musicale, ma mi sembra di essere in visita a uno degli Outlet village che sono sorti come funghi negli ultimi vent’anni, quelli creati a tavolino e ispirati ai centri storici. A peggiorare la visione di insieme, la scritta 1250 che celebra gli anni di vita della cittadina. E’ collocata in fondo alle vie dei negozi, proprio sotto alla chiesa di San Michele. Gli anziani seduti dietro alla scritta, all’ombra di due alberi striminziti, evocano inevitabilmente le atmosfere del centro commerciale, quelli in cui ci si ritrova attorno a fontane improbabili alla ricerca di un po’ di riposo e tanto fresco.

La vita sembra scorrere altrove, qui tutto sembra pensato esclusivamente per i turisti, pure un tantino annoiati. Lo dimostra, per esempio, la mamma che prova a scuotere il figlio adolescente, evidentemente colpito da un attacco di orchite, invitandolo a recarsi sotto il vicino albergo dove è stata creata una apposita “selfie zone”. Il ragazzo, fortunatamente, nemmeno sembra sentirla e ciondola verso la più vicina zona d’ombra (shadow zone).

Detto in altre parole, il centro di San Candido sembra trasformato in quello che Marco d’Eramo ha definito “l’arsenale di dispositivi consolidati che permette di attirare gli appassionati di trattenere, di organizzare l’economia del loro tempo. (…) Stereotipi del pittoresco urbano, cassette delle lettere, targhette, stradine, argini, passaggi pedonali, selciati a sampietrini o all’antica, equipaggiati di arredi industriali standard  (candelabri, panche, panieri di rifiuti, telefoni pubblici) retrò o meno, rallegrati – secondo lo spazio disponibile – da fontane, vasi rustici di fiori e di arboscelli internazionali; stereotipi dello svago urbano. Città turistiche che, per attrarre i turisti e per esaltare la propria irripetibile unicità, si ridisegnano, si ripensano, si riprogettano tutte uguali tra loro, nella lotta per sottrarsi turisti” (Il Selfie del mondo – Feltrinelli).

A dire il vero, però, sembro l’unico a non apprezzare il panorama. I turisti sono troppo presi dalle vetrine e dalla ricerca del fresco, mentre negozianti, albergatori e ristoratori si godono il flusso di cassa. Per cercare chi non apprezza occorre un po’ più di confidenza e la garanzia dell’anonimato: «Qui –  mi viene confessato.  – è difficile percepire il confine, il Brennero non è nemmeno paragonabile. San Candido è cambiata molto e credo che non siamo ancora arrivati alla fine. E’ vero, non è facile comprendere fin dove ci spingeremo, ma al momento l’obiettivo sembra Disneyland».

A preoccupare di più è l’appiattimento dell’offerta e il travisamento del passato: «Fino a qualche anno fa – prosegue l’anonimo pusterese – la città aveva un’altra identità che funzionava tutto l’anno. Oggi, invece, non si punta più sulla qualità e su investimenti a lungo termine, si preferisce sfruttare il momento. Persino la tradizionale Volksmusik è offerta ai turisti senza badare alla qualità. Tutto viene venduto come specialità locale, ma nessuno sembra voler leggere l’etichetta di quel che si è acquistato. D’altra parte viviamo in una società sempre meno critica, e molti finiscono per seguire la strada più facile. D’altra parte, è anche vero che i turisti non sembrano farsi tante domande, e se va bene a loro sembra andar bene a tutti».

Parole espresse da chi, evidentemente, vuole molto bene alla propria città e nel vederla così cambiata si lascia trascinare dal pessimismo: «Mi ricordo le discussioni di qualche anno fa, quando dicevamo che non volevamo finire come Cortina. Ai tempi era il cattivo esempio perché non offriva nulla fuori stagione, per i prezzi alti e per la qualità dell’offerta nella ristorazione. Oggi, invece, sembriamo voler seguire la stessa strada. Così aumentano a dismisura alberghi e ristoranti per cui non basta più la manodopera locale e si è costretti a cercarla fuori. Nel resto d’Italia e nel resto d’Europa. Il risultato è che quando finisce la stagione turistica non se ne vanno solo i turisti ma anche i lavoratori».

Ascolto lo sfogo, so che non tutto va così male, ma al momento non ho la forza di ribattere e anche io me ne vado. Mentre mi incammino verso la stazione penso che come il Brennero, anche San Candido mostra la faccia estrema di due aspetti fondamentali dell’Alto Adige: una come zona di confine attraversata da cambiamenti globali, l’altra dal grande afflusso turistico.

La gestione di questi fenomeni non appare facile, ma il Brennero e San Candido, sembrano aver molto da insegnare rispetto a rischi e prospettive dei prossimi anni. Forse solo ai confini si può celebrare degnamente il centenario di questa provincia.

Massimiliano Boschi

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