Riflettori e gabbie come in carcere: l'urbanistica che fa paura

di Massimiliano Boschi  
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Bolzano. Torno in piazza Matteotti dopo una settimana, ma questa volta è un punto di partenza e non di arrivo. Pare che qualcosa si stia muovendo rispetto alla conclusione dei lavori, ma cerco di cambiare punto di vista, stavolta osservo dal basso. La chiacchierata con Paola Francesconi che abita proprio sopra la piazza, si era chiusa parlando della nuova illuminazione: «Le luci sono altissime e posizionate in cima a due case, l’effetto è quello dei riflettori sul cortile di un carcere. Non conosco i motivi della scelta, ma so che è stata pessima, io non ho nemmeno bisogno di accendere le luci in casa, convivo tutte le notti con due nuove lune». Una delle ipotesi è che sia un’illuminazione a favor di telecamera (di sicurezza), per permettere inquadrature più precise, ma risulta evidente che sopra a ogni telecamera è già collocata un’apposita luce. Ma, come premesso, questa volta Piazza Matteotti è solo un punto di partenza e seguendo le indicazioni di Paola Francesconi, mi incammino tra cortili e giardini delle case vicine. In effetti tra un edificio e un altro ci sono molti giardini, ma a ognuno di questi corrisponde un cartello che invita ad avere cura del verde e vieta il gioco del pallone, il transito in bicicletta nonché le passeggiate con i cani (La grafica non è molto specifica e quindi mi attengo all’immagine).

Di questi cartelli ne conto a decine, decido di fotografarne qualcuno mentre passeggio tra i viottoli che attraversano i palazzi, in gran parte case Ipes. Le persone che incrocio indossano quasi tutte la mascherina, qualcuno lascia scoperto il naso, ma si tratta di una netta minoranza. I discorsi sono monopolizzati dal lockdown e a ogni «Come va?» rispondono allargando le braccia e lamentandosi della chiusura, del non potere uscire di casa. Questo mi fa pensare ai commenti letti sui social dopo gli attentati di Parigi del 2015. Quel frequentissimo «Non si può più uscire di casa» su cui mi ero già dilungato (qui). Il confronto tra quei commenti dopo un attentato che aveva ucciso 137 persone a mille chilometri di distanza e quelli attuali dopo che  in Alto Adige sono morte oltre mille persone a causa di un virus, innesca uno di quei corti circuiti che hanno dato il via a questa rubrica.

Perché a seguito degli attentati di Parigi, aeroporti, stazioni ferroviarie e della metropolitana delle principali città italiane sono sorvegliate dall’esercito. Dopo l’attentato di Berlino del dicembre 2016, quando un terrorista a bordo di un camion ha investito decine di persone che affollavano il mercatino natalizio uccidendone 12, anche a Bolzano sono stati installati i new jersey a protezione delle zone pedonali e non sono più scomparsi. Oggi, invece, dopo 54 morti dell’ultima settimana (19-25 febbraio) e i mille morti in meno di un anno nel solo Alto Adige, la maggior parte dei commenti si divide tra chi cerca ancora capri espiatori e chi nega la pericolosità del virus. Immagino che la differenza di percezione abbia molto a che fare con la violenza, ma poi vengo colpito da un’immagine che mi propone un punto di vista differente. Dietro a cancelli, inferriate e cartelli di divieto che affollano ogni area comune, noto finestre che anche al piano terra non hanno inferriate. A Bologna, dove sono nato e cresciuto sono pressoché la regola. Se la sicurezza è un tema così importante, tanto da chiedere l’intervento dell’esercito e da installare centinaia di telecamere per le strade, perché a livello privato non si prendono le stesse drastiche contromisure?  Nel frattempo continuo il mio giro tra cortili e giardini. I primi occupati dalle auto e i secondi dai cartelli che proibiscono il gioco e a volte anche la sola sosta. Certo non mancano gli spazi gioco per bambini, debitamente recintati e dotati di cartelli che vietano di bere e fumare. Incrocio anche un paio di campetti da calcio o da basket, delle vere e proprie gabbie.

Chi è cresciuto giocando a calcio o a nascondini nei cortili e nei giardinetti, rischia un attacco di claustrofobia, ma lo sguardo di insieme serve solo a sottolineare la nostalgia fuori luogo. E’ evidentissimo che ha vinto per distacco una determinata visione della città, quella per cui il riposo dei residenti risulta molto più importante del divertimento dei più piccoli. La vita è altrove. A forza di camminare senza meta tra i palazzi, mi accorgo di non sapere più dove mi trovo, poi, per fortuna, incrocio via della Visitazione, una strada lunghissima che taglia la periferia e che utilizzo spesso come punto di riferimento. Proprio all’imbocco della strada, scorgo due signori che parlando stanno molto vicini e in un contesto come quello attuale fanno un certo effetto. Mi affianco, sono due anziani: uno indossa la mascherina FFP2, l’altro una chirurgica che gli lascia scoperto il naso. Si stanno confrontando sull’età a voce decisamente alta, così apprendo che il secondo ha ottantasette anni e il primo solo 81. Quest’ultimo, forse spinto dalla compassione per il più anziano, si abbassa la mascherina per farsi sentire. Vederli parlare a così stretto contatto dovrebbe scatenare paura, forse indignazione, e invece vien voglia di abbracciarli. Le strade della percezione umana sono decisamente tortuose. A proposito di strade, al termine di quel tratto di via Visitazione fotografo il cartello che invita gli automobilisti alla cautela perché si sta attraversando una zona residenziale.  Raffigura una casetta e dei bambini che giocano per strada. I grafici si saranno ispirati a una foto d’epoca…

Massimiliano Boschi

Si ringrazia Sergio Previte per la collaborazione nella raccolta delle immagini

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