Telecamere sull’insicurezza: storia triste di una percezione sbagliata

Pubblicato il 12 Ottobre 2019 in Alto Adige DOC

 

Alto Adige Doc: la rubrica che racconta l’Alto Adige lontano dagli stereotipi. Per chi si fosse perso qualche puntata precedente, nessun problema: eccole tutte.

Questa rubrica nasce con un intento preciso: provare a raccontare questo territorio tenendosi il più possibile alla larga dai luoghi comuni e dalla polarizzazione del dibattito pubblico. Farlo significa innanzitutto andare sul posto, trovare dati, verificarli e, di conseguenza darsi il tempo e lo spazio necessario per raccontare quanto si è osservato. Questo non significa non avere o esprimere un’opinione, ma che occorre saperla mettere in discussione di fronte a fatti e dati che non la confermano.

Gore Vidal sosteneva che: «E’ il modo in cui si sfrutta la paura dell’elettorato che scopre il gioco» e chi scrive ne è pienamente consapevole, ma questo non cambia l’approccio, occorre comunque comprendere dove e come nascono queste paure e in che modo vengono rappresentate. Ritengo necessaria questa piccola premessa perché torniamo sul tema caldo di questi ultimi vent’anni: la sicurezza.

Nel giorno seguente agli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, sulla bacheca Facebook di un media locale, compariva una frase che mi ha colpito molto di più della valanga di insulti che piovevano su stranieri e islamici. Un commento sommerso da una valanga di like: «Non si può più uscire di casa». Evidentemente, quel che era accaduto a Parigi spingeva molti bolzanini a sentirsi insicuri. Un sentimento che non si può minimizzare, dato che, per esempio, dopo gli attentati di Berlino e Nizza sono comparse le barriere a protezione di Piazza Walther e via Museo, così come dopo l’11 settembre è incominciata la guerra ai liquidi in aeroporto. Eppure la storia dell’Alto Adige come quella di gran parte d’Italia non è estranea al terrorismo. In passato, però, la risposta appariva molto più legata a chi commetteva gli attentati e meno a “tranquillizzare” la popolazione.

Detto questo, torno a scrivere di sicurezza partendo dalla sua definizione: «La condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli, o che dà la possibilità di prevenire, eliminare o rendere meno gravi danni, rischi, difficoltà, evenienze spiacevoli, e simili» (Treccani). Chiara e precisa, ma cosa ci fa sentire esenti da rischi? La vicinanza o la lontananza dal pericolo? Solo questa settimana un giovane motociclista è deceduto a Frangarto, un automobilista è morto in Val Pusteria e una ciclista è stata travolta da un Tir in Corso Libertà a Bolzano. Eppure, oggi tutti hanno ripreso la propria auto, bici e moto per muoversi, senza pensare che «Non si può più uscire di casa».

Per comprendere meglio questo meccanismo sono andato al comando della polizia municipale di Bolzano che da sempre si occupa di traffico e da qualche anno anche e –  in maniera sempre più massiccia – di sicurezza in città.

Nell’accogliermi nel suo ufficio, il comandante Sergio Ronchetti è partito proprio da questo: «Negli ultimi anni il nostro ruolo è profondamente cambiato. Non siamo più visti solo come gli agenti destinati alla direzione del traffico, ora siamo pienamente coinvolti sia dallo Stato che dagli amministratori locali nelle scelte relative alla sicurezza urbana. Così abbiamo dovuto strutturarci in maniera differente ed è nato il nucleo operativo di sicurezza urbana allo scopo di monitorare il territorio in maniera quotidiana e continua».

Da questo punto di vista, il corpo della polizia municipale sembra svolgere un ruolo particolare, rapportandosi quotidianamente con polizia e carabinieri ma anche con le associazioni e gli enti sociali presenti sul territorio: «Il nostro scopo – spiega Ronchetti – è quello di individuare le zone di disagio e di intervenire in collaborazione con le associazioni per contenerli. Penso per esempio agli insediamenti abusivi o ai luoghi frequentati da persone che vivono ai margini della società. L’attività di sicurezza ci spinge inoltre a collaborare con polizia, carabinieri e guardia di finanza mettendo a disposizione la nostra profonda conoscenza del territorio».

E a chi vanta una profonda conoscenza del territorio è inevitabile chiedere se pensa che Bolzano sia una città sicura. «Io penso di sì, e credo sia una realtà oggettiva che si basa sui dati. Credo sia fondamentale dividere tra sicurezza oggettiva e sua percezione. Penso che Bolzano sia una città sicura anche se in molti preferiscono sventolare la bandiera del malcontento per episodi che avvengono anche altrove e in maniera molto più frequente. Posso dire che qui gli episodi criminosi vengono contrastati con puntuale efficacia da questura e carabinieri, ma credo vadano ridimensionate anche le dimensioni della paura. Io vedo girare molte ragazze da sole di notte, così come molti continuano a correre tranquillamente lungo il Talvera anche quando è buio. Credo che una buona fetta di cittadini non si sia fatta condizionare dalla paura, forse la sensazione di insicurezza è dettata in particolar modo dalla paura del diverso».

Che il dibattito pubblico, soprattutto quello sui social network, finisca per farci credere no solo di essere circondati da criminali, ma anche da razzisti e fifoni?

Il comandante Ronchetti, però, preferisce proseguire restando sui fatti, su quel che osserva quotidianamente: «Non nego che alcune situazioni, soprattutto nei dintorni della stazione, non possano generare disagio nei cittadini, ma sono zone attentamente monitorate e non mancano le operazioni di polizia anche eclatanti per mantenere il controllo dell’area. Occorre, però comprendere che non tutto si può risolvere a livello di polizia. Le forze dell’ordine fanno il loro dovere ma non possono risolvere tutti i problemi di una società».

Nel frattempo, però, sono state acquistate nuove telecamere ed è stato varato il Daspo urbano, quest’ultimo attivo dallo scorso 26 settembre: «Al momento non abbiamo ancora avuto occasione di applicarlo – precisa il comandante – . La norma nasce per garantire alla cittadinanza di usufruire liberamente di alcuni spazi pubblici, ma devo dire che, al momento, la situazione è migliorata grazie all’aiuto di alcune associazioni ed enti che hanno preso in carico gli individui che creavano maggiori problemi. Gli effetti del Daspo non possiamo ancora valutarli». Più difficile, invece, comprendere l’effetto sui ragazzi africani provenienti dal Trentino e dal Veneto che chiedono l’elemosina in città. Per alcuni giorni sono scomparsi. «L’abbiamo notato anche noi ma non conosciamo i motivi. Non essendo residenti nel nostro territorio non sappiamo cosa possa averli tenuti lontano».

Si potrebbe pensare che il Daspo funzioni come il vecchio slogan di un noto lassativo, forse «basta la parola». I dati che fornisce il comandante sembrano, però, smentire la teoria. «Mi si consenta una premessa, dopo lunghe discussioni il Daspo è stato approvato e a noi spetta il compito di applicarlo. Ricordo che quando scatta il Daspo nei confronti di una persona, quest’ultima non può ripresentarsi nel raggio di 300 metri da quell’area. Se lo fa viene sanzionata. Inoltre, il questore può intervenire solo in caso di pericolo per la pubblica sicurezza e chi, per esempio, lorda un parco pubblico, non costituisce questo pericolo. Solo per fare un esempio, il Comune di Verona ha già emesso oltre mille Daspo ma la questura è intervenuta solo in sette o otto casi».

L’esperimento è appena iniziato e comunque la valutazione non spetta al comandante, ma le dichiarazioni rilasciate ai media locali del sindaco Caramaschi e dall’assessore Juri Andriollo fanno intendere quali risultati siano attesi. Per il primo: «Il Daspo Urbano è un piccolo provvedimento che speriamo possa servire a migliorare la situazione», per il secondo: «Il rischio che i bivacchi si limitino a spostarsi c’è, ma sono convinto che tutto si risolverà con l’apertura del cantiere che interesserà anche il parco stazione nell’ambito del progetto di riqualificazione della zona».

Per quel che riguarda le telecamere, Ronchetti mi apre le porte della sala di controllo del comando. La sala ospita circa una ventina di schermi che rimandano, a rotazione, le immagini di novanta telecamere. «Per noi sono uno strumento utile soprattutto riguardo al monitoraggio del traffico, agli incidenti d’auto o al rintracciamento ai mezzi di chi ha causato un incidente e si è dato alla fuga. In presenza di indagini possono essere consultati da polizia e carabinieri che ci chiedono il materiale registrato che viene conservato nei tempi stabiliti dalla legge e successivamente cancellato».

In effetti, mentre sono presente, la maggior parte degli schermi rimanda immagini delle arterie stradali più “sensibili”. I cantieri stanno creando notevoli difficoltà alla viabilità di Bolzano e l’attenzione è concentrata in gran parte su questo aspetto. Come noto, sull’uso delle telecamere il dibattito è piuttosto acceso e anche sull’efficacia sono stati sollevati dubbi piuttosto pesanti (si veda qui). Recentemente, a Bolzano sono tornate utili per chiarire le modalità di un arresto avvenuto in via Dante. Le immagini hanno portato alla sospensione di due carabinieri per arresto illegale.

La città di Bolzano avrà 250 telecamere di videosorveglianza attive entro il 2020, sembrano un’enormità e il fatto che praticamente ogni cittadino sia in possesso di una telecamera all’interno del proprio smartphone sembra non modificare l’approccio, a breve anche alcuni agenti della municipale verranno dotati di bodycam. Ringrazio e saluto il comandante Ronchetti ed esco dalla sala controllo della polizia municipale poco prima che il ritrovamento di una bomba inesplosa della seconda guerra mondiale in Piazza Verde non mandi in tilt l’intero traffico cittadino. Viene annunciato che la bomba non sarà rimossa prima di dieci giorni e, nell’attesa, il sindaco consiglia di non usare l’auto. Rientrato a casa cerco sulle bacheche Facebook qualcuno che scriva: «Non si può più uscire di casa». Non lo trovo.

Massimiliano Boschi

 

 

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