Palermo: il potere di veto dell'Svp è scritto nero su bianco nella legge elettorale

Massimiliano Boschi
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Nell’articolo pubblicato qui, avevamo evidenziato non solo lo strapotere dell’Svp, ma anche la mancanza di una concreta alternativa con forti legami sul territorio. In questi spazi, però, abbiamo sempre preferito l’indagine alla denuncia. Nel caso specifico, ci siamo chiesti cosa abbia condotto a questo stato di cose e, come d’abitudine, siamo andati da Francesco Palermo per chiedergli quanto la legge elettorale vigente contribuisca ad allontanare ogni possibilità di cambiamento.
La risposta di Francesco Palermo, ha il pregio di essere molto chiara: «La legge elettorale agevola queste prassi. Per il semplice motivo aritmetico per cui, dovendosi la maggioranza costituire in consiglio indipendentemente da chi sia il sindaco eletto, i partiti più rappresentativi hanno un peso maggiore. Quindi nei rari casi in cui la SVP non sia al governo (anche qualche lista civica in realtà è una costola della SVP) il suo potere di veto è molto più ampio di quello di qualsiasi altra lista. Merano docet».

A dire il vero, le leggi elettorali sono due, una per i comuni sopra i 15.000 abitanti e una per quelli sotto…

«Non c’è in questo differenza tra comuni sopra e sotto i 15.000 abitanti, a parte il fatto appunto che il fattore etnico tende a svanire più si riduce la dimensione. Ma credo vada tenuto conto anche un altro aspetto, un fattore politico, non legato alla legge elettorale ma importante, per cui avere la SVP in giunta garantisce un rapporto migliore con la Provincia, e vista la dipendenza strettissima dei comuni dalla provincia (a partire dal fattore finanziario), c’è da pensarci mille volte prima di estromettere la SVP».

Nella nostra indagine sul risultato elettorale, non abbiamo toccato il “Caso San Candido”, dove non ci saranno assessori italiani in Giunta. La possiamo considerare una crepa nel sistema?

«La legge regionale prevede che la composizione etnica delle giunte comunali si adegui alla proporzione della composizione dei consigli, esattamente come a livello provinciale (salvo l’obbligo di includere in Giunta i gruppi linguistici che abbiano espresso almeno 2 consiglieri comunali). Ma questa disposizione a mio avviso stravolge lo statuto di autonomia: il quale prevede espressamente la proporzionalità tra consiglio e Giunta in Provincia, mentre non la prevede affatto a livello comunale. Così si impedisce di chiamare in Giunta l’unico consigliere italiano anche in presenza della volontà politica di farlo (appunto quanto accaduto a  San Candido): secondo me questa disposizione contraddice la lettera e lo spirito dello statuto, perché se fosse stata questa la volontà dello statuto, sarebbe stata esplicitata, come per la composizione della Giunta provinciale. Per accertarne l’eventuale illegittimità costituzionale ci vorrebbe un ricorso e nessuno è disposto a farlo. La regola dunque per il momento resta questa, e limita ulteriormente la possibilità di una rappresentanza che tenga conto del fattore linguistico e di conseguenza elimina un possibile ulteriore ostacolo alla strategia SVP di avere un veto sostanzialmente assoluto sulla composizione delle giunte comunali».

Un’ultima questione “tecnica”. Spesso ci si ritrova in situazione di stallo a causa di Consigli Comunali in numero pari, questo porta a situazioni di stallo con due liste che si ritrovano con lo stesso numero di consiglieri.  Non si possono immaginare correttivi?

«Il numero di consiglieri è determinato dalla legge regionale. L’art. 44 c. 2 l. regionale 2/2018 (Codice degli Enti Locali della Regione autonoma T-AA). Quindi basterebbe una modifica alla legge regionale (che poi di fatto è provinciale perché ha disposizioni diverse per le due Province) per introdurre numeri dispari per tutti i consigli comunali. Se vi siano ragioni politiche particolarmente serie per non farlo non lo so ma non mi risulta, anche perché in alcuni casi esistono numeri pari e in altri dispari».

Massimiliano Boschi

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