Cosa ci insegnano i lama sul Renon, una storia lunga 25 anni che resiste alla pandemia

di Massimiliano Boschi
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Per chi abita a Bolzano è il “Sudtirolo prêt-à-porter”. Quindici minuti scarsi di funivia e si cambia decisamente aria, sotto diversi punti di vista. L’Altopiano del Renon non è come San Genesio e il Colle, le due altre principali mete delle passeggiate di chi abita nel capoluogo, è un concentrato di sudtirolesità con alcune caratteristiche uniche.  Ottomila abitanti, al 95% di lingua tedesca, terra di allevatori, alberghi e seconde case, ospita due delle più note imprese sudtirolesi: la Loacker e la Finstral. Per raggiungere il Renon utilizzo molto spesso e molto volentieri la funivia che parte a pochi passi dalla stazione ferroviaria di Bolzano. Ci salgo talmente spesso che la considero poco più di un ascensore. Se fa troppo caldo, se è una bella giornata di sole invernale, se voglio camminare senza dovermi arrampicare, se mi va di allungare le gambe sotto al tavolo di una malga, se voglio godermi un tramonto fuori da ogni tipo di traffico, mi bastano venti minuti mi ritrovo ai 1222 metri della stazione a monte della funivia.

Da quella funivia ho scattato centinaia di foto e altrettante camminando lungo i sentieri che attraversano l’altipiano. Perché il Renon è instagrammabile come pochi: l’elegante cabina della funivia che si staglia sullo sfondo “pandorato” dello Sciliar, il trenino rosso che si infila tra gli alberi, le “piramidi di terra” e il campanile a cipolla della chiesetta di Mittelberg. Chi volesse comprenderne l’atmosfera può guardarsi i primi tre minuti di “Abbi Fede” su Raiplay. Ma non bisogna fermarsi alle apparenze, perché il Renon è qualcosa di diverso dalla classica cartolina dell’Alto Adige e ci si mette pochissimo a capirlo. Per esempio, l’animale simbolo dell’altopiano è diventato il lama, non proprio un animale “altoatesino Doc” e se i lama e gli alpaca del Renon sono ormai famosi in mezzo mondo lo si deve a Walter Mair del Kaserhof di Soprabolzano.

Tutto è iniziato nel 1996 con sei parole, che lui ha pronunciato in tedesco, ma che qui scriviamo in italiano: “Dai sono belli, ne compro due“. Mair, era partito dal Renon per comprare uno stallone arabo in un allevamento tedesco, ma si era ritrovato ad ammirare la simpatia e la bellezza di due lama andini e si è portato a casa quelli. Così ha acquistato due femmine gravide, nonostante il prezzo non fosse proprio economico e a oltre vent’anni di distanza Mair può dire di aver avuto ragione nonostante lo scetticismo diffuso. Ora gestisce il più grande e antico allevamento d’Italia, tra i più rinomati d’Europa.  Grazie ai lama e con i lama, Mair si è fatto ricevere da Papa Francesco in Vaticano, ospitare a “Italia’s got Talent”, ma soprattutto, grazie a loro sta sopravvivendo economicamente agli effetti della pandemia: “Non potendo ospitare turisti nelle nostre camere e nella nostra trattoria, l’allevamento dei lama è fondamentale e sta andando molto bene. Nonostante, o forse proprio grazie al lockdown, abbiamo venduto decine di animali a ottimi prezzi. Per fortuna il nostro sito è fatto molto bene, ogni esemplare ha la sua scheda e siamo molto apprezzati per la nostra capacità di addestramento così gli affari non si sono fermati. Nei prossimi giorni dovrò consegnare animali nel Lazio, in Toscana, Liguria, Francia e Germania. La pandemia ha anche aumentato la richiesta e i prezzi si sono alzati”.

Un volume di affari che nessuno avrebbe mai immaginato nel 1996: «E’ vero, oggi tutto è diverso. Quasi tutti sanno cosa sono i lama e gli alpaca, non sono più gli animali che sputano. Chi li compra lo fa per poterli accudire, quasi come fossero animali domestici. Sono docili e tranquilli e trasmettono pace a chi li frequenta. In tempi di lockdown, impossibilitati a muoversi, molti hanno deciso di comprarsi degli animali e recentemente ne ho consegnati tredici a un unico allevatore. Venticinque anni fa era tutto diverso, ci dicevano che eravamo matti che erano animali carini, ma non si mungevano e non producevano carne, a cosa servivano? Anche oggi, quando dico che riesco a vendere un animale a sei, sette, ottomila euro, non mi credono».

Ed ecco il punto, Mair ha deciso di importare un animale che non solo non è autoctono, ma apparentemente non avrebbe portato nessun vantaggio economico. Invece ha funzionato, nonostante all’inizio avesse avuto tutti contro. Questo, però, non l’ha spinto a mettere in discussione il modello tradizionale altoatesino e i motivi vengono fuori mano a mano che parliamo. «Molte cose sono cambiate anche qui, sul Renon sono rimasti pochissimi quelli che vivono veramente del maso, molti ci abitano ma le entrate economiche arrivano da altre attività fuori dal maso. Ma in Sudtirolo la montagna continua ad essere abitata grazie soprattutto all’idea di Luis Durnwalder di portare la strada in ogni maso. Già a Bormio tutto è diverso, l’ambiente è simile al nostro, ma la montagna è abbandonata».

In Appennino le cose vanno anche peggio: «Come sai sono andato a Roma a piedi con i lama, quando siamo stati ricevuti da Papa Francesco. E nessuno sembra prendersi cura del territorio. Proprio a pochi chilometri da Roma abbiamo costeggiato un ruscello che faceva delle belle cascate, a un certo punto è arrivata un’auto da cui hanno scaricato nel fiume vecchi elettrodomestici. Ma al di là di questo fatto specifico, gli esempi che mostrano come il territorio non sia curato da nessuno sono tantissimi«. E qui, inevitabilmente, viene fuori l’Heimat. «Non so come si possa tradurre in italiano, ma per noi è la cura del luogo in cui viviamo. A muoverci non è solo l’interesse economico, ci teniamo a vivere in un bell’ambiente, senza immondizia, ben tenuto e ordinato e credo e spero che questo non cambierà». Questo non significa che Mair non veda i cambiamenti in atto: «Girando con i lama ho potuto notare in quante malghe si faccia ancora il formaggio, ma sono quasi tutte donne a farlo e ad accudire gli animali. L’ho visto qui e in tutta Europa. La vita all’aria aperta ha una grande attrattiva, non tutti amano la vita di città, solo che la vita in montagna è anche dura, non ci limitiamo ad accarezzare cuccioli».

Una vita dura che i giovani sudtirolesi sembrano accettare: «Sono abituati sin da piccoli a dare una mano nei campi o nelle stalle. Credo che questo non cambierà rapidamente. E’ vero, io da giovane non ascoltavo chi mi diceva che dovevo imparare l’italiano perché mi avrebbe fatto comodo, poi ho capito che sbagliavo e ora lo parlo tranquillamente. I giovani oggi parlano tutti l’inglese ma fino a che il modello economico funzionerà, i giovani non abbandoneranno la vita in montagna, perché piace».  Oltre alla passione e al ritorno economico, a svolgere un ruolo decisivo nel tenere in piedi il modello sembra essere il confronto con le realtà vicine e questo, forse, spiega anche molto altro. Ma tornando alla tenuta del modello economico, come sarà l’Alto Adige/Südtirol  post-pandemia. Per Mair è difficile prevederlo: «So però che siamo tornati con i piedi per terra. Prima si pensava solo a crescere anno dopo anno, senza farsi troppe domande. Ora occorre capire meglio cosa fare e dove andare».

(continua…)

Massimiliano Boschi

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