Bolzano, Venezia e la bellezza dell'imperfezione. Intervista alla fotografa Claudia Corrent
Bolzano. “È una risposta complicatissima, quanto tempo abbiamo?” domanda Claudia Corrent, artista visiva e fotografa bolzanina, quando le chiediamo cosa significhi per lei fotografare oggi, in un mondo in cui tutti siamo fotografi e in cui “ci sono più immagini che cose, più schermi che sguardi”, come scrive in un suo recente saggio Silvia Camporesi. E soprattutto in un momento in cui non sappiamo se credere o meno ai nostri occhi, sballottati in un ritmo esasperante di video e immagini generate dall’IA. Sempre più perfette, sempre più indistinguibili.
Il tema è complesso e articolato, ma una cosa è certa, le risposte di Corrent non partono dal mondo esterno e dalle superfici degli schermi, ma dal profondo, da un processo di introspezione, quello stesso “impasto interiore”, come lo definisce lei, da cui emergono le sue immagini. Le opere di Claudia Corrent ci appaiono come porte socchiuse su paesaggi psichici inafferrabili, scivolano a una decifrazione definitiva, eppure ci toccano. Viene da paragonarle a un’acqua che scorre tra le mani, e che associamo a quell’acqua che Corrent ama tanto, tanto da scegliere di vivere a Venezia, dove insegna all’Accademia di Belle Arti fotografia digitale “Era una vita che sognavo il mare, quando abitavo in via Firenze a Bolzano facevo questo sogno, si vedeva il mare dalla farmacia sotto casa… era un sogno che tornava e tornava. E poi io sto bene sulle isole, dopo un po’ che sono circondata dalle montagne mi viene l’ansia”, racconta. E a proposito di sogni, in questi giorni Corrent è tornata a Bolzano per la sua personale che inaugura a Foto Forum e che, non a caso, si intitola “All’ombra simile o a un sogno” (inaugurazione 3 febbraio, ore 19; fino 7.03.2026, ingresso libero).
Claudia Corrent, un’immagine dalla serie “Per te, per ricordarti spesso”, 2019. Foto courtesy of the artist
Il riferimento è a un passo dell’Odissea in cui Ulisse, sceso nell’Ade, incontra l’ombra della madre e prova per tre volte ad abbracciarla ma senza successo poiché lei è ormai eterea. Partendo da questa suggerstione, Corrent ha lavorato sulle immagini oniriche, sulla loro inafferrabilità. Come già in passato, ha attinto a materiale d’archivio, su cui è intervenuta per creare degli ibridi tra camera oscura e digitale. Quando la incontriamo per l’intervista, ci mostra qualche opera in anteprima, i soggetti sono disparati, a tratti inquietanti, in alcuni ricorrono associazioni biografiche, aspetti legati alla sua visione di fotografia: “L’ho sempre vista come un qualcosa che mi ‘rimane attaccato’ e che non deve andarsene perché può risolvere nodi, chiarire ciò che resta in sospeso”, ci dice.
Claudia Corrent, Senza titolo #2, 2020. Courtesy of the artist
E tornando alla domanda iniziale, su cosa sia per lei la fotografia, emerge anche una dimensione esistenziale, quasi metafisica: “Didi-Huberman diceva che le immagini devono arrivare come un ronzio, un ronzio visivo … e questa cosa mi interessa molto, è legata al fatto che l’immagine giunge solo alla fine di un processo, dopo aver letto, ascoltato, vissuto. Si presenta da sé come un’epifania, si autoproduce. È composta da questi strati, anche opachi, non chiari, e racchiude una complessità incredibile … ha davvero a che fare con quello che sei. Ecco perché non riuscirei a fare fotografie di moda” osserva Corrent. E intanto il mondo continua a proporci immagini sempre più semplici, piatte… “Siamo piene di immagini brutte. Tante molto belle. Ma tante brutte, e se penso all’insegnamento, per me è fondamentale che i ragazzi e le ragazze capiscano il significato di brutto e bello, perché un’immagine funziona o non funziona – la risposta non è mai assoluta, ma è legata allo scopo che hai, all’obiettivo…”.
Ci domandiamo se forse l’immagine “brutta” non sia quella dietro a cui non c’è un pensiero. Magari è un’immagine che funziona, equilibrata, ma che non ha inciampi, fessure. In un recente saggio, Isacco Turina ha scritto che grazie all’intelligenza artificiale la lingua del presente è ricca di scorciatoie, ma povera di nascondigli. Forse vale anche per le immagini “perfette” da cui siamo circondate? “Esatto, che però non hanno crepe. Byung-chul Han scrive che non abbiamo più i peli, siamo glabri, perfetti, c’è questo ideale della perfezione in ogni cosa, non c’è più un disturbo, non c’è quel nascondiglio a cui accennavi. Ed è un aspetto che è fondamentale – lo diceva Bob Dylan !– è nella crepa che trovi la luce” sorride Corrent e si riallaccia al suo lavoro all’Accademia “L’immagine che non ha crepe è legata alla ricerca della perfezione anche nel corpo, se continui a vedere immagini di corpi che sono così chiare, poco opache, confondi quello che è il mezzo con il contenuto. Per questo i ragazzi e le ragazze mi restituiscono fotografie in cui il corpo è pieno di cicatrici, gli danno forza, gli danno importanza, sono preziose”.
Claudia Corrent, un’immagine dalla mostra “All’ombra simile o a un sogno”, Foto Forum, 2026, courtesy of the artist
Forse le cicatrici servono anche a ribadire una dimensione fisica, materiale, che, come noto, abbiamo perso. La cosa riguarda anche le fotografie: non si stampano più, sono solo digitali.“Questo ha anche aspetti positivi ovviamente, grazie alla digitalizzazione ho la possibilità di lavorare con gli archivi del Massachusetts ad esempio, ed è fantastico, ma sento che c’è bisogno di tornare alla materia. Nei laboratori didattici e workshop con i bambini faccio sempre attività legate alla cianotipia, alle stampe – non perché sono nostalgica dell’archeologia dei media, ma perché vedano che la fotografia non è qualcosa che arriva tramite un pixel o tramite un visore: se le tocchiamo le immagini sono altre, lavorano con l’impressione della luce, come dice la parola stessa, fotografia”.
La chiacchierata va verso la fine, e continuiamo con le domande da brevi cenni sull’universo, parliamo della scelta di trasferirsi a Venezia. “E’ una città molto divisiva, molti mi dicono bellissima, ma non ci vivrei, la solita frase, e mi verrebbe da rispondere non sai cosa ti perdi…sei all’ interno di un’isola, di una bolla. Poi esci e dici ‘ah ma c’è un mondo che cambia’, e invece Venezia è sempre uguale, è eterna e infinita, come mi diceva una signora in vaporetto: nonostante vivesse li da 40 anni riusciva a trovare sempre qualcosa di diverso …e nonostante l’invasione parossistica del turismo in realtà è un paesone, ci sono molte iniziative e spazi di resistenza”.
E come vede Bolzano quando ritorna? “Diventa trasfigurata. Sembra assurdo, ma l’acqua ti entra talmente dentro che la curva delle montagne inizia a somigliare a delle onde. E anche questa cosa di camminare tantissimo, la riporto ovunque vada”. E invece che impression ha di Bolzano come città? “Dopo un po’ mi manca l’acqua, e poi le persone sono… non so, è faticosa a livello emotivo questa città, troppo dura, troppo chiusa, non c’è una crepa”. E se ne tollerarno sempre meno, viene da aggiungere.
Caterina Longo
Claudia Corrent (Bolzano, 1980) è un’artista visiva e fotografa professionista. Laureata in Filosofia dei Linguaggi della Modernità presso l’Università di Trento, insegna fotografia digitale all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Corrent ha esposto in istituzioni come il Palazzo delle Esposizioni di Roma, l’Istituto di Cultura di New York e San Francisco, il MAXXI di Roma, CAMERA a Torino, la Biennale di fotografia femminile di Mantova. Ha pubblicato per Artribune, Repubblica, Der Spiegel, Art, Courrier International, Die Zeit, Touring club e Tageszeitung.
Immagine in apertura: Claudia Corrent. Foto Daria Akimenko

