"Walter Moroder non rappresenta sensazioni. Le provoca". La nuova monografia di Markus Klammer
Bolzano. “Cosa ci vedi tu in quest’opera, che sensazioni ti dà?”. Prima ancora di porre una domanda, Markus Klammer ci ha già sorpreso con la sua. Critico d’arte, autore e curatore, Klammer ama interrogare e interrogarsi, scandagliare le profondità dell’arte e di chi la crea e ricercare il bandolo di matasse che, a uno sguardo superficiale, sembrano semplici, ma si rivelano invece complesse e stratificate.
È un po’ quello che succede con le sculture dell’artista Walter Moroder: a prima vista ci appaiono come figure umane esili e sofisticate, dal fascino arcaico. Eppure, qualcosa non torna, se ci soffermiamo sentiamo un che di perturbante emanare da queste gracili creature. Un enigma sfuggente sembra custodito nell’impassibile immobilità in cui sono sospese, fuori dal tempo. All’analisi di queste figure stanti -oltre 250 realizzate in un ventennio- e quindi all’opera di Walter Moroder, Markus Klammer ha lavorato per anni, instaurando un fitto dialogo con l’artista. “Ci siamo sentiti quasi tutti i giorni”, ci racconta, quando lo incontriamo per parlare del risultato del suo studio, confluito in un’accurata monografia Walter Moroder. Figuren der Präsenz und Absenz. Pubblicato di recente dalla casa editrice Hatje Cantz in edizione tedesca e inglese (256 pag, 150 ill.), il volume offre per la prima volta una panoramica completa su oltre trent’anni di carriera di Moroder e getta un nuovo sguardo critico sulla sua opera, ricontestualizzandola all’interno di un più ampio discorso storico-artistico internazionale.
Walter Moroder, Zeder, 2017, cirmolo, acrilico, 185x34x43 cm.
Foto Augustin Ochsenreiter, courtesy of the artist
Classe 1966, Walter Moroder si è formato all’Accademia di Belle Arti di Monaco dopo un periodo nella bottega paterna in Val Gardena, di cui è originario e dove vive. Con continuità e sistematicità la sua produzione, che da tempo ha conosciuto risonanza internazionale, si è focalizzata sulle figure dalle sembianze umane a grandezza naturale, scolpite da blocchi di legno. Sono, queste, opere che pur rimanendo nel solco della scultura, si distanziano nettamente dalla tradizione della statuaria sacra per cui la Val Gardena è famosa. Una traccia delle radici gardenesi rimane però nei nomi dei lavori, rigorosamente in ladino: “il ladino è una lingua per capirsi senza dire molto…questa tensione tra dire e tacere è quello che mi interessa nelle mie sculture” ha spiegato l’artista.
Ed è in questo campo di tensione, tra il dire e il tacere, tra presenza e assenza — cui allude anche il titolo del volume — che si sviluppa l’analisi di Klammer.“Le figure hanno una presenza fisica, reale e visibile; allo stesso tempo esse evocano sensazioni ed esperienze che vanno oltre, verso una dimensione che trascende il reale, a cui si riferisce l’assenza”, spiega. Impossibile sintetizzare i 16 capitoli in cui è articolata la monografia, ma possiamo girare a Klammer la domanda iniziale: cosa vede nelle figure di Walter Moroder? “Hanno sembianze umane ma non corrispondono a nessun corpo umano reale, i rapporti non tornano… inoltre, nessuna persona nuda terrebbe una posa così rigida”, osserva. Le figure sono immobili, gli occhi aperti in uno sguardo fisso, talvolta chiusi, mentre la superficie spesso riporta le tracce dello scalpello che le ha modellate, sembra quasi ostentarle, rivendicare la materialità del legno da cui sono nate: tiglio, castagno, noce, ma il preferito è il cirmolo. Eppure, hanno “corpi” e alludono a connotazioni sessuali. “Si è vero, in gran parte sono figure femminili, per il 70%, una piccola percentuale maschili e per un’altra parte ambivalenti. Certo, quando le guardiamo portiamo la nostra esperienza, il nostro patrimonio visivo e forse le paragoniamo istintivamente a stereotipi e corpi che conosciamo. Facciamo un confronto, magari ci piacciono, oppure ci irritano. Il punto è che hanno forme umane, si, ma, ripeto, non c’è nessuna mimesi, nessuna somiglianza con un corpo esistente” dice ancora il critico.
Walter Moroder, Ciuf, 2015, (dettaglio), legno di tiglio, acrilico, 173x37x23 cm.
Foto Augustin Ochsenreiter, courtesy of the artist
Alcune riportano un dettaglio particolare che ci appare esotico, una capigliatura, la forma di un copricapo in cui risuonano esperienze di viaggi dell’artista in Sri Lanka, nell’isola Sulawesi, o in Nuova Zelanda. Ma non c’è mai compiacimento o virtuosismo nelle opere di Moroder, piuttosto quello che a noi sembra un costante elemento di attenzione a non superare una certa soglia di rivelazione. In questo ondeggiare tra riconoscibilità ed estraneità è racchiuso un punto centrale, secondo Markus Klammer: le sculture non somigliano né rappresentano qualcosa, non implicano storie e narrazioni. E in questo si differenziano radicalmente dalla statuaria sacra, dalle figure della Madonna e dei santi della tradizione, ma anche dai kouroi e dalle korai della statuaria greca, con cui pure noi riconosciamo affinità formali, ma che “rappresentavano divinità o avevano funzioni rituali, contenevano quindi un racconto” precisa lo studioso. Le figure di Moroder si staccano anche da altre ricerche più contemporanee di artisti conterranei, improntate a un più ovvio naturalismo.
Da sinistra a destra: Markus Klammer con Walter Moroder davanti a una delle figure. Foto courtesy Markus Klammer
E allora che arte è quella di Moroder? “semplificando potremmo dire: astratta. Ma è solo un concetto che chiamiamo in soccorso per spiegare qualcosa di più complesso. Uno degli aspetti che trovo più interessante nell’opera di Moroder è che lavora con il figurativo aprendolo a nuove possibilità, al trascendente, così come lo abbiamo conosciuto nell’arte astratta” ci risponde Klammer e continua“queste figure non s ci illudono con narrazioni o messaggi diretti o indiretti, ma ci invitano a un confronto fisico, a percepirci in rapporto ad esse. Non rappresentano delle sensazioni, ma le provocano”. Una lettura che chiama in gioco noi come spettatori, e che avvicina le opere di Moroder all’approccio dell’arte minimalista. La riflessione è sostenuta, nella monografia, da un ampio apparato teorico; tuttavia, il principio che la orienta resta limpido ed è riassunto efficacemente nel titolo di un saggio di Georges Didi-Huberman, che ha influenzato le riflessioni di Klammer: ciò che guardiamo ci guarda — e, dunque, ci riguarda (Was wir sehen blickt uns an) . Vedere un’immagine non è mai neutro: “le figure di Moroder sono delle reazioni di fronte alla perdita di emozionalità nell’arte contemporanea”, conclude Klammer.
Caterina Longo
Immagine in apertura: Waletr Moroder, Sluta ite, 2007, 170x36x22, Paia, 2007, 175x36x22 cm, Würde, 2007, 175x36x22.
Foto Augustin Ochsenreiter, courtesy of the artist


