Criminali nazisti nascosti in Alto Adige: la memoria scolorita di una pagina di storia

di Massimiliano Boschi
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Era il 15 settembre 1943 quando l’abitazione della famiglia Carpi di via Leonardo da Vinci 20 a Bolzano veniva depredata e i mobili lanciati in strada “a monito” per tutti gli altri. La colpa dei Carpi? Essere ebrei. Per questo l’intera famiglia, compresa Olimpia una bimba di tre anni, venne deportata e uccisa nei lager nazisti. Era il luglio 1948, invece, quando, nella stessa strada, ma due portoni più in là, Erich Priebke il “boia delle Fosse Ardeatine” veniva nascosto e protetto in attesa dei documenti necessari alla fuga verso l’America Latina. Se qualcuno crede che Priebke sia stato protetto dai sudtirolesi in quanto considerato il vendicatore dei 33 soldati del reggimento “Bozen” uccisi dai partigiani, si deve ricredere. Perché insieme a lui, in Alto Adige trovarono ospitalità e protezione numerosi altri criminali nazisti e/o i loro famigliari. L’elenco è lungo e la lista completa la potete trovare ne “La via segreta dei nazisti” di Gerald Steinacher /Rizzoli). Qui ci limitiamo a ricordarne alcuni indicando la città in cui trovarono rifugio.

  • Karl Wolff generale delle Waffen-SS e capo supremo della polizia e delle SS in Italia (Appiano)
  • Karl Haas ufficiale del controspionaggio che ebbe parte attiva nel coordinamento e nell’esecuzione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma (Bolzano)
  • Mario Carità criminale di guerra repubblichino (Castelrotto)
  • Pierre LavaI e Jean Luchaire, rispettivamente primo ministro e ministro della propaganda del governo francese di Vichy (Merano)
  • La figlia e la moglie del capo delle SS Heinrich Himmler (Selva di Val Gardena)
  • La moglie e i figli di Martin Bormann (Merano e Bolzano)

    Margarete e Gudrun Himmler a Selva di Val Gardena nel 1945. (National Archives and Record Administration, College Park, Maryland USA)”

    Margarete e Gudrun Himmler a Selva di Val Gardena nel 1945. (National Archives and Record Administration, College Park, Maryland USA)”

Oltre al già citato Erich Priebke trovarono ospitalità in SudTirolo anche Adolf Eichmann e Josef Mengele. Entrambi riuscirono a fuggire in Sud America grazie a documenti rilasciati dal comune di Termeno. E’ evidente che chi ha protetto personaggi di questo calibro poteva e doveva contare su una rete di protezione diffusa e organizzata. Una rete in cui agivano in un ruolo non secondario il vicario della diocesi di Bressanone, Alois Pompanin, premiato con la ”Ehrenzeichen des Landes Tirol” nel 1958 e Karl Nicolussi Leck tra i fondatori di Museion, nonché della Scuola Superiore di sanità “Claudiana”. Come scrive Steinacher: “Sul piano pratico la gestione degli aspetti legali (e illegali) dell’emigrazione venne affidata ad argentini di origine tedesca o a ufficiali delle Ss nascosti in Italia. Rilevante fu poi il parallelo lavoro di squadra del gruppo filonazista sudtirolese, incarnato dall’ufficiale delle SS, originario di Bolzano e decorato dell’ordine dei cavalieri (Ritterkreuzträge), Karl Nicolussi Leck”.

Non si conoscono le circostanze e con certezza nemmeno le date della morte della famiglia Carpi ad Auschwitz, ma si spera che sia riuscita a sfuggire alle “attenzioni” di Josef Mengele. Il medico del lager polacco era ed è un personaggio notissimo soprattutto per le ricostruzioni cinematografiche (anche fantasiose) del suo passato, a partire da “I ragazzi venuti dal Brasile”, film del 1978 in cui Mengele era interpretato da Gregory Peck. Nella realtà, Josef Mengele era un medico e criminale di guerra, noto soprattutto per aver eseguito esperimenti mortali sui prigionieri ad Auschwitz. Soprannominato l’”Angelo della morte” aveva concentrato le sue ricerche sui gemelli attraverso tecniche che includevano l’amputazione non necessaria di arti e l’infezione intenzionale di un gemello con tifo o qualche altra malattia per poi passare alla trasfusione di sangue nell’altro gemello. Ovviamente molte delle “cavie umane” di Mengele non sopravvivevano agli esperimenti.

Ricercato come criminale di guerra, riuscì a nascondersi per alcuni anni grazie a un documento falso emesso dal comune di Termeno che lo identificava come Helmut Gregor “di professione meccanico”, nato il 6 agosto 1911. Il relativo certificato di residenza dimostrava la sua permanenza in Alto Adige dal 1944 in via Montello 22 a Termeno. Grazie ai documenti falsi emessi dal Comune di Termeno, il 16 maggio 1949 Mengele si recò a Genova, dove presso la sede locale della Croce Rossa fece domanda per un titolo di viaggio. Si imbarcò per l’Argentina nell’estate 1949 e restò a Buenos Aires per dieci anni, poi fuggì in Paraguay, dove venne emesso un avviso di taglia sulla sua testa, per cui nel 1960 si trasferì definitivamente in Brasile, dove rimase fino al 1979, anno della morte.

Una volta sistemato Josef Mengele, restava la famiglia e la rete sudtirolese di soccorso si attivò con la solita efficienza. La seconda moglie Martha si trasferì in via del Parco a Merano nel 1962 e vi restò fino al 1986. Nella stessa città, il figlio Karl Heinz gestì un negozio, mentre il fratello di Josef, Alois, apri una filiale dell’azienda di famiglia che si occupava di macchinari agricoli. Nacque così la “Mengele e Steiner srl”. Come sottolineato da Steinacher: “La creazione della filiale avvenne chiaramente per finanziare Martha Mengele e il figlio di primo letto Karl Heinz”.

La memoria

A oltre settant’anni di distanza, Olimpia Carpi è ricordata attraverso un giardinetto in un angolo di via Visitazione a Bolzano, uno spazio minuscolo in una Provincia che sul suo passato, soprattutto quello che la mostra come vittima, ha costruito una parte fondamentale della propria “identità” e immagine. Come ha sottolineato Steinacher nel suo libro: “Molti sudtirolesi aiutarono i nazisti: alcuni per soldi, altri per ragioni ideologiche o per carità. Alla luce delle nuove prove rinvenute, anche l’edulcorata e univoca immagine di regione vittima dell’oppressore fascista e nazionalista italiana, ancora oggi in voga, risulta scolorita”.

Ad aiutarli in questo “scolorimento”, la comunità italiana che, seppur con approccio diverso, ancora oggi preferisce dimenticare la propria responsabilità nei crimini della seconda guerra mondiale, nelle leggi razziali e nel colonialismo e preferisce celebrare il suo essere “vittima” ne “la giornata del ricordo” dedicata alle foibe. Un segnale in decisa controtendenza era arrivato a settembre 2019 dalle parole del Landeshauptmann Arno Kompatscher in un’intervista rilasciata a Toni Jop per “Striscia Rossa: “Non volevano ‘vedere’, perché ‘vedere’ corrispondeva all’avvio di un processo di autocoscienza collettivo, dal quale molti hanno tutto da perdere… quello che credo di sapere è che il popolo sudtirolese non è per nulla negazionista, c’è moltissima gente, brava gente che quei conti li ha fatti in privato, ben prima della politica. Qui, nella politica, riferendosi ai prodotti del nazifascismo, si è usi ribadire un concetto che trovo superato e pericoloso: ‘Siamo vittime, anche noi siamo vittime’. Ed è certo vero che motivi per sostenere che i sudtirolesi abbiano pagato un prezzo alla storia ci sono. Che debbano chieder conto proprio a fascismo e nazismo per aggiornare quella contabilità è, per loro, particolare inessenziale. Ma tacere sul fatto che oltre a vittime siamo stati anche carnefici, questo è inaccettabile, storicamente infondato, moralmente inqualificabile”.

Massimiliano Boschi

 

Photo by Mateus Campos Felipe on Unsplash

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