Se il lockdown diventa un romanzo: l'esordio letterario di Gabriele Di Luca (e del virus)

Massimiliano Boschi
FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Gabriele Di Luca scrive su FF, il Corriere dell’Alto Adige e Salto.bz, ma non è un giornalista. Insegna in una scuola di Bolzano, ma nessuno lo definirebbe un insegnante perché l’insegnamento non occupa la maggior parte dei suoi pensieri. Scrive di continuo e quando ha esaurito lo spazio sulle pur numerose testate, si butta su Facebook.  Scrivere è parte essenziale della sua esistenza, ma fino ad ora non lo si poteva definire nemmeno uno scrittore, perché un libro veramente suo non l’aveva mai pubblicato. Ora sì. Alphabeta di Merano ha fatto uscire il suo «E quindi uscimmo a riveder la gente – Diario dalla grande reclusione». Uno dei primi recensori ha concluso che il «lockdown ha fatto anche cose buone».  Tutto questo, ma non solo, ci ha spinto a intervistare lo scrittore Gabriele Di Luca, nato a Livorno e residente a Bolzano.

Il tuo “Diario dalla grande reclusione” parte da Facebook per diventare un libro in corso d’opera. Tutto sembra partire dalla volontà di una risposta culturale, letteraria e creativa al momento che stavamo affrontando. E’ stata davvero questa la molla?  

“Sì, non è una reazione che obbediva all’esplicazione di un progetto, mi sono messo a scrivere perché io scrivo sempre. Sono riuscito a disciplinare la scrittura curvandola dal caso, dalla rapsodia affidata all’estro del momento, imponendomi di scrivere 10 cose ogni giorno. Questo mi ha aiutato molto, ha portato a maturazione il processo di scrittura, nel dover essere puntuale si è trasformato anche il mio modo di scrivere. Poi è intervenuto Aldo Mazza, amico ed editore, che mi ha chiamato per chiedermi se intendevo buttare via tutto questo lavoro o se volevo farne una pubblicazione…”

Sembrano aver svolto una parte importante anche i tuoi follower…

“Il rapporto con i follower come li chiami tu, comunque con le persone che mi leggono assiduamente, è diventato più stretto nel momento in cui non si avevano riferimenti esterni causa lockdown. E’ spiegato in un passaggio preciso del libro, la potrei definire la cellula da cui è nato tutto, è una delle prime cose che ho scritto da quando abbiamo iniziato a stare in casa: Non c’è mai stato così tanto spazio tra individuo e individuo come in questi giorni. E per converso, il bisogno di prossimità, che qualifica il carattere sociale dell’essere umano, ci farà stringere maggiormente i contatti, esaspererà ancora di più il lato già esasperante dell’interattività telematica, come se i due fenomeni fossero l’uno il rovescio dell’altro, le due facce della stessa medaglia. Qualcuno ha notato il destino semantico del termine virale, che nel linguaggio dei social network ha un’accezione prevalentemente positiva mentre adesso, riportato alla sua nozione elementare, perimetra il paesaggio di un incubo. Cura e veleno, come nella parola greca pharmakon. Potrei dire che questa è la cellula da cui è partito tutto”.

Il libro è “stipato” di citazioni, tutte perfettamente inserite nel fluire del testo. Solista e direttore d’orchestra, la partitura te l’ha scritta il virus?

“Sì, la trama la stava scrivendo il virus che è lo sfondo su cui tutti i pensieri andavano a raccogliersi. E’ la spina dorsale del libro, lì attorno dovevo mettere carne. A volte arrivava prima il pensiero, a volte la citazione, ma io sono un essere citazionista, quando rifletto sono letteralmente attraversato da fiumi di parole anche non mie. Non riesco a scindere la riflessione dalla citazione, è tutto un glossare… Scrivo sempre così e il virus mi ha permesso di non essere rapsodico in maniera totale, tutto quello che raccoglievo si piegava per meglio definire la grande reclusione”.

Ora sei tornato a riveder la gente. Sei contento?

“Sì, perché essere costretti alla solitudine e all’immobilità, il non potere andare a cena con qualcuno è profondamente frustrante e neanche il più orso degli orsi può apprezzarlo veramente. Nel titolo c’è soddisfazione, c’è senso di liberazione, è ottimistico”.

Non possiamo chiudere prima di aver parlato dell’avvocato Nicotra che si è preso la parte del protagonista con il passare dei giorni. Vivrà di vita proprio anche dopo la reclusione?

“La scrittura si prende l’incarico di evocare figure che non avevi pensato, le trasforma, le secerne, la scrittura secerne i personaggi. Nicotra si è appalesato in questo modo inaspettato e poi ha funzionato il meccanismo di cui parlavamo prima rispetto ai follower. Si è conquistato sempre più spazio fino a darmi l’idea di affidare a lui l’uscita dalla grande reclusione. Potevo affidarla solo a lui, a un personaggio letterario, perché non conoscevo le modalità della fase due. Per quel che riguarda il suo futuro, ora non penso a una saga. Posso dire che scrivere questi bozzetti romanzeschi mi ha convinto della mia potenziale capacità di scrivere testi totalmente inventati, potrei definire Nicotra come la pasta molle delle narrabilità”.

L’autore ha definito «E quindi uscimmo a riveder la gente» un “proto-romanzo” ma non è così, trattasi indubbiamente di romanzo. Milan Kundera ha scritto che «Il romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. E l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane, di tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di cui è capace». E proprio questo ha fatto Gabriele di Luca. Lo dimostra un brano nelle pagine conclusive del suo libro. Quando Nicotra si domanda se A., la sua compagna di vita (solo potenziale), fosse in grado di cogliere `Il guizzo improvviso di uno scarto, il punto critico che avrebbe cambiato il gusto e le abitudini di qualcuno, preparandolo così a una vita davvero nuova, davvero più autentica, davvero più degna di essere vissuta». Ecco, il virus ha fornito a molti di noi quel guizzo, quello scarto. Gabriele Di Luca l’ha colto e ci ha scritto un diario che è diventato un romanzo. Sarà sufficiente a portare a una vita nuova? Glielo chiederemo alla prossima occasione.

Massimiliano Boschi

Ti potrebbe interessare