La carne "sintetica" e la propaganda populista. Cosa fa più danni?

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Quella che Francesco Lollobrigida, ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, ha definito con disprezzo “carne sintetica” (ma “carne coltivata” sarebbe un termine più appropriato) è semplicemente un esempio di innovazione agroalimentare. Tranquilli: non la troverete in vendita fino al prossimo decennio (e forse mai). Ma non ha niente di sintetico: per esempio, la start-up che ci investe vicino a dove abito a Zurigo, intende produrla a partire da tessuti muscolari di razze bovine di pregio, addirittura da allevamenti certificati biologici. In breve: è carne. Come altro chiamarla?
Verrà prodotta in bioreattori (comunemente usati nell’industria farmaceutica e in quella alimentare; non hanno niente di particolarmente sinistro o pericoloso), con consumi di risorse critiche come acqua o terra fertile e con emissioni di gas-serra che potrebbero (condizionale d’obbligo finché non arriva a una produzione su scala sufficiente) essere del 90% inferiori a quelle della carne prodotta dall’allevamento tradizionale. 90% in meno di consumo di risorse che saranno a livello criticamente scarso nel mondo in cui vivranno i nostri figli. Perché demonizzare l’innovazione sul nascere? Forse solo perché chi pagherà il conto del cambiamento climatico oggi ancora non vota?
L’avversità all’innovazione nel campo delle nuove proteine non è peraltro una novità tra i partiti oggi al governo: si manifesta già da anni con la demonizzazione del consumo di insetti, sproloquiando di un’Europa che costringerebbe gli italiani a mangiare larve vive mentre si parla in realtà di farina proteica derivata dagli insetti (che io ho tranquillamente mangiato come componente di burger, polpette, barrette energetiche, salatini da antipasto e perfino di una ottima pasta). Anche qui, scatta la domanda: quale il compito di un ministero: ripagare il proprio bacino elettorale nel breve periodo? Solo quello? E il futuro?
L’ossessiva campagna mediatica a mangiare solo italiano rischia di farci perdere di vista che, nel mondo del cambiamento climatico, fra 10 o 20 anni anni quel cibo solo italiano non sapremo neanche come produrlo. Farà troppo caldo e mancherà l’acqua. Demonizzare le nuove proteine (include anche quelle vegetali) in nome di una presunta tradizione significa in realtà anestetizzare ogni discorso sui costi ambientali e climatici delle proteine animali, e del cibo in generale. In altre parole, impedire di immaginare soluzioni che ci aiutino a garantire la sicurezza alimentare in un mondo che sta cambiando a velocità accelerata. E nel quale il potere d’acquisto per influenzare i flussi mondiali delle derrate alimentari non ce l’abbiamo più solo noi.
Dietro a tutte le pretese di sovranità alimentare di ogni colore politico sta comunque un mito fondatore: l’idea che l’Italia potrebbe “tornare” ad essere autosufficiente. Ho messo “tornare” tra virgolette perché milioni di emigranti avrebbero qualcosa da obiettare rispetto al buon tempo andato in cui in Italia si mangiava meglio e più genuino, e soprattutto a sufficienza. Comunque sia, l’Italia oggi è un grande importatore di derrate agricole: praticamente metà del frumento e del mais viene da fuori. Senza le importazioni addio pane e pasta italiani, e prodotti animali inclusi quelli a DOP. L’Italia ha perso metà della superficie agricola che aveva nel 1960 (parte – quella migliore – sotto asfalto e cemento; parte ricoperta dal ritorno del bosco) in un fenomeno che è demograficamente e economicamente irreversibile. Nel 1960 era tra i primi 10 produttori mondiali di frumento; oggi non entra nemmeno tra i primi 20. Come riferimento, nel 1960 l’India moriva di fame: oggi è tra i primi 3 produttori mondiali di frumento e riso. Il mondo cambia, anche nell’agroalimentare. Molto in fretta.

E lo confesso: la retorica della pasta di solo grano duro italiano (non ce ne sarebbe abbastanza per tutti, comunque) mi ha stufato. Personalmente prediligo quella che rimane super-al-dente fino all’esaurimento: se ne trova di buonissima, prodotta magistralmente da aziende italianissime con grani italiani, canadesi e statunitensi. Il cui produttore dice: non casco nel tranello, il mio compito è produrre una pasta che sia soprattutto buona: applausi. E poi chi lo dice che ci vuole esclusivamente frumento duro, italiano o meno? Ho mangiato di recente delle tagliatelle fatte con la tipica miscela di cereali dello Schüttelbrot (quindi in prevalenza di segale): mi mancava un po’ la tenuta alla cottura (ah, quanto si sentiva la mancanza del grano “tossico” canadese!) ma per il resto una piacevolissima sorpresa. Grazie all’amica Christa che me le ha fatte scoprire.
Tenetele a mente, se vi imporranno l’autosufficienza alimentare e vorrete continuare a mangiare pasta, visto che di grano duro al momento nel Nord Italia ne cresce poco (ma all’aumentare delle temperature le cose potrebbero cambiare; sempre poi che in Italia rimanga acqua per irrigare le colture, cosa tutt’altro che scontata). Magari espianteranno per legge vigneti e meleti sudtirolesi e imporranno la coltivazione di segale italica, che lì dovrebbe crescere bene. O no? Dite che non lo faranno? E poi la segale è cereale troppo tedesco per la “vera” pasta italiana, che ne dite?

Io intanto vi do la mia previsione: i sovranisti alimentari passeranno di moda molto prima di quando io e voi e comunque i nostri figli e nipoti mangeremo/mangeranno tranquillamente nuove farine e nuove proteine di ogni genere. Insalate cresciute sui muri dei condomini e frumento dall’Artico russo e canadese. È già successo: molto di quello che mangio oggi, quando ero ragazzo non l’avevo mai visto. Mia nonna ha fatto per trent’anni la cuoca (anche per lavoro) prima che venisse lanciato il primo frigorifero. E, comunque, posto che ci sono ottimi procedimenti europei per la valutazione della sicurezza di quello che mangiamo, della mia sovranità alimentare, della scelta finale di quello che mangio o no voglio decidere io: nessuna delega, né a Coldiretti né ai ministri cognati della Presidente del Consiglio.

Mauro Balboni

Immagine di apertura: un panino con “normale” carne di maiale (foto ©Venti3)

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