L’Alto Adige dei campanili: storia di buoni, ma distanti, vicini

Pubblicato il 28 Settembre 2019 in Alto Adige DOC, Territorio

 

Alto Adige Doc: la rubrica che racconta l’Alto Adige lontano dagli stereotipi. Per chi si fosse perso qualche puntata precedente, nessun problema: eccole tutte.

Sono cento e uno, come i dalmata di Peggy e Rudy Radcliff, i campanili censiti da Natalia Giatti nel libro «Le torri campanarie dell’Alto Adige» edito da Athesia nel 2015. Cento e uno che diventano centoundici se si contano i campanili “doppi”, come quello del Duomo di Bressanone, nonché quelli delle chiese evangeliche di Bolzano, Merano, Bressanone e Solda (non censiti nel volume). Cento e undici, tanti quanti i passi che separano il sagrato della chiesa di San Giovanni Bosco (italiana) dagli scalini di quella di Santa Maria In Augia (St. Maria in der Au, tedesca). Entrambe a Bolzano, entrambe cattoliche, entrambe senza campanile.

Ma a spingermi a provare a leggere l’Alto Adige dall’alto delle torri campanarie sono state (anche) le parole del Vescovo Ivo Muser inserite nella prefazione del libro di Natalia Giatti: «Un tempo il campanile dominava la città e il territorio non solo sul piano acustico, ma anche sul piano visivo. Le torri delle chiese fungevano da orientamento e protezione».

«Orientamento e protezione», parole che aiutano a comprendere perché i campanili siano tornati di moda. Soprattutto in Alto Adige e soprattutto due: quello del Duomo di Bolzano di cui è stato appena celebrato il cinquecentesimo compleanno, e quello del lago di Resia che «svetta come il busto di un naufrago sull’acqua increspata» nel romanzo bestseller “Resto qui” di Marco Balzano (Einaudi). Un campanile semi-sommerso che è l’immagine simbolo anche di “Curon”, la nuova serie originale Netflix che racconta alcune misteriose vicende dell’omonimo paesino della Val Venosta.

Due torri campanarie antiche e irremovibili. Quella cinquecentenaria del capoluogo è nota, infatti, per essere uscita indenne dal terribile bombardamento del maggio 1944 che distrusse gran parte del Duomo. Mentre quella di Curon (XIV sec.), nonostante sia stata costretta ad abbandonare le proprie campane nel luglio del 1950, è ancora oggi ben piazzata in mezzo al lago di Resia, simbolo di resistenza a «un’epoca ciecamente devota alla tecnologia e ossessionata dal progresso» (parole di Natalia Giatti).

Altri campanili, invece, sono diventati “immagini simbolo” del turismo globalizzato e social dell’Alto Adige. A partire da quello della chiesa di San Nicolò di Monte di Mezzo sul Renon per arrivare a quello, ora semiblindato, della chiesetta di San Giovanni a Ranui ai piedi delle Odle. Perfetti per il turismo del Terzo Millennio: richiedono solo un paio di minuti di attenzione, quelli necessari ad individuare la prospettiva migliore, per scattare una foto e condividerla sui social. Poi ci si può avviare verso una nuova meta, alla ricerca di un nuovo timbro da apporre sul proprio passaporto virtuale da “uomo di mondo”.

Come anticipato, però. non bastano 111 campanili per comprendere l’Alto Adige di oggi. Perché ci dicono molto anche quelli mancanti, come quelli delle due chiese che si affacciano su piazza Don Bosco a Bolzano: St. Maria in der Au, per i fedeli cattolici di lingua tedesca e San Giovanni Bosco per i fedeli cattolici di lingua italiana. Due chiese separate da 111 passi e da alte barriere invisibili, uno dei pochissimi luoghi al mondo in cui l’appartenenza etnica conta, evidentemente, più della fede. Nessuna delle due chiese ha un proprio campanile e nel 2000, in occasione della costruzione della chiesa a di St. Maria in der Au, qualcuno aveva proposto e persino progettato un campanile comune che riunisse almeno simbolicamente le due comunità. Ovviamente non se ne fece nulla.

Per comprendere i motivi dell’assenza di un campanile unico in grado di “proteggere e orientare” tutti coloro che abitano questa provincia, indipendentemente dalla comunità di appartenenza, ho chiesto una consulenza a Lucio Giudiceandrea. Noto giornalista della Rai, è autore di due libri che, in forme diverse, hanno affrontato il tema dei rapporti tra la comunità italiana e quella tedesca: “Spaesati – Italiani in Südtirol” edito da Raetia nel 2006 e “Stare insieme è un’arte”, scritto insieme ad Aldo Mazza nel 2012 e oggi ripubblicato, sempre da Alphabeta, in un’edizione rivista e ampliata.

Sulla questione, ha, notoriamente, idee molto chiare: «Manca un campanile comune perché le due principali comunità si sono abituate a vivere una a fianco all’altra. Come in un condominio dove ognuno ha il proprio appartamento. C’è un regolamento condominiale che viene rispettato da tutti, ma ognuno resta nelle sue stanze. Uno va in montagna con il Cai, l’altro con l’Alpenverein,  uno va in chiesa a Don Bosco, l’altro a S. Maria in der Au. Così, nonostante l’importante ruolo svolto dalla Chiesa nella pacificazione dei gruppi e nonostante la comune fede cattolica, non si riesce ad avere un campanile comune. Più spesso ce ne sono due».

Eppure, come suggerisce Giudiceandrea, per trovare un terreno comune basterebbe guardare il passato da una diversa prospettiva: «C’è un aspetto che potrebbe unire maggiormente la comunità italiana e tedesca. Entrambe sono state vittime di circostanze create dalle potenze maggiori. I sudtirolesi sono stati annessi contro la propria volontà a uno Stato straniero, gli altoatesini sono stati strumentalizzati e inviati qui con una missione colonizzatrice destinata al fallimento. Questo aspetto dovrebbe essere maggiormente valorizzato, la storia ha schiacciato gli uni come gli altri».

Il futuro, invece, è ancora tutto da progettare. I nuovi arrivati – i nuovi cittadini – stanno rapidamente cambiando la realtà della provincia, ma anche in questo caso, tutto sembra muoversi su binari che corrono paralleli.

«Dal punto di vista economico, la società è già cambiata, interi settori non potrebbero andare avanti senza il loro contributo: sanità, industria, agricoltura e soprattutto turismo si avvalgono in maniera massiccia della manodopera straniera. Dal punto di vista istituzionale, il sistema, fortemente costruito sui tre gruppi storici  – con conseguente ridistribuzione delle risorse pubbliche assegnate in proporzione  – è stato messo in crisi dall’arrivo dei nuovi cittadini. Negli anni passati sono state proposte alcune soluzioni, ma quella di formare un quarto gruppo dedicato agli stranieri si è mostrata impraticabile così come quella di dividere anche gli stranieri in differenti gruppi etnici. Questo non significa che il sistema proporzionale sia destinato a sciogliersi. Lo abbiamo scritto anche in Stare insieme è un’arte: il sistema di aggregazione degli stranieri regolari ai tre gruppi principali non necessariamente genera grossi squilibri. A Silandro, probabilmente,  si aggregheranno in gran parte a quello tedesco, a Bolzano al gruppo italiano. Ci tengo però a dire che sarebbe il caso che il processo di integrazione degli stranieri venisse affrontato con una regia comune, senza separazioni. Nell’interesse di tutti».

Nel frattempo, ogni lunedì una Santa Messa bilingue viene celebrata nella Chiesa di St. Maria in der Au, mentre il martedì è celebrata a Don Bosco. Sempre alla stessa ora, alle 8.15, Non aspettatevi che siano le campane ad avvisarvi.

Massimiliano Boschi

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