Galleggiare tra due mondi differenti. Gentiana Minga presenta il suo "A metà strada/Auf halben Weg"

FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmail

“L’immigrazione per me è stato un po’ come un matrimonio. All’inizio c’è l’innamoramento, poi arrivano le difficoltà, la conoscenza, la responsabilità. Passati gli anni faticosi, per chi ha voglia di proseguire la salita comincia”. Porta dentro un’interiorità profonda e meditata Gentiana Minga quando descrive la sua esperienza di immigrazione. Incontriamo l’autrice a Bolzano, in una calda mattina di fine primavera, in occasione dell’uscita del suo libro “Auf halben Weg / A metà strada”. Nel volume, pubblicato di recente dall’OEW – Organizzazione per Un mondo solidale, Minga ha raccontato le storie di vita di quattro persone – “li chiamiamo ragazzi, ma ormai non lo sono più!” sorride – arrivate circa 15 anni fa in Alto Adige come rifugiate da diversi paesi dell’Africa subsahariana. Il punto di vista è interessante perché non riduce l’immigrazione al momento drammatico e “straziante” degli sbarchi e delle emergenze perenni, alle solite narrazioni stanche delle cronache e del discorso politico; il libro “A metà strada” punta piuttosto l’attenzione su destini concreti, sulla vita quotidiana e normale di quel “matrimonio” che è l’immigrazione, come lo descrive Gentiana Minga.

Strutturato come un diario di viaggio intimo, grazie all’attento concetto grafico di Claudia Polizzi, il racconto prende forma visiva attraverso gli scatti del fotografo Georg Hofer e l’autonarrazione dei protagonisti, con le immagini dai loro social. In una mappa di dialoghi, esperienze, ricordi e vissuti, le voci dei protagonisti si intrecciano e risuonano in quelle di Gentiana Minga e della sua esperienza di immigrazione, che però è partita da premesse molto diverse. Minga è arrivata infatti in Italia nell’agosto 1997 come clandestina nascosta in una barca partita da Durazzo, in Albania, dove insegnava in una scuola media. Allora aveva già completato gli studi in Filologia a Tirana e si era specializzata in Lingua e letteratura albanese, collaborava con diverse testate giornalistiche e aveva appena pubblicato il suo primo libro. “A me ha portato qui l’amore, non l’esigenza, l’amore e la voglia per la libertà, che tu pensi di trovare in Italia. Vai a cercare l’Italia che immagini, era un po’ naif, certo, proprio come l’amore… gli albanesi sono cresciuti con la cultura italiana portata dai media e dalla televisione: San Remo, le cassette di Dalla e Battisti…e poi inizi a studiare la letteratura, tra i miei amici circolavano libri di autori italiani tradotti prima della dittatura. Allora avevo un modo un po’ fanciullesco di pensare l’Italia di Pier Paolo Pasolini di Enzo Biagi, però è ovvio che le persone non sono tutte Biagi e Pasolini – trovi quello che trovi e devi adattarti, incastrarti, è anche un modo di riscoprirsi” racconta Gentiana Minga.

A proposito di adattamenti e incastri, evoca un’immagine riportata da uno dei protagonisti del libro “Mi ha detto che quando sei a casa tua le porte sono molto grandi e puoi entrare senza farti del male, ma quando vai in un altro paese le porte sono piccole e per non sbattere è ovvio che devi abbassare la testa, ma poi comunque entri”. Ad esempio, nel libro Gentiana Minga racconta che quando sua madre la chiamava al telefono e lei si trovata sull’autobus non le rispondeva perché si vergognava a farsi sentire parlare in albanese e aspettava di scendere per richiamarla “Si, per me è stata come una sberla data a me stessa e alla mia cultura però l’ho fatto, credo sia un disagio di tanti Albanesi”, dice, proprio lei che da scrittrice ha fatto della lingua una parte del suo lavoro e che quando parla è attentissima a scegliere immagini e vocaboli, ha una cura, e un amore, quasi ossessivi per la lingua italiana. È severa con sé stessa, Minga: “quando sono arrivata credevo di sapere l’italiano, ma non era vero”. È disarmante la trama delicata di fragilità che emerge dalle sue parole, insieme a un tratto coriaceo, inscalfibile, che l’ha portata pezzo pezzo a costruirsi una vita qui. I suoi racconti dicono più di tanti trattati: emerge un mondo reale e pieno di senso e pulsante. È come un vento fresco che spazza via la caligine di semplificazioni e commenti meschini che quotidianamente intorpidisce la narrazione mediatica e social sugli stranieri.

L’autrice Gentiana Minga. Foto Gadilu

“Ogni volta che mi chiedono se gli italiani sono razzisti sinceramente faccio fatica a dire sì, perché nella mia vita ho conosciuto persone diffidenti, che però avevano voglia di conoscerti – l’altro ha bisogno di conoscerti per capirti e fidarsi. È stato così per Angela, una signora di ottant’anni che quando aveva scoperto che il nipote di Rifondazione comunista aveva affittato un appartamento senza chiedere a lei a una coppia di albanesi – io e il mio compagno- è andata in tilt e si è messa a piangere, non è giusto, diceva …ma poi la prima mattina in cui ero arrivata mi ha fatto trovare un cesto di frutta davanti alla porta, mi emoziono ancora quando lo racconto. Così si è creato un ponte, ci siamo conosciute e questo ha creato in lei un’altra percezione dell’”albanese”. Io penso che volendo o non volendo molte persone hanno un cuore tenero, ho conoscenze con persone di destra estrema e trovi sempre un modo di dialogare, capisci che è la relazione che risolve, solo il fatto è che non li puoi conoscere tutti” dice Minga. La relazione risolve mentre ridurre tutto a un’identità nazionale non solo complica, ma è pericoloso “Si, e si tende a farlo molto anche nella cronaca giornalistica, in barba alla Carta di Roma spesso viene indicata la nazionalità del presunto colpevole … e quindi sei “forzata” a prenderti il peso dell’identità e del crimine commesso da un altro, devi “pulire il sangue”, anche se non c’entri nulla con quel fatto” sottolinea Minga, e precisa “Vale per ogni nazionalità, quando si crea un pregiudizio ci vuole tanto tempo, servono altri albanesi, altri africani per “ripulire” e ripartire da capo. Dopo la notizia di cronaca di un furto devi comportarti per una decina di giorni ancora meglio con le persone, lo vedi da come ti porgono la tazzina al bar e da come ti salutano, incide direttamente con la tua vita quotidiana”.

La borsa di Gentiana Minga con l’immagine di Durazzo. Foto Venti3

Tornando alle storie che ha raccolto per il libro, leggiamo che si tratta persone inserite in un contesto lavorativo; eppure, permane costante un retrogusto di malinconia, di nostalgia per il paese di origine e di isolamento rispetto al contesto sociale altoatesino. “In effetti quando abbiamo iniziato il progetto con il coordinatore Adrian Luncke credevamo di trovare storie molto più positive e chiaramente felici, e invece anche se non è così mi ha colpito il loro ottimismo, il fatto di adattarsi e reinventarsi, i micro-successi nonostante le difficoltà” . Difficoltà di chi è, appunto, a metà strada – per molti l’arrivo in Alto Adige e in Europa è solo una tappa del percorso, che li aiuterà a crearsi un futuro nel paese di origine.  C’è poi una naturale ritrosia nel raccontarsi, non è stato sempre facile: sfogliando il volume si vede che alcuni hanno preferito rimanere anonimi “All’inizio erano un po’ diffidenti e un po’ li capisco perché gli stranieri vengono chiamati spesso per dei progetti e poi vengono dimenticati, si sentono usati.  Ha contribuito il fatto che anche io sono straniera; la maggior parte sono di religione musulmana, come me, e questo li ha aiutati a esprimere il loro disagio, ad esempio il non sentirsi liberi di vivere la fede con serenità” ci racconta Gentiana Minga. Ma secondo lei cosa si potrebbe fare ancora per farli sentire più accolti, a casa? “Cercarli sempre, parlargli, anche se non sanno bene l’italiano. Ad esempio, sarebbe meglio che qui ci fosse fosse uno di loro al posto mio”.

E lei, si sente a casa a Bolzano? “Da quando sono cittadina italiana sono più rilassata, ho anche acquistato una casa qui, ma non mi sento del tutto risolta” ci dice. Accanto ha una borsa di tela su cui è stampato un panorama di Durazzo, ci indica la casa che ha lasciato li, vicino al mare, dove per certi aspetti si sente più a casa, ma per altri meno “non la penso allo stesso modo su come viene concepito il lavoro, il riposo, lo spazio privato e la famiglia, mentre qui non ti senti bene per altre cose…recentemente mi hanno detto che si sentirà per sempre che sono straniera”, ci dice con una punta di rassegnazione. “Allora vivi un po’ sopra galleggiando, forse è questa la situazione del migrante, questo galleggiare fra due mondi differenti” conclude Gentiana Minga, prima di scappare per andare al lavoro.

Caterina Longo

Gentiana Minga (Durazzo, Albania) ha lavorato come professoressa di lingua e letteratura albanese, bibliotecaria e giornalista professionista per diverse testate albanesi . Poetessa e scrittrice, ha pubblicato: Autopsia del disastro (racconti e novelle – 1993 – Ed. Europa – Tirana, Albania), La signora di Scutari (poesie – 2003 – Ed. Florimont – Tirana, Albania), Ciao mamma, un saluto da Bolzano (Terra d’Ulivi, 2017), Tempi che sono/Zeiten wie diese ( Terra d’Ulivi, 2021). Ha collaborato con Enmigrinta, bollettino on line di Alto Adige come redattrice per la sezione di Bolzano, con “Poeteka”, tre – mensile letterario albanese, e con altre testate e siti multiculturali. Attualmente vive a Bolzano.

 

In apertura: il libro di Gentiana Minga “Auf halben Weg / A metà strada”
pubblicato dall’OEW – Organizzazione per Un mondo solidale. Foto Anna Mayr, courtesy OEW

Ti potrebbe interessare