Turismo e fotografia: ecco come ci siamo trasformati in un “souvenir”
Prima si chiudevano finestre e scuri, poi si spegnevano tutte le luci. Pochi istanti dopo partiva un fascio di luce bianco e polveroso che illuminava un telo o una sezione di parete bianca accompagnato dall’intenso rumore di una ventola. Dopo il primo “clic clac” si sistemava la messa a fuoco e toccava restare inchiodati alle poltrone per almeno un’oretta a sorbirsi tutto il racconto delle vacanze. Era la temutissima serata diapositive a cui erano costretti i parenti e gli amici più remissivi. Un rito che pochi ricordano con nostalgia, soppiantato dalla molto meno faticosa condivisione via social di decine di foto da scrollare sul proprio smartphone. Oggi, quindi, a gratificare l’autore non c’è più l’applauso a fine proiezione, quello che risvegliava gli amici meno resistenti, ma un diluvio di emoticon e faccine. Tutto molto più semplice e meno coinvolgente.
Un passaggio da proiettore a smartphone che ha contribuito a influenzare, se non rivoluzionare, anche il modo di viaggiare di una moltitudine di turisti che affolla città, spiagge e sentieri di mezzo mondo.
Già nel 1977 Jean-Marie Miossec ricordava che “lo spazio turistico è innanzitutto un’immagine”. Un’immagine che, va precisato, pre-esiste al viaggio e che lo condiziona oggi molto più che in passato. Perché le immagini patinate tipiche delle illustrazioni di guide e riviste di viaggio non solo hanno definito il canone estetico dello sfondo dei nostri selfie, ma si sono trasformate in destinazioni inderogabili di molti itinerari turistici. Il mondo trasformato in un catalogo di sfondi selezionati, in un album di figurine da completare: “celocelomanca”.
Difficile non accorgersi di come la fotografia abbia assunto un ruolo sempre più centrale nell’esperienza turistica, mentre il souvenir tradizionale è stato soppiantato dall’immagine “auto-prodotta” di un luogo.
La “dittatura” del selfie
Come sottolineato da Marco D’Eramo nel suo “Il selfie del mondo”: “Il selfie esprime un insopprimibile bisogno di confermare la propria esistenza, di lasciare un documento di sé, una traccia del proprio heideggeriano esserci nel mondo (esserci alla piramide di Cheope, al Taj Mahal), un’ansia di rassicurarci sul fatto che la nostra esistenza non è una bufala, una fola al vento, ma che siamo davvero: il selfie fotografa una tale incertezza di sé da dare il
magone”.
Una tecnica che non necessita dell’”altro”, che ha cancellato anche il semplice “Would you mind to take a picture, please?”. Facciamo tutto da soli, il turista non è più uno spettatore esterno del mondo, si immagina protagonista.
Purtroppo, l’industria turistica si è adeguata rapidamente a questo trend, alla “tirannia” dei selfie. Finanzia più o meno lautamente gli influencer, contribuendo a creare una moltitudine di reels che in meno di trenta secondi concentrano immagini iconiche che possano rappresentare lo sfondo ideale per il nostro ego. Attorno a questo è tutto un fiorire di format ideali per turisti mordi e fuggi: “Roma in ventiquattro ore”, “Venezia in sei” e “Bolzano in una”.
Nel farlo, ovviamente, si è costretti a cancellare il contesto. Lo si è sempre fatto, in ogni fotografia di viaggio si è sempre cercata l’inquadratura che evitasse quelle auto parcheggiate, quella gru o quell’ecomostro che rovinava lo scatto. Oggi è semplicemente più facile, basta un clic per cancellare quel che non ci piace e migliorare la luce, i colori e filtrare le nostre rughe.
Il viaggio trasformato in un fotomontaggio. Collezioni di immagini che sono la copia conforme di quello che ci si aspetta(va) per poter essere condivisi “urbi” e soprattutto “orbi”. Oggi, più di un tempo, il turista non esplora, verifica. Il feedback serve semplicemente a validare la vicinanza o meno da quel che ci si attendeva. Le foto dell’albergo che non corrispondono a quelle dei siti di prenotazione, le calette da isola deserta che si rivelano più affollate che il lido di Jesolo a ferragosto.
La montagna
Le montagne, Alto Adige compreso, non sfuggono a queste logiche, anzi. Tutto deve apparire pittoresco: i prati verdi, la neve candida e le Dolomiti sempre illuminate dalla luce rosa del tramonto. In ogni foto “turistica”, la presenza umana è nulla o comunque limitata a pochissime idilliache presenze. La montagna deve apparire incontaminata, deve staccarsi nettamente dalla normalità urbana delle nostra quotidianità. Via il traffico, via le code, via gli ipermercati, solo negozietti, cibo “autentico” e vita all’aria aperta. Per questo le immagini del mondo reale, quelle delle file a Seceda o del traffico sulle strade della Pusteria vengono considerate “scandalose”, perché rovinano l’immagine turistica complessiva. Le questioni ambientali vengono molto, molto dopo.
Ma, soprattutto, la montagna deve essere “sana”. Impazza il turismo salutista, il benessere del corpo e della mente e persino quello spirituale: che fate, passate a fianco di un albero senza abbracciarlo? Strana società che non tollera il diverso, ma adora i diversivi.
Un intero sistema economico ha finito così per rimodellarsi sulle attese dei turisti. Una mummificazione e imbalsamazione di luoghi e centri storici avvenuta allo scopo di essere fotografati, filmati e soprattutto condivisi. Albergatori, ristoratori e uffici turismo schiavi dei feedback di chi è di passaggio. Poi tutti insieme a scagliarsi contro il turismo “mordi e fuggi”.
Fortunatamente, è impossibile fare sparire l’inatteso dalle nostre vite, soprattutto quando si è lontani da casa. Quell’inatteso che permette ancora di stupirci: “Fotografare – sottolineava Luigi Ghirri – è per me rinnovare questo stupore. Recuperare lo sguardo adolescenziale che osserva tutto come fosse la prima e ultima volta, nel gesto naturale dello stare al mondo, che si meraviglia anche solo di fronte al miracolo della luce”. (Luigi Ghirri – Niente di antico sotto il sole – Quodlibet 2021)
Massimiliano Boschi
Tutte le immagini: (c)Venti3
