Val Sarentino: l'atmosfera incantevole e il turismo “invisibile”
Alto Adige. La valle che circonda Sarentino, placido paesino di settemila abitanti a una ventina di chilometri da Bolzano, non può offrire passeggiate panoramiche come il vicino Renon, non è “incoronato” da pittoresche vette dolomitiche e nemmeno può offrire intrattenimenti adrenalinici.
Eppure, è sufficiente attraversare il ponte di legno sul Talvera che separa i parcheggi dal centro storico cittadino per restare intrappolati nella sua incantevole atmosfera. La luce che si appoggia morbida sul legno e sull’intonaco degli edifici storici, un mercatino dell’usato che proprio non si può definire “vintage”, il sole che invade e riscalda i tavolini di un bar, ma anche il tipico odore delle metzgerei sudtirolesi che si diffonde per le strade, tutto contribuisce a comporre un quadro che non può lasciare indifferenti. Se poi qualche stand ti offre quel che si riesce a produrre da queste parti, il gioco è fatto e finito, sarà che vendere quel che si ha è molto diverso che smerciare quel che si fabbrica altrove. Non solo, a Sarentino si riesce persino ad apprezzare il mercatino di Natale, che qui chiamano “Avvento Alpino”, ma non è una questione di definizioni e tradizione, è una questione di autenticità.
San Martino in Val Sarentino (foto Venti3)
La valle
Le attrattive di Sarentino, però, non si limitano a questo, perché la valle che lo circonda offre impianti sciistici a Reinswald, chilometri di sentieri per escursioni, un’offerta gastronomia di altissimo livello e persino un idilliaco lago che si mantiene quasi sempre tranquillo nonostante la sua indubitabile instagrammabilità (per questo, immagini, nome e collocazione, ve li dovete cercare da soli).
In sintesi, ci sono luoghi molto meno affascinanti e molto più scomodi da raggiungere che si ritrovano invasi da migliaia turisti, perché in Val Sarentino questo non avviene? E’ una situazione figlia di scelte precise?
Domande che abbiamo girato a Norman Libardoni, direttore dell’Associazione turistica della Val Sarentino. “Sono questioni su cui mi sono interrogato anche io appena assunto l’incarico – premette – . Non ho una risposta precisa, ma dopo aver visitato tutte le strutture turistiche locali ho potuto fare alcune ipotesi. In linea generale, però, la situazione attuale non crea particolari lamentele. Gli esercenti sono soddisfatti, vorrebbero più turismo, ma non troppo. L’overtourism di altre zone dell’Alto Adige spaventa anche qui, ma è una paura infondata, in Sarentino siamo ben lontani da quanto avviene nelle parte più orientali della provincia di Bolzano”.
Le altre ipotesi riguardano la forza di altri settori, principalmente agricoltura e l’artigianato, che non rendono l’attrattiva turistica fondamentale per l’economia locale e la scarsa dimestichezza di molti albergatori con le nuove tecnologie: “spesso si tratta di persone non più giovanissime con figli che lavorano, non sono abituati a utilizzare la rete internet e le varie piattaforme di ricerca degli alloggi per allargare il loro mercato. Questo, ovviamente, ha una ricaduta sulla visibilità turistica dell’intera valle”.
Proseguendo con la chiacchierata, appare evidente come proprio la mancanza di visibilità sia il principale problema che Libardoni si trova ad affrontare: “La valle è facilmente raggiungibile da Bolzano solo da una decina d’anni, da quando sono state costruite le nuove gallerie. Probabilmente, questo aspetto non è stato sufficientemente considerato, attualmente stiamo lavorando molto per renderci più visibili, sia attraverso i media tradizionali che i social. Lo facciamo cercando di comunicare le peculiarità della valle, non vogliamo trasformarci in un parco di divertimenti”.
Il rischio sembra sufficientemente lontano, ma una frase pronunciata da un gestore incontrato da Libardoni è in grado di rappresentare al meglio forza e debolezza del turismo in Sarentino: “Non vogliamo avere sconosciuti in casa”. Una frase che può suonare come una bestemmia quando è pronunciata da un operatore turistico e che, invece, è (o era?) al centro del successo del modello di accoglienza sudtirolese. Perché spesso chi viene e veniva accolto in una malga e in un appartamento non era considerato un cliente a cui fornire un servizio, ma letteralmente un ospite con cui condividere il latte e il burro e le marmellate di casa, a cui suggerire le passeggiate migliori, una persona con cui tenersi in contatto anche durante l’anno. Non è un caso che moltissimi turisti tornino in Sarentino ogni anno, nello stesso posto, nello stesso periodo, indipendentemente dalla provenienza. Lo fanno perché quando arrivano qui non si sentono estranei, alla faccia di tutte le barriere etniche e linguistiche che tanto appassionano questo territorio, queste persone si sentono a casa, anche se non è la loro.
Per vari motivi, oggi è molto più complicato instaurare un rapporto di questo tipo con viaggiatori che restano per meno giorni, che si rivolgono alle app per i consigli e che riescono a farsi mandare a casa prodotti tipici in ogni momento dell’anno. Ma non c’è app o prodotto che possa ricreare quell’atmosfera di cui si parlava all’inizio.
“Noi possiamo puntare sulle bellezze naturali, sulla gastronomia, sulle escursioni, sulle piste da sci non affollate, sul detox digitale, sulle nostre tradizioni, ma è molto difficile comunicare un’atmosfera – conclude Libardoni”. In effetti, lo slogan “Non vogliamo sconosciuti in casa” non sembra il migliore possibile. Eppure…
Massimiliano Boschi
Immagine di apertura: Sarentino (Foto Venti3)
