Università, il prestigio conta. Ma sullo stipendio, non sulla preparazione

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Chi ha studiato nelle migliori università del mondo, rende più degli altri? È la domanda provocatoria che ha dato il via alla ricerca condotta su 28.339 studenti (294 università di 79 Paesi) da un’équipe di cui fa parte la docente Unibz Marjaana Gunkel e che, recentemente, è stata pubblicata dalla prestigiosa Harvard Business Review.

«La nostra risposta è affermativa. Gli studenti delle migliori università fanno meglio dei loro colleghi di atenei meno blasonati, ma solo nella misura dell’1,9%», afferma Gunkel, che insegna Gestione delle Risorse umane alla Facoltà di Economia.

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Nella selezione dei migliori candidati, i responsabili delle risorse umane si trovano spesso a dover affrontare il difficile compito di vagliare montagne di curricula. Le università d’élite svolgono un ruolo centrale nella scrematura. «I dati di Payscale e del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti mostrano che i laureati di università prestigiose iniziano la loro carriera con stipendi molto più alti» afferma Gunkel, «In termini di numeri, i laureati delle migliori dieci università degli Stati Uniti guadagnano il 47% in più rispetto a chi ha studiato in università meno rinomate.

Dopo sei anni di vita professionale, il divario salariale è salito al 109%. Nel nostro studio volevamo quindi scoprire se questi laureati sono effettivamente dipendenti più capaci».

Università, l’indagine

Per realizzare la ricerca, il team internazionale ha utilizzato i dati relativi a 28.339 studenti di 294 università in 79 Paesi. Le università scelte sono state quelle rappresentate nel ranking webometrics che non differenzia le università in base alle dimensioni dell’ateneo: da quelle nelle prime dieci posizioni fino a quelle situate attorno alla posizione 20.000 (il ranking ne comprende un massimo di 30.000). In Webometric la Libera Università di Bolzano si classifica al 976° posto (Bocconi, 1003°) a livello mondiale e al 404° posto in Europa.

Agli studenti esaminati sono stati assegnati progetti di consulenza aziendale reale da svolgere in team virtuali globali per un periodo di due mesi.

I risultati di questi progetti sono stati quindi valutati da esperti che hanno preso in considerazione una ampia gamma di hard e soft skills – tra cui la cooperazione con i componenti del team, la leadership, le competenze linguistiche, le abilità tecniche, l’intelligenza emotiva, la creatività – e hanno valutato le prestazioni dei singoli.

Ebbene, lo studio dimostra che i voti ricevuti da chi studia in atenei nella Top 10 di Webometrics sono mediamente più alti dell’1,9% rispetto a quelli dei loro colleghi provenienti da università nelle prime 1.000 posizioni. La differenza tra gli studenti delle Top 10 e quelli di atenei “medi” – ovvero oltre la decimillesima posizione, cresce invece fino al 19%.

Una delle spiegazioni si trova già nel sistema di selezione: le università di livello superiore possono di solito scegliere tra un gruppo più ampio di candidati, il che porta a una maggiore concorrenza e a una migliore qualità degli studenti del primo anno. Inoltre, le migliori università attirano anche i professori e visiting professor più affermati e dispongono delle strutture più moderne.

La ricerca dell’équipe di cui fa parte Marjaana Gunkel non ha però rilevato differenze per quanto riguarda aspetti come la motivazione o l’ambizione. “I laureati provenienti da università più modeste hanno mostrato lo stesso livello di motivazione e di etica del lavoro dei loro colleghi degli atenei più blasonati”, afferma Gunkel. Tuttavia, questi ultimi sono meno amichevoli e più inclini al conflitto e hanno la tendenza a identificarsi meno con il loro team.

«Quando prendo in esame i laureati di Unibz, posso dedurne che non provengono da un’università di alto rango come Harvard o Oxford ma, comunque, da un ateneo di buon livello. Le loro prestazioni sul mercato del lavoro sono molto buone e dovrebbero quindi essere interessanti per i datori di lavoro”, precisa Gunkel, “come docenti invitiamo gli studenti a non trascurare aspetti importanti della vita professionale come il lavoro di squadra, la comunicazione e il networking».

Marjaana Gunkel insegna “Gestione delle risorse umane” e “Gestione delle risorse umane” alla Facoltà di Economia. I suoi interessi di ricerca riguardano la gestione delle risorse umane a livello internazionale e il comportamento organizzativo. È coautrice dell’articolo pubblicato sulla Harvard Business Review.

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