Ricerca sugli abusi sessuali sui bambini, premiata Ulrike Loch

Pubblicato il 10 Dicembre 2019 in Territorio

 

«È importante osservare e capire invece di distogliere lo sguardo, ascoltare invece di far finta di niente, intervenire invece di ignorare». È stato questo il messaggio che lo scorso fine settimana è emerso con chiarezza durante il conferimento del Premio per i diritti umani assegnato dal Land della Carinzia a tre donne che, nel loro lavoro di ricerca, si occupano di violenza sui bambini e i giovani e di violenza in famiglia. Una di queste insegna e fa ricerca alla Facoltà di Scienze della Formazione unibz.

Oltre a Tanja Prusnik e Ina Loitzl, il governatore provinciale della Carinzia, Peter Kaiser, ha infatti premiato la sociologa Ulrike Loch per il suo progetto di ricerca „Gewalt an Kärntner Kindern und Jugendlichen in Institutionen“ („Violenza istituzionale contro i bambini e i giovani carinziani”, ndt.). La docente, che nel 2018 è approdata in unibz dalla Alpen-Adria-Universität di Klagenfurt, si occupa da decenni di stigmatizzazione sistematica, patologizzazione e abuso sessuale di bambini e adolescenti nel dipartimento di “Pedagogia curativa” (Heilpedagogik), dell’ospedale regionale di Klagenfurt e del centro giovanile di Rosental.

Questo oscuro capitolo della storia medica e sociale austriaca si dipana dalla vicenda personale di Franz Wurst, professore universitario e primario del dipartimento di Pedagogia curativa dell’ospedale di Klagenfurt, venuta alla luce in tutto il suo orrore solo negli ultimi anni. Tra gli anni ‘40 e ’80 del secolo scorso, Hans Asperger e Franz Wurst lavorarono intensamente – con il sostegno della politica e della scienza – per fondare la pedagogia curativa quale disciplina scientifica. Nonostante i loro riferimenti teorici fossero permeati dalle idee naziste, le loro diagnosi e le loro opinioni professionali furono adottate dal welfare giovanile e dal sistema scolastico austriaco fino agli anni Ottanta. Su questa base, molti bambini vennero allontanati dalle loro famiglie e mandati in scuole speciali, subirono violenze psicologiche, furono costretti ad abusare di medicinali e soffrirono nelle istituzioni educative ispirate da questa teoria.

Nel 2002, Franz Wurst è stato condannato per vari atti di violenza, compresa la violenza sessuale su ex pazienti. Dopo il processo e la condanna del medico, un tempo considerato intoccabile (alcune persone intervistate lo hanno paragonato “a Dio”), nel 2013 è stata istituita in Carinzia una prima Commissione per la protezione delle vittime di violenza di una delle due strutture nella regione austriaca in cui Wurst ha lavorato. Entro il 2015, circa 130 persone (perlopiù uomini) sono state riconosciute come vittime dalla Commissione per la protezione delle vittime; la maggior parte di loro cita Franz Wurst come autore di reati. Dopo la pubblicazione dei primi risultati della ricerca e l’annuncio della riapertura dei lavori della Commissione per la protezione delle vittime, da ottobre 2019 oltre 100 ulteriori vittime si sono rivolte al Land della Carinzia.

“L’obiettivo del nostro progetto di ricerca è esaminare scientificamente come Franz Wurst e altri sedicenti specialisti abbiano avuto la possibilità di perpetrare violenze strutturali e sessuali per decenni in entrambe le istituzioni senza che questo abbia fatto scattare un allarme tra i responsabili e portato a proteggere i bambini e i giovani”, spiega la prof.ssa Ulrike Loch.

Per capirlo, assieme alla sua équipe di ricerca, Loch ha condotto interviste con collaboratori delle istituzioni coinvolte, con terapeuti ed esperti, con rappresentanti delle forze di polizia e ricercatori dell’Alpen-Adria-Universität di Klagenfurt. Come è stata possibile che una tale violenza venisse protratta per decenni? Perché così tanti professionisti non hanno visto la sofferenza dei bambini e non hanno agito? “Volevamo capire quali fattori avessero portato la politica, la società e i responsabili delle strutture a ignorare per così tanto tempo queste gravi violazioni, nonostante le numerose richieste di aiuto da parte degli interessati”, spiega la sociologa.

Inoltre, sono state intervistate anche le vittime. I risultati dello studio mostrano che la diagnostica della pedagogia curativa, che iniziava con il denudamento dei bambini e mirava a prevedere i futuri sviluppi psicosociali dei bambini e dei giovani a partire dalla loro costituzione fisica, li patologizzava e stigmatizzava. Questa stigmatizzazione dei bambini non è stata messa in discussione dal sistema di welfare giovanile e dal sistema scolastico austriaco per lungo tempo in quanto nel Paese la pedagogia curativa godeva di uno status di disciplina scientifica e si presentava associata all’autorità della psichiatria. Nella seconda metà del XX° secolo tutte le istituzioni di pedagogia curativa godevano di riconoscimento sociale e quindi di potere, compresa la “Kinderbeobachtungsstation”, la struttura psichiatrica infantile a Innsbruck gestita da Maria Nowak-Vogl, dove vennero trattati anche molti bambini e giovani altoatesini. “I bambini che denunciavano la violenza in questi reparti non avevano alcuna possibilità di essere ascoltati”, afferma la prof. Loch.

Risulta perciò importante effettuare un’analisi scientifica dei meccanismi che hanno portato alle indicibili sofferenze di molti bambini e adolescenti e che hanno gravemente compromesso la loro vita adulta.” È nostro compito affrontare la storia – anche quando fa male”, ha commentato il governatore della Carinzia Peter Kaiser durante la consegna del premio per i diritti umani alla prof.ssa Ulrike Loch. Nel suo discorso di ringraziamento, Ulrike Loch ha raccontato come alcuni dei suoi studenti di Klagenfurt abbiano scoperto, grazie al progetto di ricerca, che anche i loro genitori avevano subito violenza da parte di Franz Wurst e come, dopo anni di silenzio, la condivisione di questi misteri con la famiglia abbia agito positivamente nel rapporto tra genitori e figli.

“La violenza istituzionale, come la violenza nelle istituzioni pubbliche nella nostra ricerca, perde il suo effetto distruttivo solo quando gli atti di violenza sono finiti e la violenza subita e i suoi effetti possono essere discussi pubblicamente in modo tale da essere riconosciuti come una violazione dei diritti umani e diventare parte della memoria collettiva”, sostiene la Prof.ssa Ulrike Loch, “È solo in questo processo che si creano il senso di comunità e di appartenenza che erano andati persi nell’atto di violenza”.

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