I «due» Alexander Langer: il viaggio leggero alla ricerca delle sue radici ebraiche

Pubblicato il 14 Dicembre 2019 in Alto Adige DOC

 

Il doppio rintocco delle campane arriva a inchiodare definitivamente quel momento nella mia memoria. Il sole che prova a bucare le nuvole, il vento che trasporta una spolverata di neve, tre nomi scritti in giallo su una nera croce di ferro battuto: Artur, Elisabeth e Alexander Langer. Sono le 11.30 di martedì e nel piccolo cimitero a fianco della chiesetta di Telfes si conclude un viaggio che avevo iniziato qualche giorno prima inserendo le chiavi nel cancello di un cimitero non molto più grande: lo Jüdischer Friedhof di Merano che ospita le spoglie di un altro “Alexander Langer”, padre di Artur e nonno di Alex. Rientrando da Telfes con il bus per Vipiteno, riprendo in mano la copia de “Il viaggiatore leggero” che mi porto dietro da oltre una settimana. Rileggo per l’ennesima volta le prime pagine scritte da Langer:

«Perché papà non va mai in chiesa? Crescendo a Sterzing (950 m, 4000 abitanti), in una famiglia democratica e borghese, che a casa parla in lingua (tedesca) invece che in dialetto tirolese e nella quale si respira un clima molto rispettoso e tollerante, mi inquieta molto il fatto che mio padre non vada mai in chiesa. Un giorno, approfittando del mio compleanno, oso chiedere alla mamma il perché. Me ne sento un po’ in colpa, come anche per il fatto di non parlare in dialetto. Il papà, stando nell’ospedale tutto il giorno e tutti i giorni (era l’unico medico chirurgo del circondario) serve Dio in altri modi – te lo potrà confermare il cappellano che va bene così. Il cappellano, un prete cecoslovacco in esilio, conferma. Più tardi mia madre mi spiega anche che mio padre è di origine ebraica e che non conta tanto in che cosa si crede ma come si vive. Lei, in quegli anni, fa parte del consiglio comunale, come indipendente eletta sulla lista tedesca della Svp, ma ne esce presto, quando il clima peggiora e la richiesta di avere antifascisti in lista non è più così forte». E’ uno dei pochissimi testi in cui Langer racconta della sua famiglia, ma delle sue origini ebraiche scrisse ancor meno.

Proprio per saperne di più ero andato a trovare Edi Rabini anima della fondazione Langer: «Alex  – mi aveva premesso – era molto riservato, non parlava quasi mai della sua famiglia. Delle origini ebraiche, fu costretto a occuparsene pubblicamente a causa di una lettera pubblicata su un giornale trentino nel 1985».

Rabini digita qualcosa sul suo portatile e torna con uno scatolone che contiene il materiale riguardante il processo nato dalla denuncia-querela sporta da Langer contro quel quotidiano che aveva pubblicato una lettera di tale dottor Karl Saltner. «Uno scritto – scriveva Langer – gravemente ingiurioso e diffamatorio nei miei confronti che culmina nell’affermazione che io sarei il nemico dei tirolesi di lingua tedesca, dei quali vorrei l’eliminazione in quanto figlio di giudeo che in questo modo vuole compiere la sua vendetta intelligente (…) Addebitare ad una persona una certa concezione politica sulla base del suo sangue è stato il capolavoro della propaganda nazista che ha diviso, come si sa, il mondo in ariani (coloro che possono essere onesti e puliti e che sono destinati a dominare) e non ariani (che sono per definizione il disonore dell’umanità, quella parte di subumani che deve essere persino distrutta col ferro e col fuoco). Non credo di dovermi intrattenere di più su questo tema che è parte del patrimonio civile e morali di ogni democratico». Riguardo alle sue origine ebraiche, Langer si limitò a ricordare che il padre, in quanto israelita: «Venne licenziato sotto il regime fascista dall’Ospedale Civile di Vipiteno/Sterzing nel 1938 e successivamente perseguitato dai nazisti riuscendo quasi miracolosamente a giungere vivo fino alla liberazione del fascismo e del nazismo».

Il resto del faldone contiene la sentenza che diede ragione a Langer e le numerosissime lettere di solidarietà tra cui segnaliamo quella di Piero Siena, fondatore di Museion e di Marco Pannella (vedi foto). Prima di congedarmi, Rabini mi ha consigliato di contattare Gad Lerner: «Ricordo un dialogo in cui Alex lo invitò a ricercare le sue radici ebraiche, magari lui sa qualcosa di più». Accolgo l’invito e ricevo una prontissima risposta di Lerner: «È vero, Alex mi parlò dell’ebraismo di suo padre e di come la moglie consapevolmente scelse di proteggerlo. Ma non riuscirei a dirti più di questo. Non ricordo dettagli. Di certo Alex custodiva come un prezioso elemento del suo mosaico identitario anche questa componente».

lettera di Pier Luigi Siena, fondatore di Museion

La famiglia Langer

A permettere una ricostruzione più accurata del passato della famiglia Langer è il volume “Quando la patria uccide” (Raetia) che riporta la testimonianza di Peter, uno dei due fratelli minori di Alex: «Dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali, mio padre Artur, a 38 anni, perse il lavoro come primario all’ospedale di Vipiteno e si trovò improvvisamente disoccupato e apolide e fu costretto a lasciare la provincia». Come raccontano gli autori Sabine Mayr e Joachim Innerhofer, Artur e il fratello Erwin fuggirono a Malcesine sul lago di Garda dove vissero un breve periodo in tranquillità. Nuovamente esposti alla persecuzioni razziali, i due fratelli trovarono rifugio prima in Toscana, a Figline Valdarno (dove rimasero per due anni, fino alla fine di febbraio del 1944) poi in Svizzera.

Varcarono il confine elvetico il 3 marzo 1944 e vi rimasero fino alla fine della guerra. «Artur aveva 44 anni quando tornò a Vipiteno – scrivono gli autori – . Là nessuno era andato ad accogliere le truppe americane ed Elisabeth si scopri l’unica a salutarli con una bandiera della Croce Rossa. Finalmente le circostanza permisero loro di sposarsi (il colpo di fulmine era scattato oltre dieci anni prima nda). I genitori di Elisabeth pretesero però un matrimonio in chiesa, Artur non aveva nulla in contrario ma era ebreo e quindi non era battezzato né cresimato». A sistemare le cose ci pensò il parroco di Telfes e il matrimonio venne celebrato il 18 giugno del 1945. Il primogenito Alexander nacque a Vipiteno il 22 febbraio 1946.

Artur morì nel 1974 e come raccontato da Peter: «Non voleva essere seppellito nel sepolcro di famiglia a Vipiteno perché lì erano sepolti parenti che duranti la guerra non si erano comportati con onore e non avevano sostenuto la relazione tra Artur ed Elisabeth. Mio padre desiderava essere sepolto in un’urna e ancora una volta fu un parroco di Telfes ad aiutarlo, nonostante la cremazione non fosse ancora ammessa dalla Chiesa. Così poté essere tumulato nel cimitero di Telfes nel modo in cui desiderava».

E’ di fronte a quella tomba che oggi ospita anche la moglie Elisabeth e il figlio Alexander, che ho lasciato le mie impronte sulla neve pochi giorni fa, la stessa su cui altri visitatori hanno depositato alcune pietre alla maniera ebraica. Ma, come anticipato, da un altro piccolo cimitero era partito il mio viaggio: il “Neue Jüdische Friedhof” di Merano, il nuovo cimitero ebraico. Lì, nella tomba 112 del campo 4 è sepolto Alexander Langer, padre di Artur e nonno di Alex, Peter e Martin. Per accedervi è necessario procurarsi le chiavi al museo ebraico e l’area è video sorvegliata. I motivi sono facilmente intuibili e decisamente vergognosi.

Apro il cancello, me lo chiudo alle spalle e mi incammino tra le tombe calpestando un fitto tappeto di foglie ghiacciate. Come tutti i cimiteri ebraici è formato da lapidi in pietra, alcune storte, altre ricoperte da una fitta vegetazione. Su una targa in lingua tedesca è segnalato che in questo cimitero è sepolto Alexander Langer: «Nonno del politico Alexander Langer. Nato a Olomouc, ha vissuto con la moglie Ida Altar a Vienna». Per ulteriori dettagli torno a consultare “Quando la patria uccide”: “Figlio di Julie Knöpfelmacher e Sigmund Langer, Alexander si trasferì a Vienna con la moglie Ida Altar, anch’essa nata a Olomouc (il 15/9/1871), figlia di Charlotte Goldschmitt e Martin Altar. A Vienna nacquero i figli Erwin (1895), Margit (1896) e Artur (1900)”.

Altro materiale l’ho recuperato consultando gli archivi online del Comune di Olomouc e quelli del Comune di Bolzano.

Alexander Langer era nato il 14 dicembre 1867 e aveva sposato Ida Altar il 2 settembre 1894 sempre a Olomouc. L’anno successivo traslocarono a Vienna in Berggasse 8, poco lontano dalla facoltà di medicina. Lì nacquero Erwin, Margit e Artur. Al termine del primo conflitto mondiale altro trasferimento, questa volta a Bolzano per motivi di salute. Alexander si era ammalato negli anni dei guerra ed era consigliabile cambiare clima. La scheda dell’ufficio immigrazione dell’archivio comunale fissa la data ufficiale del trasferimento al 15 giugno 1917 in Elisabethstrasse 606, a Gries, oggi via Montello. Alexander morì cinque anni dopo, il 24 agosto 1922. (Purtroppo non sono riuscito a recuperare altro su quegli anni e su quelli successivi riguardanti la moglie Ida).

Chiuso il cancello del cimitero ebraico, mi sono incamminato verso la stazione  controllando di avere ancora in tasca “Il viaggiatore leggero”. Nell’attesa del treno, l’ho riaperto cercando la pagina che avevo segnato con un’orecchietta. E’ il capitolo che preferisco, si intitola: “Le speranze di tanti soldati Svejk”: Inizia così: “Il ritorno a radici vere o presunte sembra essere il tratto distintivo di questi ultimi anni. Ma questa necessità di identità, di radicamento, è un rifiuto della modernità, un voler tornare in qualche modo al passato, oppure rappresenta solo un modo, magari confuso, per entrare pienamente in una modernità che nei suoi presupposti è ormai mondializzata ed indiscutibile?”.

Le radici

Inevitabilmente mi sono chiesto cosa pensava l’Alexander Langer “politico” delle sue radici ebraiche, se le aveva approfondite privatamente o se aveva preferito ignorarle. Personalmente non sono riuscito a fare né l’uno né l’altro, perché quelle radici affondano in confessioni diverse, in paesi diversi, in fughe e in ritorni. Solo a chi è in movimento si domanda dove sia diretto e solo a chi supera i confini si chiede da dove viene, chi si accuccia impaurito all’ombra di un muro si ritrova a parlare da solo o a interrogare una parete di cemento che non risponde. Chi ha vissuto in esilio, invece, sa che l’identità è di carta, ci si può scrivere qualunque cosa. A proposito di scritti, nel luglio del 1995 Franca Selvatici su “Repubblica” ha ricostruito l’ultimo giorno di vita di Alexander Langer.

Ha descritto le sue ultime telefonate e il percorso dalla casa di Firenze fino a Pian dei Giullari: «Qui, nel silenzio di una giornata di estate, ha scritto alla moglie e agli amici, ha letto un libro di preghiere in ebraico e francese. Poi è sceso di macchina e ha percorso i pochi metri fino alla pianta di albicocco». Ho cercato di comprendere a quale libro di preghiere in ebraico si riferisse l’articolo senza successo. Ovviamente non è importante. Quel che Langer aveva da dire lo ha scritto il 3 luglio 1995 su due biglietti, uno in italiano e uno in tedesco, lasciati per gli amici e la famiglia.

In quello in tedesco ha  provato a spiegare le motivazioni del suo gesto citando un brano del Vangelo:  «I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto».

La citazione è parziale, l’intero versetto del Vangelo secondo Matteo (11,25-30) è questo: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Massimiliano Boschi

 



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