La scuola senza retorica di Claudio Giunta

Questa recensione prende spunto dalla precedente che ho scritto, dedicata al libro di Marcello Fois. Ricorderò dunque in pochi tratti ciò che diceva Fois – interpretando “Cuore” di Edmondo De Amicis alla stregua di un laboratorio d’italianità – e poi passerò al pamphlet di Claudio Giunta, che a mio modo di vedere ne rappresenta un significativo controcanto.

Se oggi, sosteneva Fois, sembra di moda la cattiveria, l’esibizione di marcati disvalori, nonché l’affermarsi di tendenze, come si suol dire, laceranti e “divisive”, sarebbe opportuno tornare a riscoprire le nostre buone (non necessariamente buoniste) radici, così come esse vengono esemplificate da quel trattato di pedagogia nazionale che è “Cuore” di Edmondo De Amicis. Riscoprire “Cuore”, insisteva lo scrittore sardo, non riattiverebbe il progetto di vedersi come (e con ciò diventare sul serio) “brava gente”, non riuscirebbe a contenere le numerose deviazioni da quel percorso di ricerca di un’agognata unità, oltre l’evidente ipocrisia legata al mascherare con formule autoassolutorie nefandezze di ogni tipo (e qui cade o cadrebbe sicuramente il discorso sul fascismo)? E non è forse proprio la scuola – che di “Cuore” rappresenta una scena che vorrebbe farsi mondo, la scuola come scena del mondo – il luogo in cui riprendere a concentrare tutti i nostri sforzi?

Anche “Ma se io volessi diventare una fascista intelligente?” di Giunta parla di scuola, eppure la distanza dal proposito di rendere tale istituzione una scena-mondo, orientata da un superiore assunto di ordine nazionale e morale, non si potrebbe immaginare più grande. Tanto per essere chiari, la scuola qui auspicata, d’impronta anti-deamicisiana, non caccerebbe mai fuori dai suoi cancelli un tipo come Franti (che De Amicis invece condanna già all’ergastolo in tenera età), perché è anzi proprio la richiesta “eversiva” della studentessa che vorrebbe diventare “fascista intelligente” che ci permette di sottoporre a un esame critico un modello d’insegnamento forse ancora troppo impastato di buoni sentimenti (oggi del tutto retorici e quindi irrealistici).
«La retorica – ci ricorda Giunta – non è una buona maestra, e una delle cose capitali che bisognerebbe insegnare a scuola è a non essere dei fanatici, neppure dei fanatici dell’Ideale. L’istruzione valoriale corre questo rischio, e parte del rischio risiede nel fatto che essa produce non di rado sia l’effetto desiderato sia il suo contrario: non solo il fanatico che crede ciecamente, ma anche il fanatico che detesta i credenti tanto da volerli eliminare».

L’obiettivo esplicitamente polemico delle sue pagine è costituito da quello strano insegnamento (disciplina “fantasma”, viene chiamata) corrispondente al nome di “Educazione civica”, perché sarebbe in particolare nel rovescio delle sue declamate intenzioni che si addensa la posa retorica, l’attitudine alla “predica” e l’odore di “sacrestia” responsabili d’imbalsamare generalmente la nostra scuola (e di rimando: il nostro Paese).
L’autore si diverte ad inseguire le metamorfosi esperite da tale disciplina dagli anni Cinquanta ad oggi, raccontando come proprio dal tentativo maldestro di farne la cerniera di congiunzione tra l’istituzione scolastica e la società si sia prodotto un effetto deleterio: rendere sempre più astratte, incomprensibili le sue finalità, mentre ormai si acuiva la frattura tra il mondo della vita degli scolari e l’insegnamento in teoria proposto per la sua comprensione. Per tornare al titolo del libro, secondo Giunta ciò che rende oggi la scuola un luogo di scarso apprendimento non consiste nel potersi trovare davanti a desideri spiazzanti come quelli espressi dalla ragazza, giacché è già nel “voler diventare qualcosa di preciso” (fascista o anti-fascista, non ha importanza) che si annuncia il maggiore pericolo, vale a dire quello di irrigidirsi in profili identitari precostituiti, sempre calati da un’altezza che non è quella alla quale dovrebbero aspirare delle ragazze e dei ragazzi in formazione.

Una volta affrontata la pars destruens, il libro – con una corposa appendice – cala le sue carte costruttive recuperando e commentando un vecchio testo del filosofo Guido Calogero intitolato “Scuola sotto inchiesta”. Da Calogero Giunta assume così il punto di vista “liberale” utile a spezzare l’identificazione dogmatica tra la scuola e le istanze morali delle quali essa continuerebbe a farsi portatrice in una misura addirittura superiore al passato. «La scuola – si legge alla fine – è sempre stata anche, legittimamente e felicemente, un vettore del progresso morale. L’impressione è però che questa componente, un tempo accessoria al sistema, abbia cominciato a invadere spazi che sarebbe bene rimanessero autonomi; soprattutto, l’impressione è che – con l’intenzione non di rappresentare una delle voci del dibattito bensì di spegnere il dibattito – questa agenda etica manifesti una volontà di potenza, di presa totalitaria sulla realtà, a paragone della quale anche le antiche battaglie ideologiche hanno l’aria di innocue esercitazioni dialettiche. Chi non sarebbe pronto a sottoscrivere un’agenda antirazzista, antisessista, sollecita nei confronti dei problemi ambientali, sensibile ai diritti delle minoranze, nemica delle discriminazioni in materia di religione? Ma il fatto è che anche le buone cause non sono buone in blocco, e che non esiste un solo modo per difenderle; inoltre, a favore delle buone cause non è lecito combattere con ogni mezzo, soprattutto quando il ruolo degli attivisti-soldati è affidato a dei ragazzini. E c’è poi sempre il rischio del rigetto, dell’opposizione per partito preso, il rischio di produrre, per troppo zelo di virtù, non solo fascisti intelligenti ma anche razzisti intelligenti e sessisti intelligenti». La soluzione? Esporre gli studenti a uno spettro di influenze quanto più ampio, dotarli di un metodo affidabile, affinché possano accedere ai principali documenti utili per sostenere al meglio le loro opinioni, e non condannare a priori, in modo frontale, delle posizioni che sarà poi compito di ciascuno confermare o smentire nel prosieguo del proprio cammino di studente e di cittadino.

Gabriele Di Luca

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Il libro “Ma se io volessi diventare una fascista intelligente” sarà presentato il prossimo 16 novembre al Waag Cafè. Dialoga con l’autore Gabriele Di Luca, moderazione di Massimiliano Boschi. 

Un evento organizzato da Alto Adige Innovazione, Libreria Ubik di Bolzano e Waag Cafè.

 

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