Francesco Nicotera: il maestro di boxe che fa uscire i ragazzi dall'angolo

FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Francesco Nicotera è salito sul ring un centinaio di volte, inevitabilmente di botte ne ha prese tante, eppure la più forte gliel’ha rifilata un medico. Era il 26 giugno del 1993 e gli venne diagnosticato un “avvallamento parietale” alla testa. A causarglielo non era stato un pugno, ma una forte febbre avuta da bambino. Lui nemmeno se la ricordava, ma bastò per bloccare sul nascere la sua carriera professionistica e ogni sogno di gloria.
Quel giorno Bolzano perse un potenziale campione, ma guadagnò uno straordinario maestro.

Immagine da pagina Facebook della “Boxe Nicotera”

L’incontro, anzi, meglio evitare fraintendimenti, l’intervista con Francesco Nicotera si svolge nella palestra di via Trieste, la stessa in cui è entrato per la prima volta quarantatrée anni fa: “Avevo undici anni e ci venivano tutti i miei amici – racconta -, poi sono rimasto solo io con altri che non conoscevo. Bruno Barcheri, il mio primo maestro, aveva notato qualcosa in me e mi ha convinto a fare sul serio. Poco alla volta, ho iniziato ad allenarmi seriamente, ma i risultati non arrivavano. Dopo un inizio positivo, ho perso sette incontri uno dietro l’altro. Andavo ad allenarmi dopo il lavoro ai banchi di piazza Erbe, ma quando ho iniziato a fare il marmista, visti i risultati, ho deciso di smettere”.

Poteva finire lì, ma invece, per sua fortuna, sulla ciclabile che percorreva per andare a lavorare incrociava il maestro Barcheri che insisteva per farlo tornare in palestra: “Alla fine mi ha convinto e dopo un anno di sosta sono tornato ad allenarmi. E i risultati sono arrivati. Non era solo una questione di impegno, ho incominciato seriamente a cercare di capire come migliorare, a imparare dagli errori e dalle sconfitte. Dopo una quarantina di incontri, mi sono messo in testa di partecipare ai campionati nazionali, ma per farlo avevo bisogno di seguire un percorso preciso e di combattere molto più spesso. Vivendo a Bolzano, faticavo a farmi invitare agli incontri perché eravamo lontani e la trasferta costava, così il maestro Barcheri ha deciso di portarmici gratis. Siamo andati dappertutto, ho fatto ventitré incontri in un anno e ne ho vinti diciassette prima del limite”.

Poi “il gioco si è fatto duro” e Nicotera non ha smesso di giocare, anzi.
Nel ricordare quegli incontri che l’hanno portato a vincere due medaglie d’argento nei campionati italiani dilettanti (Categoria welter) si emoziona ancora, ma non per le sconfitte, per le vittorie. Descrive senza problemi le due finali perse ai campionati italiani del 1990 e del 1991, mentre la voce gli si rompe mentre racconta la vittoria del torneo delle 32 nazioni a Mestre e del rapporto con i suoi allenatori: Arturo De Prezzo e Antonio Antino.


Arturo De Prezzo

Grazie a quelle due finali nazionali, può aspirare ad entrare nei trenta che sarebbero stati scelti per le Olimpiadi Barcellona 1992, ma le visite all’Acquacetosa gli diagnosticano per la prima volta l’avvallamento parietale e viene fermato. Potendo usare il caschetto, nel 1993 riprende l’attività e arriva settimo ai mondiali in Finlandia a Tampere.


da “La Stampa” del 9 maggio 1993

Poco dopo arriva la chiamata per passare professionista da Rocco Agostino, una leggende della boxe,  il sogno è a portata di mano.
Agostino investe su Nicotera non solo economicamente e gli fa fare tutte le visite possibili per fargli valutare il problema alla testa. Poi arriva il 26 giugno del 1993 e la fine del sogno di Francesco Nicotera: “Il medico della federazione non ha nemmeno guardato i referti, a malincuore, mi disse che essendo sotto la sua responsabilità non poteva che ritirarmi la licenza. Stavo finalmente per avere l’occasione di fare qualche soldo con il pugilato e invece la mia carriera si è fermata lì”.

Nicotera è costretto ad attaccare i guantoni al chiodo, quelli che sono ancora nel suo ufficio allo stesso chiodo. Forse servono a ricordargli che non ci si deva mai arrendere. Perché dopo un anno di sosta, decide di iscriversi al corso per aspirante tecnico fino a ottenere la qualifica di tecnico nel 1995 che, va detto, gli va comunque stretta, perché Nicotera è qualcosa di più, è un maestro.
Per capirlo basta ascoltare quello che ha da dire. “Alleno anche ragazzini dai sei ai dodici anni è un’attività ludico sportiva. Spesso vengono a far pugilato solo per sfogarsi, ma poi imparano il rispetto delle regole e il lavoro di gruppo. Non tutti sono portati per il pugilato, molti si arrabbiano con me perché non li faccio combattere, ma non mi va di illudere nessuno, se non si è portati è meglio evitare. La boxe non è il calcio, la palla si può passare al compagno, i pugni no e la salute dei ragazzi viene prima di tutto. Chi vuole può fare gym boxe con contatto controllato”.

Nella palestra di via Trieste accoglie spesso ragazzi difficili, quelli che proprio non riescono a digerire la scuola, a volte nemmeno i rapporti famigliari: “Entrano che vogliono spaccare il mondo, ma poi devono confrontarsi con le regole e capiscono che fare il bullo non serve a molto, che l’arroganza è inutile con chi è più veloce o si allena meglio. Io provo ad insegnare il rispetto reciproco e qualche volta mi ritrovo a fare lo psicologo. E’ vero, non tutti accettano le regole, qualcuno ho dovuto mandarlo via perché un singolo non può rovinare il lavoro di tutti, ma solitamente funziona”.


Un giovane Francesco Nicotera

Nicotera sa che per costruire dei bravi pugili deve “cambiare” questi ragazzi, questo non lo spaventa, lo rende solo più responsabile e soprattutto, non ha dimenticato quel che ha passato e chi era.
Gli iscritti alla Boxe Nicotera sono quasi 150, molti sono stranieri o di origini straniere, solo venticinque possono combattere. “Ad allenarli non sono solo, siamo in tre e sappiamo che per fare un buon lavoro serve tempo. I ragazzi sono cambiati, ma i meccanismi sono sempre gli stessi”.
Non solo con i ragazzi anche con le loro famiglie: “Le mamme non sono molto contente che i figli facciano pugilato, ma poi se lasciano la palestra e tornano a frequentare brutti ambienti, mi chiamano. Io provo a spiegare che il pugilato è meno pericolo del motociclismo e del ciclismo, che sono morti più calciatori in campo che pugili sul ring, che guanti e caschetto sono in materiale antishock, ma non è semplice. Non mi meraviglio, anche mia madre preferiva non vedermi mentre combattevo, guardava solo la videocassetta dopo che sapeva come era andato a finire l’incontro”.

Massimiliano Boschi

Ti potrebbe interessare