Ferragosto senza il tutto esaurito: per fortuna non vivremo di solo turismo

Pubblicato il 15 Agosto 2016 in Innovazione

Tour ciclistico delle Alpi Euregio  

Domenica i giornali altoatesini hanno rilanciato le grida preoccupate degli operatori turistici altoatesini: «Ci sono ancora posti letto liberi, specie in zone come Solda e l’alta Pusteria, solitamente già esaurite a ridosso di Ferragosto» ha detto Manfred Pinzger, presidente dell’Unione albergatori. «Un ponte sotto le aspettative», ha sottolineato. Colpa della mancata attrattività sui mercati esteri, dicono gli operatori. Può essere, si può sempre migliorare e si può sempre crescere.

A due mesi di distanza dal referendum sull’aeroporto, che su un certo tipo di collegamenti ha messo una parola definitiva,  è però il caso di fare alcune considerazioni più di sistema. E questo Ferragosto senza tutto esaurito può aiutarci a riflettere. Il turismo in Alto Adige, è già una macchina a pieno regime: i 10 mila esercizi con 200 mila posti letto danno lavoro a migliaia di famiglie. I numeri sono positivi:  5 milioni di arrivi e 28 milioni di presenze. Considerato che la spesa media giornaliera pro-capite di un turista si aggira attorno ai 120 euro, emerge un fatturato turistico annuale superiore a 3 miliardi di euro. Il turismo traina i prodotti tipici, traina l’agricoltura. Il brand Alto Adige è già ottimamente posizionato, qualche anno potrà andare meglio, qualche anno meno, ma siamo già al massimo potenziale. Anzi, bisogna solo continuare su questa strada. Cosa possiamo volere di più?

Dal punto di vista del valore aggiunto il Pil turistico garantisce sì l’impiego di una gran massa di altoatesini ma, a parte una nicchia di servizi legati al digitale, si tratta di impieghi a non alto valore aggiunto. A questo livello di reddito, il punto è che l’Alto Adige, se vuole crescere, economicamente e culturalmente nel futuro, deve affiancare a questo tesoro diffuso delle scelte importanti: manifattura tecnologicamente avanzato e green, centri di ricerca specializzati che si integrino con le vocazioni del territorio, un ecosistema che faccia fare (a numeri proporzionati alla capacità del territorio) un salto di valore aggiunto per singolo lavoratore. Innovazione quindi. E non è un ragionamento solo economico. Ma anche culturale e sociale. Giusto per non trovarsi impreparati a una (remota ma pure sempre possibile) crisi del turismo.

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