Convenzione, Palermo: “Occasione per innovare l’Alto Adige”

Pubblicato il 15 Gennaio 2016 in Culture

 

Gli abitanti della provincia di Bolzano, tutti, indipendentemente da luogo di nascita e appartenenze etniche, avranno, a partire dal prossimo sabato, la possibilità di partecipare al dibattito sul nuovo statuto di autonomia, grazie alla “fase di partecipazione civica della Convenzione”. Un’occasione importante per prendere parte alla costruzione del proprio futuro in una terra che troppo spesso guarda solo al passato. Per questo, nei giorni scorsi, il Senatore Francesco Palermo ha lanciato un appello invitando i cittadini a sfruttare questa occasione: “rimboccandosi le maniche e smettendo di limitarsi a brontolare seduti sul divano di casa o al bar”. La prima intervista su questa particolare “innovazione istituzionale” non poteva, quindi, partire che da lui.

Senatore Palermo, i lavori della “Convenzione” partono in un ambiente, non solo politico ma sopratutto locale, contraddistinto da disinteresse, sfiducia e ignoranza diffusa sulla questione “statuto”. Come si contrasta questa tendenza? 

“Ci sono solo due modi. Il primo è mettere a disposizione gli strumenti, il secondo è informare adeguatamente. La Convenzione è lo strumento, magari perfettibile ma di gran lunga il più avanzato che si sia mai sperimentato nella nostra Provincia (e oltre). L’informazione sta finalmente passando. Alla fine sarà anche una prova di maturità della società tutta. Diciamo che questo processo toglie un alibi a chi si limita a lamentarsi comodamente seduto in salotto”.

Lei ha scritto e ripetuto che “il vecchio statuto riflette una società che non c’è più”, a cosa si riferisce in particolare?

“In primo luogo al procedimento per la sua approvazione. Il secondo statuto è stato scritto da pochissime persone. Oggi un simile processo non sarebbe semplicemente più accettato, anche se è certo più facile se si lavora in pochi. In secondo luogo ai contenuti. Lo statuto richiede manutenzione, vedremo quanto ordinaria e quanto straordinaria. Certo il fatto che lo statuto non contempli l’esistenza dell’Unione europea né dell’Euroregione, e che abbia ancora la struttura di governo dello statuto del 1948 indica che limitarsi a un piccolo restyling sarebbe un’occasione mancata, anche se meglio di niente. Il punto è che quanto più una norma fondamentale come lo statuto si scolla dalla società che deve regolare, tanto più le decisioni si prendono al di fuori della cornice del diritto. E questo è pericoloso. Per questo cerco di ricordare sempre l’importanza di questo processo”.

Sono in molti a pensare che i problemi del vecchio statuto, le sue irrazionalità, riguardino soprattutto i nuovi cittadini (gli immigrati stranieri e l’appartenenza etnica, il divieto di voto per quattro anni per i nuovi residenti). Questo non è un altro problema da tenere in contro rispetto alla partecipazione? 

“Certamente. A mio avviso l’elemento prioritario e su cui potrebbero trovarsi tutti d’accordo è la modernizzazione dell’impianto di governo e di relazioni istituzionali. C’è poi tutta la parte relativa alle persone, dalla sfida dell’integrazione ai rapporti tra i gruppi linguistici. Su questo ho le mie idee, ma la cosa essenziale è iniziare a discutere in un contesto complessivo. L’esperienza finora ha insegnato che se si prende un singolo tema, magari sensibile, si finisce nel muro contro muro: toponomastica, proporzionale, scuola, ecc. L’unico modo per uscire da questa logica è discutere dei vari temi in modo complessivo, non isolato, in modo da vedere al di là delle impostazioni ideologiche di ciascuno e di poter favorire una riflessione maggiore sulle sfide della società. Molto dipende anche dalla narrativa. Se si parla di scuola è facile conoscere in anticipo le diverse posizioni, se si parla di opportunità educative per le prossime generazioni e per una società competitiva probabilmente c’è una maggiore disponibilità al confronto nel merito”.

Perché ritiene che sia fondamentale, non solo importante, la partecipazione dei cittadini alla Convenzione? 

“Per tre motivi. Il primo è la legittimazione democratica. Come detto, un testo imposto dall’alto non sarebbe accettato nemmeno se fosse perfetto. Ed è giusto così, perché la società è molto più libera, pluralista e democratica di un tempo. Il secondo motivo è la possibilità di raccogliere i saperi diffusi. La partecipazione è sicuramente più faticosa e complessa della decisione di pochi, e bisogna accettare anche che vengano dette corbellerie, ma su tanti partecipanti qualche buona idea viene sicuramente. Il terzo è che si tratterà di un processo di maturazione collettiva anche al di là dei risultati. In altre parole, anche se non si dovesse arrivare a niente, l’impatto sul modo di assumere le decisioni resterebbe, con ricadute anche su altri processi minori, come singole leggi o atti amministrativi”.

Ultima cosa, Gabriele Di Luca, in un suo editoriale sul “Corriere dell’Alto Adige” ha fatto presagire disinteresse forte soprattutto da parte della comunità italiana. Condivide? Qual è la situazione da parte tedesca? 

“Non lo so, è difficile avere il polso sui grandi numeri. Spero che non ci sia una frattura tra gruppi su questo. Temo che un certo disinteresse alla cosa pubblica sia trasversale alle comunità. Ma spero che lo sia anche la voglia di partecipare di un sufficiente numero di persone”.

Massimiliano Boschi

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