Bolzano, la città invisibile che riparte in retromarcia

Chiunque abbia avuto la fortuna di leggere «Le città invisibili» di Italo Calvino ha finito per trovarne una che somiglia alla città in cui risiede. A chi abita a Bolzano, probabilmente, non sfuggiranno le affinità con Tamara, la città in cui  «Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti».

A Bolzano tutto questo avviene in due lingue, quasi che l’insana passione per la toponomastica abbia abituato i suoi  cittadini a ad attendere indicazioni e istruzioni prima di muoversi e di decidere il da farsi. Non solo a Bolzano, però, quei cartelli indicano innanzitutto quello che non si può fare, sottolineando implicitamente che a non far nulla non si sbaglia. Niente di particolarmente grave, una città di provincia che si gode il suo sonnacchioso benessere, capita in Alto Adige come in decine di altri posti sparsi per l’Europa. Non fosse che…

La ripartenza di Bolzano

Un dubbio sembra intrufolarsi tra le maglie del benessere provinciale: «Due anni di pandemia costringeranno Bolzano a un brusco risveglio?».  Gli amministratori cittadini, dal canto loro, sbandierano ottimismo. Non solo non vedono rischi di brusco risveglio, ma ripetono a ritornello che «la città è ripartita» e si vantano di quanto i conti siano in ordine.

Non è semplice comprendere dove si possano osservare segnali di ripartenza, ma rispetto ai conti in ordine, è sfuggito a pochi quanto l’ordine sia figlio primogenito delle somme straordinarie incassate dalle vendite a Renè Benko, l’imprenditore che si è appena guadagnato la copertina del “Der Spiegel” come “Der Schlawiner” (Il furbacchione).

In effetti, il suo «Waltherpark» sembra l’unico segnale che possa far pensare a una ripartenza cittadina, anche se in retromarcia. Il progetto si ispira, infatti, a un modello che in altre città è stato superato da decenni.

Ma è una questione opinabile, meglio far parlare i fatti partendo proprio dal Waltherpark. I lavori si sono impantanati sulle rive di un lago artificiale spuntato in mezzo al cantiere, mentre le bombe da disinnescare le ricadute sul traffico causate dei lavori sono riuscite a immobilizzare ulteriormente una città già non attivissima. A proposito di traffico, il tanto sbandierato Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (Pums) si è impantanato a causa delle forzature volute dall’assessore di competenza e si ritrova imbottigliato come una qualunque automobile in un giorno di pioggia.

Restando ai fatti e alle opere realizzate, segnaliamo il nuovo stadio Druso oggi circondato da pareti di cemento grigio che evocano il miglior brutalismo, mentre il nuovo Palais Campofranco ha devastato lo spazio più apprezzato dai visitatori del tanto celebrato mercatino natalizio. L’ingresso è stato costruito ad imitazione di un qualunque centro commerciale con tanto di scala mobile che scende verso i negozi sotto all’insegna dell’ennesimo supermercato. Qualcuno prova a spacciarlo come il nuovo “salotto buono” della città,  ma gli orizzonti sono evidentemente da tinello.

Gli altri importanti cantieri, dal polo bibliotecario al carcere  sono fermi da anni per motivi diversi e per non infierire, evitiamo di tornare sui risultati raggiunti nel restyling di Piazza Matteotti (ne abbiamo già scritto qui). Che dire delle politiche culturali cittadine? Come valutare le attività del Museo Civico (si consiglia di cercare in rete sito e mostre in corso) o le condizioni in cui versa l’edificio che ospita la Biblioteca Civica?  E il teatro “Telser”a Gries?

Sembrano risultati inevitabili in una città in cui chi si deve interessare della cultura preferisce il sociale e chi si dovrebbe preoccupare del sociale è preoccupato dell’ordine pubblico. Non casualmente, l’amministrazione comunale si è fatta notare anche per aver sgomberato i senza tetto da Ponte Langer il 23 dicembre, a due giorni dal Natale.

Nonostante tutto questo, l’Amministrazione non mostra segni di autocritica. Si preferisce continuare a raccontare una città vittima di orde di giovani vandali e di stranieri di tutte le età.  Un bel mondo in bianco e nero con “noi”, i buoni, da una parte, e “loro”, i cattivi responsabili del degrado, dall’altra.

Unica nota di colore in città: le panchine

Ci sono quelle rosse contro la violenza sulle donne, quelle gialle per chiedere la verità sul caso Regeni quelle arancioni “per la salute mentale”. Altre, lungo l’Isarco, sono state pitturate con i colori dell’arcobaleno.  Nessuno slancio a favore della comunità Lgbtqi, sono state ridipinte allo scopo di sensibilizzare i cittadini sulle malattie che li possono colpire.

Date le premesse, queste panchine vengono utilizzate unicamente quando mancano alternative. Chi vorrebbe mai accomodarsi al fianco delle scritta “prostata”, “reumatismi” o “intestino tenue”? Nel frattempo, mentre alcune panchine prendono colore, altre scompaiono. Come quella che era collocata sotto al Museo di Scienze Naturali di via Bottai. Era solitamente occupata da Riccardo, uno dei più noti e simpatici personaggi di Bolzano e dai suoi amici di bevute. Da un giorno all’altro è sparita.

Fortunatamente, anche su questo si era già espresso Italo Calvino in una sua opera teatrale.

Si intitola “La panchina” ed è stata rappresentata per la prima volta nel 1956, eccone un breve estratto:

“Che notte è la notte senza l’ubriaco? Caccialo e la notte rimane senza il più fedele testimone. Sei tu sicuro che ritorni la luna quando non ci sarà più l’ubriaco ad inciampare nella sua ombra, nel mezzo della via? Caccialo, caccia la rana, il grillo, caccia la luna e l’ubriaco da strada, il sozzo schiamazzatore solitario, caccia noi che abitiamo il rovescio del mondo!

E credi che il mondo non avrà più un rovescio? Caccia il brivido di questa voce irragionevole che si perde sguaiata! Altri brividi avrai, altre ragioni si perderanno per le tue strade senza luna!”

Massimiliano Boschi

 

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