L’Alto Adige e la miopia sui veri problemi. «Gli immigrati? Sempre più necessari»

Pubblicato il 25 Gennaio 2020 in Alto Adige DOC

stranieri alto adige  

Il viaggio di Alto Adige Doc è partito un anno fa con la visita al reparto maternità dell’ospedale di Bolzano. Una scelta figlia del desiderio di partire letteralmente “dall’inizio”, ma anche di un’attenzione al futuro che non poteva mancare in una testata che si chiama Alto Adige Innovazione. Nel 2020 ripartiremo da lì, da uno sguardo che analizza il presente senza perdersi nel passato,  che cerchi di comprendere come sarà il futuro interessandosi più alle cause che alle conseguenze. Lo faremo ogni due settimane con la consueta attenzione ai dati, ai fatti e continuando a percorrere strade meno trafficate, cercando di stare il più lontano possibile dall’abitudine.

Oggi, quindi, ripartirò dall’inizio, dalle nascite e dai dati demografici. Quelli che gran parte della politica non vuole vedere, quelli mal digeriti da una parte della sinistra che non vuole sentirsi dire che il Novecento è finito e che il sistema di welfare va completamente ristrutturato e da quella destra che non vuole accettare il fatto che senza immigrati ci possiamo dimenticare qualunque sistema di welfare.

I dati demografici riguardanti l’Italia parlano da soli, ma per comprenderne al meglio gli effetti ho incontrato Michele Buonerba, segretario dellaSgb/Cisl Alto Adige, un sindacalista che della necessità di modificare e modernizzare lo sguardo sul mondo del lavoro ha fatto un cavallo di battaglia. Per iniziare, però, alcuni concetti devono essere chiari sin dall’inizio. L’Italia è il secondo paese più vecchio del mondo dopo il Giappone e ha l’età media più alta d’Europa. I dati Onu riferiti agli anni tra il 2010 e il 2015 mostravano l’Italia tra i paesi con il più basso tasso di natalità al mondo, 8,6 per mille contro il 12,5 degli Stati Uniti, il 19,6 della media mondiale e il 49,2 del Niger in testa alla classifica.

E’ un documento dell’Istat del luglio scorso a raccontarci come sia cambiata la situazione dal 2015 a oggi: «Continua il calo delle nascite in atto dal 2008. Già a partire dal 2015 il numero di nascite è sceso sotto il mezzo milione e nel 2018 si registra un nuovo record negativo: sono stati iscritti in anagrafe per nascita solo 439.747 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia. Il tasso di natalità del complesso della popolazione residente è pari al 7,3 per mille. Il surplus derivante dalla dinamica migratoria viene quasi integralmente assorbito da un saldo naturale che, anche nel 2018, registra un’ampia differenza negativa tra nascite e decessi».

Poco prima, nel giugno del 2019, Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, aveva presentato il rapporto annuale dell’istituto da lui presieduto, commentando così i dati in suo possesso: «In proposito è utile sottolineare che se oggi garantire un’assistenza dignitosa a quasi 14 milioni di ultra 65enni sembra, oltre che doveroso, ancora possibile, è opportuno interrogarsi se e come saremo in grado di soddisfare la stessa domanda anche solo tra vent’anni, allorché gli anziani saranno saliti di altri 5 milioni. Ma soprattutto c’è da chiedersi quali strategie andranno avviate per garantire la tenuta degli equilibri di welfare – e in primo luogo proprio nel campo della salute – se si mette in conto lo straordinario prevedibile accrescimento del numero dei “grandi vecchi”: gli ultra 90enni, oggi circa 800 mila, sono destinati ad aumentare di oltre mezzo milione nei prossimi vent’anni. Il fatto che la vita si allunghi non può che  essere una buona notizia. Ma non va dimenticato che una vita più lunga significa anche un maggior rischio e una crescente frequenza di tutte quelle patologie, cronicità e disabilità tipicamente connesse alla vecchiaia. Acquisire consapevolezza, di questo come di ogni altro problema emergente, con argomentazioni rese oggettive da appropriati dati statistici, si configura come irrinunciabile premessa per governare il cambiamento, garantendo elevati livelli di qualità della vita ai cittadini».

Il segretario Cisl/Alto Adige, Michele Buonerba sembra essere uno dei pochi ad aver preso consapevolezza di questi dati: «Sono anni che chiedo pubblicamente che si prenda atto di questa situazione. Un sindacato serio dovrebbe dare risposte alla realtà di oggi guardando al futuro e non guardando indietro. Viviamo nel paese più vecchio d’Europa ma continuiamo a far finta di nulla perché il potere elettorale si basa sul consenso e in una società sempre più vecchia sono gli anziani ad avere un potere sempre maggiore. Chi cerca il loro consenso non guarda troppo al futuro, ma, dati alla mano, il sistema di welfare non potrà reggere a lungo. Nel 2018, la popolazione italiana è calata di 124.000 unità, pari alla scomparsa di una città più grande di Bolzano. In quattro anni è calata di 677.000 unità, come se fosse sparita Palermo. In un contesto in cui i partiti hanno smesso di selezionare una classe dirigente degna di questo nome, si continuano a commentare le opinioni e non i fatti. Tornando ai dati, in queste condizioni chi è nato negli anni Novanta dovrà lavorare per 50-60 anni per potersi permettere una pensione».

Va detto, però che l’Alto Adige sembra cavarsela un po’ meglio del resto d’Italia. Un titolo del Bilancio demografico dell’Istat del 2018 lo spiega meglio di molti numeri: «Più decessi che nascite tranne che a Bolzano». Più specificatamente, a livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. E’ anche grazie a questi dati che Bolzano si colloca tra le province più giovani d’Italia. Sempre secondo l’Istat:  «Nel 2018 la Provincia autonoma di Bolzano si conferma l’area più prolifica del Paese con 1,76 figli per donna, nonché l’unica che rispetto al 2010, anno in cui la fecondità nazionale registrava un massimo relativo di 1,46, abbia ulteriormente incrementato».

Essere i “migliori” confrontandosi con i più vecchi d’Europa non è però sufficientemente confortante. Le parole di Buonerba lo sono ancora meno: «Se nei prossimi anni non importeremo da ventimila a sessantamila residenti anche il welfare altoatesino rischierà il default. Gli immigrati sono e saranno sempre più necessari. Già oggi se scendessero tutti in sciopero bloccherebbero l’intera economia. Ma ricordo che l’economia dell’Alto Adige è a basso valore aggiunto e di conseguenza nei prossimi anni rischia di venire a mancare il surplus di Pil da ridistribuire. Di conseguenza, occorre rapidamente ridurre l’impatto della spesa pubblica corrente e aumentare gli investimenti. I cittadini hanno bisogno di servizi non di sussidi, occorre costruire un moderno sistema integrativo di welfare che metta insieme sanità, sociale, previdenza e formazione continua allo scopo di ridurre l’impatto dell’invecchiamento della popolazione sul bilancio pubblico. Altrimenti non sarà possibile garantire la stessa qualità di servizi. Ma da questo punto di vista sono ottimista, credo che almeno in Alto Adige riusciremo a intervenire adeguatamente».

In un contesto come quello appena presentato, però, il dibattito politico nazionale si concentra sugli sbarchi sulle nostre coste e su cosa sia permesso dire ai citofoni, mentre quello locale si occupa di sanità per discutere di quali e quante lingue debbano parlare i medici. «E’ un altro segnale di quanto la ricerca del consenso sia rivolta alla popolazione anziana – prosegue Buonerba -. Quanti giovani sono interessati alla toponomastica, allo Statuto di Autonomia o al doppio passaporto? I giovani sono abituati a pensarsi oltre i confini, li  superano tutti i giorni grazie alla rete a agli smartphone, ma il loro potere elettorale è scarso».

I problemi dell’Alto Adige, però, non sono solo demografici. Buonerba me li ricorda velocemente prima di salutarmi: «L’economia locale è a forte vocazione turistica. Un settore a basso valore aggiunto che genera spesso la richiesta di lavori sotto-qualificati e sotto pagati con conseguente scarso impatto positivo sul bilancio provinciale. Inoltre, il turismo richiede infrastrutture importanti e costose. Non si pensi solo al turismo invernale e ai relativi impianti, ma anche alla gestione dei rifiuti per le oltre trenta milioni di pernottamenti annuali sul territorio provinciale. Numeri che hanno un impatto notevole anche sul traffico, sul trasporto pubblico etc. Costi che hanno una ricaduta su tutti, mentre i benefici riguardano quasi unicamente gli addetti del settore. Da questo punto di vista, mi sembra che la legge urbanistica non sia più adatta alla nuova realtà».

Senza dimenticare l’impatto ambientale: «Vorrei ricordare che il territorio provinciale non è infinito e non lo si può saccheggiare perché si rischia di renderlo molto meno attrattivo. Se aggiungiamo il cambiamento climatico e le influenze che avrà sul turismo invernale, si comprenderà come anche i questo settore occorrono risposte adatte ai tempi».

Massimiliano Boschi

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