Alla scoperta della Bolzano di ieri (e di oggi) nel nuovo libro di Calabrese

Alexander Ginestous
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Un viaggio che parte dalla Bolzano dell’Ottocento per arrivare fino ai giorni nostri, indagando tra i tesori nascosti e osservando la continua evoluzione di una città sempre più multietnica, ma che conserva ancora gelosamente la sua identità di centro economico e commerciale. Un percorso lungo più di duecento anni e raccolto in poco più di 170 pagine. Ma attenzione: «Bolzano nel segno dei tempi» del pittore, giornalista e docente Claudio Calabrese (Praxis editore) non è ne una guida turistica e nemmeno un saggio storico. La sua nuova opera letteraria, che si va ad aggiungere ad una ricca collezione che comprende «Silvius Magnago, il patriarca» e «Merano tra una sorpresa e l’altra», racconta una Bolzano che non si ferma alla cartolina di piazza Walther, salotto buono della città, o alle famose vie del centro storicol, da sempre prese d’assalto dai turisti, ma che va ad indagare un po’ più in là, nei quartieri e nelle periferie, a volte dimenticate, ma che da sempre sono fonte di storia e di cultura. «Bolzano è da sempre una città multiculturale, non solo perché punto d’incontro tra la cultura tedesca e latina, ma perché essa vive di questa reciproca miscellanea. Per questo ho osservato la città e ho cercato di scoprirla in ogni suo aspetto e angolo, chiedendomi come e perché è diventata la città che è oggi», spiega Calabrese.

La copertina del libro “Bolzano nel segno dei tempi”

Un libro adatto anche ai cittadini autoctoni, che hanno la possibilità di immergersi nelle vie del centro, percorrere i Portici e arrivare a scoprire i segreti di quartieri quali Oltrisarco, Don Bosco o Gries, attraverso uno sguardo agile e critico. «La cosa che mi affascina da sempre è il forte senso di appartenenza dei cittadini bolzanini per il proprio quartiere. Quando si arriva a Gries, ad esempio, si avverte come l’impressione di entrare in un nuovo borgo, come se si superasse un confine invisibile, ma percepibile – continua Calabrese -. Lì hanno vissuto personaggi di alto livello, l’aristocrazia, e fino al 1925 era un comune autonomo, ed è anche per questo che molti cittadini dichiarano prima di essere “di Gries” invece che di Bolzano». E a contribuire alla contrapposizione tra vecchio e moderno è anche l’architettura, che spazia dalla magnifica chiesa barocca all’aria signorile che si respira per via Fago, e che viene raccontata per filo e per segno nel capitolo, anche provocatorio, «Gries ist nicht Bozen». E a proposito di architettura, le prime righe del libro cominciano proprio con l’abbattimento di quello che per molti è il simbolo della città: la statua-fontana di Walther von der Vogelweide. «Il monumento fu costruito da Heinrich Natter nel 1889, ma la figura del poeta tedesco con Bolzano non centra assolutamente niente – racconta Calabrese -. I bolzanini dell’epoca avevano necessità di esprimere la forte impronta a stampo pangermanista dell’epoca. La figura di Walther von der Vogelweide fu strumentalizzata dai cittadini borghesi. Basti pensare che la statua guarda verso sud, verso l’Italia, per sancire il senso di appartenenza alla Germania e al Tirolo. A ciò rispose successivamente Trento, che costruì il Dante che guarda verso nord, per sancirne invece l’italianità».

 

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Il giornalista e pittore Claudio Calabrese (foto Facebook)

Calabrese ha deciso di iniziare il suo viaggio partendo dai luoghi  per poi arrivare a conoscere i personaggi che quei posti li hanno vissuti, dando vita a riflessioni etimologiche, storiche e onomastiche, oltre che ad un’analisi sul cambiamento sociale vissuto da Bolzano negli anni. Dalle molte e sconosciute chiese e parrocchie che pullulano negli angoli della città, fino alla vecchia Fleischgasse (oggi via Museo), passando per la massiccia immigrazione dal sud che ha travolto Oltrisarco e i traffici mercantili dei commercianti di Lipsia, Francoforte, Vienna. Sono tante le storie nascoste che in pochissimi conoscono. «Bolzano è cambiata molto. Oggi la nostra è una città aperta, con nuovi cittadini e nuove comunità. Un capitolo l’ho dedicato addirittura ai barbieri pakistani di piazza Verdi. Ciò rende Bolzano una città viva, anche se ci sono ancora diversi passi da fare sul tema della convivenza. Manca quel passo decisivo che porti a intrecciare le diverse culture tra di loro nel futuro».

Futuro che passa dalle periferie e dalla zona industriale, quest’ultima diventata nel tempo un vero e proprio quartiere indipendente, grazie al massiccio sviluppo urbano e innovativo che l’ha coinvolta. Nel quartiere Don Bosco, un tempo spregevolmente denominato Shanghai, oggi non mancano laboratori di creatività e cultura e iniziative pensate per la cittadinanza e per i giovani. «Le periferie sono luoghi vivi, ed è sbagliato pensare che solo in centro storico ci siano attività da fare, sia di giorno che di sera. E poi c’è la zona industriale, cresciuta nel tempo e che ha aperto le proprie maglie ai cittadini», afferma Calabrese. I locali, i negozi, l’Hotel Sheraton, la Fiera, l’aeroporto e NOI Techpark costituiscono un’importante base su cui poter costruire ulteriori opportunità e spazi per i bolzanini di domani.

L’opera punta a sensibilizzare il lettore, ed i futuri visitatori della città, ad andare oltre il primo impatto, scoprendo il fascino dell’esterno e riflettendo sulle trasformazioni subite nel corso dei secoli, sulle contrazioni dei reciproci nazionalismi che come una sorta di bagnasciuga il mare ha portato per poi ritrarsi, lasciando sulla superficie un residuo sul quale la città si è costituita e consolidata. «Bolzano ha ancora tanta potenzialità inespressa. Bisogna solo stimolarla e farla saltare fuori».

Alexander Ginestous

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