L'Alto Adige, Che Guevara e la strage di Bologna: a tu per tu con Agide Melloni, «l'autista del 37»

Massimiliano Boschi
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Una sontuosa giornata di settembre sul Renon, una di quelle con luce e temperatura perfette. Una malga, qualche birra, canederli e salsicce nei piatti. Insomma, l’Alto Adige /Südtirol in uno di quei luoghi e in una di quelle giornate in cui mostra il meglio di sé.  Assolutamente nulla poteva far pensare a un sabato d’agosto di quarant’anni fa, quando una bomba esplose radendo al suolo l’ala ovest della stazione di Bologna causando la morte di ottantacinque persone e il ferimento di oltre duecento. Eppure di quello ci siamo ritrovati a parlare attorno a quelle birre, perché di fronte a me sedeva Agide Melloni, l'”autista del 37″ , quello che dalle undici di mattina fino alle tre di notte del 2 agosto 1980 accompagnò le 85 vittime nell’ultimo viaggio verso l’obitorio. Lo conosco da diciotto anni e da qualche tempo gira per le scuole per mantenere viva la memoria di quel che accadde, eppure anche questa volta, Agide, ma soprattutto noi che siamo con lui a quel tavolo, fatichiamo a trattenere l’emozione.

Conosco la data precisa di quando ho parlato per la prima volta con Agide Melloni, era il 23 ottobre del 2001 e gli avevo chiesto un parere sul servizio di autobus della città di Imola, non sapevo ancora che aveva guidato l’autobus della strage, quello giallo sopra e rosso sotto, quello con le lenzuola appese ai finestrini per proteggere da sguardi esterni i corpi in viaggio verso l’obitorio. Lo venni a sapere solo qualche settimana più tardi anche perché dopo il 1980, Agide non aveva più parlato pubblicamente di quella vicenda. Poco prima del ventiduesimo anniversario l’avevo richiamato per chiedergli se era disposto a rompere quel silenzio, probabilmente era arrivato il momento giusto, perché accettò. L’articolo usci sul Venerdì di Repubblica del 2 agosto 2002:  “Non si sa esattamente chi ebbe l’idea di utilizzare il 37, ma fu Guglielmo Bonfiglioli a guidarlo nel suo primo viaggio fuori servizio. Solo successivamente, quando emerse la tragica proporzione del disastro, venne deciso di utilizzare l’automezzo per trasportare i cadaveri, lasciando tutte le ambulanze al servizio dei feriti. Così, in un’atmosfera infernale fatta di polvere e fumo, mentre i volontari e i militari affondavano le mani nelle macerie per estrarre i corpi, mentre gli abitanti dei palazzi nei pressi della stazione scendevano in strada con le lenzuola per farne delle bende, alcuni dipendenti dell’azienda comunale dei trasporti asportavano i mancorrenti dalle entrate dell’autobus per permettere il passaggio dei corpi. Alla guida di quel carro funebre improvvisato salì Agide Melloni, che viaggiò tra la stazione e le camere mortuarie ininterrottamente per circa 16 ore, fino a notte inoltrata. In quella giornata non sentii mai la stanchezza – ricorda Melloni – tutti quelli che mi erano di fianco non smisero mai di lavorare o di aiutare chi aveva bisogno. Erano saltate anche tutte le gerarchie e tutte le differenze sociali. Per un certo tempo l’organizzazione dei soccorsi medici fu coordinata da un ‘semplice’ infermiere, tutti sembravano sapere cosa fare. C’era chi distribuiva acqua e chi aiutava a regolare il traffico delle ambulanze, mentre le signore più anziane asciugavano con i fazzoletti il sudore sulla fronte di chi scavava tra le rovine della stazione.  In effetti gli attestati di solidarietà furono innumerevoli: i proprietari dei negozi di abbigliamento offrirono abiti a chi si era ritrovato i propri lacerati, gli ottici telefonarono al centro di coordinamento per offrire lenti ed occhiali a chi li avesse avuti distrutti dall’esplosione, mentre negli ospedali si erano formate code interminabili di chi desiderava donare il sangue“.

 

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Tutto questo rivedono, i cittadini di Bologna, nell’autobus numero 37,  uno dei due simboli della strage di Bologna. L’altro, l’orologio che segna ancora e sempre le 10.25, venne fermato dall’esplosione. Il 37, invece era ed è il simbolo di chi non si lasciava fermare, dell’efficienza e dell’efficacia dei soccorsi. Ai tempi non esisteva la Protezione Civile, di conseguenza, al sindaco di Bologna Renato Zangheri, giunsero numerose lettere da amministrazioni pubbliche straniere che volevano conoscere i dettagli del piano di soccorsi. Zangheri, rispose a tutti allo stesso modo: “Il piano dei soccorsi immediati, che fu unanimemente giudicato molto efficace non esisteva. Come amministrazione comunale ci limitammo a fare un lavoro di coordinamento. Quando esplose la bomba io non ero nemmeno a Bologna, ero in vacanza a Yalta, avevo appena visitato la sala dove, al termine della seconda guerra mondiale c’era stato lo storico incontro tra Churchill, Roosvelt e Stalin. Non appena appresa la notizia cercai un aereo per ritornare ma non fu semplicissimo. A Mosca erano in corso le Olimpiadi per cui riuscii a trovare un posto solo grazie all’intervento dell’ambasciata italiana”. Anche per Zangheri, me lo confermò personalmente, quel 37 era diventato un simbolo indimenticabile. Dopo quella prima intervista per Il Venerdì, per vari motivi, Agide finì per diventare un amico di famiglia e tornai a intervistarlo solo qualche anno più tardi, in occasione di un evento molto più lieto. Era il 2006 ed era appena rientrato da un viaggio premio in Cina. Questa volta ne scrissi per “Diario della settimana”: “Agide Melloni ha passato migliaia di notti ad ascoltare Radio Mosca, Radio Praga, Radio Havana o Radio Pechino in onde corte. Ora quest’ultima ha cambiato nome, è diventata Radio China International, ma lui continua ad ascoltarla. Una costanza premiata. Letteralmente. Agide è infatti appena tornato da un viaggio di cinque giorni nel paese della grande muraglia per aver vinto un concorso dedicato all’anno dell’Italia in Cina. Tolto il viaggio, rimanevano tre giorni per visitare un Paese immenso. Pochissimi. Per questo il programma ufficiale era forzatamente corposo e intenso. Prevedeva anche una visita di mezzora al museo dedicato a Mao nei pressi della Grande Muraglia e in quell’occasione Agide non ce l’ha proprio fatta a stare nei tempi. E’ rimasto dentro due ore e mezza, commuovendosi. “Le foto mostravano il forte e radicato rapporto tra Mao e le masse contadine e mi sono emozionato. Credo che il suo pensiero andrebbe rivalutato, i suoi scritti mi hanno avvicinato a ragionamenti complicati e affascinanti, non ho però, voluto visitare il mausoleo che gli hanno dedicato in piazza Tien an Men”.

Agide Melloni

Nell’occasione mi raccontò anche di quando aveva raccolto il caffè nel Nicaragua sandinista, di quando aveva portato medicine ai bambini iracheni durante l’embargo statunitense nel 1993 e soprattutto della spedizione a Cuba degli autobus dismessi dall’Atc, l’azienda dei trasporti bolognesi dell’epoca. Era la metà degli anni Novanta: “Grazie al lavoro dei colleghi riuscimmo a spedire circa 120 bus che l’Atc vendette al prezzo simbolico di un milione (di lire) l’uno. Li rendemmo tutti funzionanti e una parte gira ancora per Cuba, anche perché se si guastano o rompono, li segano a metà e li innestano uno sull’altro. Di due bus guasti ne fanno uno funzionante. Li chiamano i dromedari”.  Letto il pezzo, la redattrice di “Diario” si inventò un titolo geniale: “Il più comunista del mondo”.

So che si rischia di andare per le lunghe, ma Agide Melloni, prima della strage del 2 agosto, era stato protagonista di un altro piccolo evento simbolico, per la politica italiana  in generale e per la sinistra italiana in particolare. Una vicenda che, anche questa volta, ha a che fare con la Cina. A Molinella, dove è nato, qualcuno lo chiama ancora “il maoista”. Colpa, ma per lui è un merito, del suo passato da militante del circolo “Che Guevara”. Un circolo che era composto da ben due militanti, Agide e suo fratello Guglielmo. Erano gli anni della contestazione, in cui a sinistra del Pci nascevano decine di gruppi che a loro volta si dividevano in due e poi in quattro. Niente da meravigliarsi, quindi, che il Circolo “Che Guevara” non avesse molti iscritti.  Tra l’altro erano pochi ma mossi da un sacro fuoco che, almeno in Agide, non si è mai spento. “In effetti no, ma il circolo Che Guevara era proprio fatto in famiglia. Composto, organizzato e finanziato dai fratelli Melloni”. I genitori, ovviamente, non erano proprio entusiasti della cosa, ma i due godevano di protezioni dall’alto: la nonna. “Lei lavorava tutto il giorno sul nostro materiale: piegava, incollava, attaccava indirizzi. Non appena aveva finito chiedeva se c’era altro. Diciamo che era l’addetta alla stampa e propaganda. Una cellula dormiente, che lavorava nell’ombra”. Facevano volantinaggi e scrivevano lettere: “Facevamo anche i comizi, ma non veniva nessuno. Ogni tanto un tipo arrivava e apriva lo sdraio in piazza deserta mentre parlavamo. Poi, però, il giorno dopo si parlava solo del nostro comizio, evidentemente qualcuno ascoltava”.

L’attività politica del Circolo Che Guevara proseguì tra alti e bassi, senza intoppi fino al 1977. Poi successe il patatrac. In quell’anno i due fratelli presero due strade diverse. Uno entrò in Dp, Guglielmo, mentre Agide rimase nel Pdup. Toccò dividersi tutto il materiale, dalla colla alla carta, dalle forbici agli indirizzari e servì la fondamentale mediazione famigliare per la gestione del ciclostile. Erano in due, erano fratelli, ma il Circolo Che Guevara di Molinella riuscì comunque a dividersi. Agide ricorda oggi quelle vicende con grande divertimento. Anche se per lui non è facile ammetterlo, la politica è diventata una cosa troppo diversa da quella di quarant’anni fa. Ovviamente si può discutere all’infinito delle sue opinioni su Mao e la Cina, ma furono quelle idee a spingerlo a fare cose che hanno aiutato centinaia di persone.  Chi può oggi dire lo stesso? Agide Melloni Mi è capitato di dire ad Agide che era più facile essere d’accordo con quello che faceva che con quello che diceva e me lo sono permesso perché è una delle persone più aperte e interessate alle opinioni altrui che abbia mai conosciuto. Ma oggi tutto è cambiato, la politica si è trasformata in uno scontro di opinioni che ricorda i battibecchi delle giornate di noia negli anni delle scuole medie. Inferiori. Di fatti se ne vedono pochissimi e verrebbe da dire per fortuna. Agide è cambiato pochissimo, il resto del mondo no.

Ma qui si dovrebbe parlare di Alto Adige  e prima di tornare verso Bolzano, ho chiesto ad Agide perché viene in vacanza da queste parti da oltre trent’anni. Nel rispondere ha fatto un po’ di storie, ha premesso che lo frequenta come luogo di villeggiatura e che molte informazioni gli mancano. Poi si è convinto: “Mi è piaciuto dalla prima volta che sono venuto durante il servizio di leva in artiglieria da montagna. Inizialmente, mi avevano colpito le bellezze naturali, poi ho incominciato ad apprezzare anche il resto e  venirci in vacanza. Prima a Castelrotto, poi attorno a Siusi. Da 23 anni, tranne imprevisti, ogni estate vengo a Tires con Marilena, la mia compagna. Riguardo all’Alto Adige posso dirti due cose che apprezzo molto: il fatto che l’affetto e la stima non sono concessi a tutti solo perché sei un turista, te li devi guadagnare. Io l’apprezzo perché significa che è rivolto a me come persona non sono solo uno che porta i soldi. L’altro riguarda la fiducia, mi fido di chi mi circonda, di chi mi ospita e degli abitanti di queste parti”. Parole che sono un grande insegnamento e un grande complimento per i sudtirolesi, peccato che non lo sapranno mai perché vengono dal “binario parallelo” italiano. Mentre torniamo a piedi verso Soprabolzano, vengo a conoscenza dell’ultima sorpresa. Marilena mi racconta che Agide suona l’armonica a bocca, lui parte con l’ormai abituale muro per schernirsi ma poi ricorda una cosa successa durante l’ultima estate passata qui, proprio in mezzo a un bosco altoatesino. “Mi sono messo a suonare l’armonica su una panchina e Marilena si è addormentata sulla mia spalla. Dopo un po’ sento un rumore alle mie spalle, mi giro e a venti centimetri ho visto il muso di un cerbiatto che era stato attirato dalla musica. Mi sono mosso per provare a svegliare Marilena e a quel punto il cerbiatto è fuggito via”. Per lui un altro motivo per affezionarsi all’Alto Adige, per me un altro motivo per affezionarmi ad Agide Melloni, l’autista del 37.

Massimiliano Boschi

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