I turisti: amati o sopportati? Al Touriseum sembra suonare un campanello d’allarme

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Compito a casa: il turismo nel mio paese.
“Adesso anche noi ospitiamo dei villeggianti in camera mia a casa nostra, La mamma ha arredato delle belle camere nel sottotetto. Lei prepara per loro anche la colazione. Mangiano da noi, nella stube, rimangono lì anche dopo cena. Cantano, bevono troppo molto vino e la mamma deve fare loro compagnia. Qualche volta disturbano rimane anche papà, anche se è molto stanco. A me non piace quando i villeggianti occupano la nostra stube. A noi non rimane pace più molto spazio e poi io devo sempre stare zitto. Quando le altre stanze sono tutte occupate mamma manda gli ospiti anche nella nostra camera. A quel punto devo andare a dormire dai miei fratelli o dalla nonna. Questo non mi piace. Mi dispiace anche quando la mamma, dovendo seguire i villeggianti, non ha più tempo da dedicare a noi. Papà dice che dobbiamo essere comunque sempre simpatici con loro perché ci portano dei soldi”.

Questo testo, tradotto dall’originale tedesco, fa bella mostra di sè, è proprio il caso di dirlo, in una sala del Touriseum, il Museo provinciale del turismo di Merano. Un compito in classe che risale a oltre mezzo secolo fa, ma che sembra aver acquisito maggior forza col passare del tempo. Il benessere di chi ospita turisti è aumentato in maniera considerevole, eppure, il numero di giovani stanchi di “essere sempre simpatici” con i turisti che “ci portano i soldi” appare in deciso aumento.
I curatori del Touriseum, ovviamente, si sono limitati a rendere conto di una testimonianza, non è compito loro tirare delle conclusioni, ma va loro riconosciuto di non aver nascosto i problemi sotto al tappeto. Non si sono limitati a celebrare i successi, innegabili, del settore turistico altoatesino, anzi, più precisamente sudtirolese, ma hanno cercato un difficile equilibrio tra le diverse sensibilità delle due comunità etniche della provincia, ma anche tra lo sguardo dei turisti e quello dei residenti.
Le venti sale ospitate all’interno di Castel Trauttmansdorff, già residenza di vacanza dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe I e della moglie Elisabetta, meglio nota come Sissi, ripercorrono la storia del turismo in Alto Adige/Südtirol con grande attenzione. Il percorso museale in gran parte cronologico, parte da quando la montagna smise “d’incutere terrore” per trasformarsi, passo dopo passo, in un paesaggio da cartolina sempre più affollato. Il Touriseum, può anche essere visitato passando da un “souvenir” all’altro,  immergendosi nelle sale storiche con splendida vista sulla conca su Merano, oppure può essere “letto”, didascalia dopo didascalia per comprendere meglio come è stato costruito un modello di successo, ma anche i rischi che sta correndo.

Touriseum (foto Venti3)

“Chi è favorevole al movimento turistico, vuole la rovina morale della regione”. Tra le numerose citazioni esposte nelle sale del Touriseum, questa, del Vescovo di Bressanone , risalente a fine Ottocento, è senza dubbio una delle più interessanti. Perché il Vescovo ha avuto decisamente torto, almeno fino ad oggi. Perché l’intero impianto della tanto celebrata Autonomia provinciale faticherebbe a stare in piedi senza il turismo. Sono stati i soldi dei turisti ad aver permesso, direttamente o indirettamente, di mantenere vivi e abitati decine di paesini della provincia. Perché senza le camere e gli appartamenti in affitto, molti allevatori e contadini avrebbero dovuto abbandonare la montagna per cercare fortuna in città, luoghi molto più liberali, laici e moderni.
Il vero, straordinario, successo del turismo sudtirolese sta infatti nell’essere riuscito a farsi apprezzare proprio per il (presunto?) rispetto delle tradizioni e per una oculatissima gestione del territorio. Per comprenderlo, è sufficiente osservare gli spot del marchio “Südtirol” trasmessi in questi giorni dai diversi canali, televisivi o in streaming. Si vedono contadini in” blauer Schurz” di ordinanza che accudiscono il bestiame o tagliano il fieno, immagini che sembrano d’altri tempi, create ad arte, ma che chiunque visiti l’Alto Adige può osservare quotidianamente con i propri occhi. E’ vero, quei contadini non incarnano LA realtà di una provincia molto più complessa di quel che si immagina, ma rispecchiano comunque UNA realtà ben presente e diffusa, e ai turisti questo basta e avanza.

Come si diceva, le sale del Touriseum, non nascondono tutto quello che si allontana dai cliché, anzi, provano a dar conto della complessità del territorio, non nascondendo nemmeno gli anni bui della storia locale, ma è una sala precisa a sintetizzare al meglio come il modello turistico altoatesino rischi una crisi che potrebbe persino portare al collasso. E’ quella che elenca la crescita del numero del pernottamento dal secondo dopoguerra a oggi, quella che mostra come il 1.830.000 pernottamenti del 1950, siano diventati il doppio dieci anni e siano cresciuti in maniera esponenziale decennio dopo decennio.: dieci milioni nel 1970, venti nel 1980 etc. L’ulteriore crescita degli anni successivi ha “costretto” la linea del grafico a uscire dalla tabella, sono diventati 32.500.00 del 2020, per poi finire anche la parete tanto da non poter essere più aggiornata. (Vedi immagine di apertura, nel 2025 i pernottamenti hanno superato i 38 milioni).
Non casualmente, le sale successive illustrano le problematiche conseguenti a questi numeri, soprattutto dal punto di vista ambientale, ma una didascalia in particolare desta qualche perplessità: “L’Alto Adige si è ormai abituato al turismo intensivo. Gastronomia, piste da sci e sentieri sono attrazioni di cui godono anche i residenti. Il settore non è dominato da capitali stranieri, ma è profondamente radicato nel territorio e costituisce la base del benessere locale”.

Siamo proprio sicuri che il “sentimento” più diffuso tra i residenti sia l’abitudine? Il dubbio che il modello non possa durare all’infinito è condiviso dagli stessi curatori del museo, ma a metterlo a rischio pare essere un problema, sociale, generazionale, ancor prima che ambientale è a che fare proprio con quanto già evocato all’inizio di questo articolo.
Quanti giovani vorranno continuare a tenere in piedi questo “sistema” sempre più complesso? Quanti e per quanto tempo vorranno continuare a svegliarsi all’alba per mungere le vacche, per tagliare il fieno o per preparare la colazione ai turisti? Quanti, invece, preferiranno assumere qualcuno che lo faccia al posto loro per incominciare a godersi la vita senza dover più inchinarsi a ospiti e tradizioni?
Il fenomeno è già osservabile in diverse zone ad alta affluenza turistica, ma, al momento sembra pesantemente ostacolato dall’accoglienza offerta a chi dovrebbe sostituire il lavoro dei giovani locali. A partire dagli affitti a prezzi esagerati per abitazioni spesso distanti dal luogo di lavoro e con servizi inadeguati fino alla sostituzione di appartamenti a gestione famigliare con hotel “all inclusive”. Al momento si continua a far buon viso a cattivo gioco, ma quanto potrà durare?
Vuoi vedere che, a oltre un secolo di distanza, il già citato vescovo di Bressanone stia smettendo di avere torto?

Massimiliano Boschi

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