KOMY, la nuova ricerca che trasforma gli scarti della mela in valore

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Innovazione. In Alto Adige la trasformazione delle mele in succo genera ogni anno circa 145mila tonnellate di pomaccia, il residuo solido composto da bucce e polpa. Da qui nasce KOMY, nuovo progetto di ricerca applicata del Centro di Sperimentazione Laimburg che punta a trasformare uno dei principali sottoprodotti dell’agroalimentare locale in una risorsa ad alto valore aggiunto per l’industria alimentare.

L’idea di fondo è semplice, ma tutt’altro che marginale: non limitarsi a gestire uno scarto, bensì ripensarlo come materia prima per nuovi processi e prodotti. Attraverso tecniche di stabilizzazione e fermentazione, il progetto vuole verificare come la pomaccia di mela possa essere riutilizzata in modo concreto, con un’attenzione particolare alla fattibilità industriale e alla possibilità di trasferire queste soluzioni anche alle piccole e medie imprese del territorio.

«Vogliamo cambiare prospettiva: ciò che oggi è considerato uno scarto può diventare un ingrediente progettato, con proprietà funzionali ben definite e un potenziale concreto per il settore alimentare», spiega Lorenza Conterno, responsabile del gruppo di lavoro Fermentazione e Distillazione e coordinatrice del progetto al Centro di Sperimentazione Laimburg. «Il nostro approccio mira inoltre a valutare la fattibilità e la scalabilità di questi processi, affinché possano essere trasferiti anche alle piccole e medie imprese, contribuendo allo sviluppo di modelli di economia circolare realmente applicabili.»

KOMY si muove su un crinale che unisce innovazione alimentare, sostenibilità ed economia circolare. Il progetto è guidato da Laimburg e coinvolge in modo interdisciplinare diversi gruppi di lavoro del centro, mentre sul piano della collaborazione si sviluppa in un contesto transfrontaliero che coinvolge anche Austria e Baviera. Uno degli aspetti più interessanti riguarda l’impiego di colture miste di batteri e lieviti, simili a quelle utilizzate nella produzione della kombucha. Il processo non serve soltanto a stabilizzare il prodotto e ad aprire la strada a una nuova bevanda, ma consente anche di ottenere uno SCOBY, un biofilm simbiotico ricco di cellulosa batterica.

È qui che il progetto apre uno dei suoi filoni più promettenti. Lo SCOBY, infatti, non viene considerato soltanto come parte del processo fermentativo, ma anche come possibile co-prodotto da valorizzare.

«Vogliamo capire se questo biofilm possa essere ulteriormente valorizzato come co-prodotto, anziché essere trattato come uno scarto», osserva ancora Conterno. «Attraverso specifici processi di trattamento e stabilizzazione, lo SCOBY può essere recuperato e trasformato in un materiale funzionale.»

Tra le applicazioni allo studio ci sono possibili utilizzi nel settore alimentare ad alto contenuto tecnologico. Una volta essiccata e trasformata in polvere, questa biocellulosa potrebbe infatti acquisire proprietà strutturali utili, ad esempio, come budello per insaccati o in altre applicazioni legate alla trasformazione degli alimenti.

Per un territorio in cui una quota rilevante della produzione melicola finisce nell’industria del succo, la partita non è solo ambientale. La valorizzazione dei sottoprodotti può diventare anche un terreno di innovazione industriale, capace di generare nuovi ingredienti, nuove competenze e nuovi modelli di business.

Nell’immagine in apertura, il disco di SCOBY (Symbiotic Culture Of Bacteria and Yeast) che si forma durante la
fermentazione. (credits © Laimburg Research Centre/agnese martinelli)

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