Da Cuba alla Kunsthaus di Merano, l'arte "Cómplice" di René Francisco

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Merano. “Tío, tírame una foto tio …” (Zio, zio, fammi una foto!)”. Dura pochi secondi, eppure la voce del bambino che saltella impaziente nel video esposto a Merano Arte ti rimane in testa, come un tormentone. Lo zio che dovrebbe scattare la foto al piccolo è l’artista René Francisco (Holguín, Cuba nel 1960) a cui la Kunsthaus dedica la prima retrospettiva italianaCómplice” (fino al 25 maggio 2026). Attraverso installazioni, film, disegno, pittura ed esperimenti pedagogici la mostra presenta quarant’anni di ricerca dell’artista, che ha iniziato il suo percorso a Cuba alla fine degli anni Ottanta, tra la crisi economica seguita al crollo dell’Unione Sovietica, che aveva supportato l’isola,  e la Biennale dell’Avana, che aveva dato nuova visibilità alla scena artistica locale. Mentre visitiamo l’esposizione è quindi difficile non pensare alle notizie sulla gravissima crisi energetica che in questi giorni sta paralizzando l’isola, portandola all’emergenza umanitaria . L’arte di Francisco ci arriva però come una possibile risposta basata su un approccio che trova nella relazione e nella dimensione umana la sua forza e la sua resilienza: “Il tema al centro dell’esposizione è la “complicità”, considerata come forma di intesa profonda e non gerarchica che attraversa le relazioni sociali, politiche, educative e affettive che hanno definito la pratica dell’artista: collaborazione, partecipazione, amicizia, pedagogia critica, attivazione comunitaria” si legge infatti nel comunicato della Kunsthaus a proposito del progetto, parte del programma curatoriale ideato da Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi The Invention of Europe.

Renè Francisco, Cobijo, 2025, Courtesy of the artist, mostra  CÓMPLICE, Kunsthaus Merano 2026. Foto Ivo Corrà

“Cómplice” è una mostra che coinvolge, che fa riflettere, sorridere e commuovere, e da cui si può imparare, anche. Alla fine del percorso si sente che da Cuba a Merano qualcosa è arrivato, quasi un messaggio nella bottiglia composto passo passo da volti, situazioni e pensieri che hanno le fisionomie della gente e delle vie di Cuba. E il messaggio arriva in un contesto, quello meranese, che con la sua compostezza mitteleuropea non potrebbe essere più diverso –  il contrasto è stimolante. È subito evidente guardando l’imponente scultura Cobijo ( traducibile in italiano come “rifugio”), che ci accoglie all’inizio del percorso espositivo. Con i suoi quattro metri di altezza la statua abita le mura storiche della Kunsthaus: una presenza metallica e monolitica, sdrammatizzata dai morbidi cuscini di bianchi e rosa di cui è in parte avvolta. L’opera riprende l’iconografia dell’Alma Mater, figura simbolo dell’università come madre nutrice del sapere- forse un sapere in cui rifugiarsi, come allude il titolo, o da proteggere e maneggiare con cura. O, ancora, un sapere imposto da conquistatori, a cui non avvicinarsi troppo.
«[…] Di giorno sei in spiaggia con i bambini [che giocano con gli ombrelloni come se fossero razzi], e la sera guardi le notizie e ti trovi di fronte all’orrore» spiega l’artista a proposito della serie di sculture, video e disegni Transformer (2024). Ispirati dal meccanismo a vite per fissare gli ombrelloni nella sabbia, i lavori ci mostrano come un oggetto familiare e innocuo, estratto dal contesto e sovradimensionato, possa trasformarsi in un strumento minaccioso- in fondo la violenza può annidarsi nella più banale quotidianità.  Nella visione di Francisco l’arte deve intervenire direttamente nella vita delle persone, come esperienza pedagogica e partecipativa. Un instancabile impegno sociale percorre diverse opere in mostra, come Triología de Romerillo, che racconta una serie di interventi realizzati nell’omonimo quartiere dell’Avana volti a migliorare le condizioni di vita degli abitanti. Tra questi, il video A la ca(sz)a de Rosa racconta il percorso che ha portato alla ristrutturazione della casa fatiscente di una donna del quartiere, selezionata attraverso un sondaggio tra gli stessi abitanti che hanno partecipato attivamente anche ai lavori. Certo l’operazione è delicata e non esente da rischi di sconfinamento nella retorica compassione, ma la potenza semplice della realtà che ci mostra Francisco fuga ogni dubbio. Entrare nell’abitazione dell’anziana in condizioni di miseria assoluta è letteralmente un “pugno nello stomaco” e l’espressione della Signora Rosa quando torna nella casa sistemata è struggente.

Renè Francisco, Intercambio Buena Vista, 2007-2009. Courtesy of the artist. Mostra CÓMPLICE, Kunsthaus Merano 2026.
Foto Ivo Corrà.  Il progetto prende avvio da una casa del 1920 nel quartiere Buena Vista de L’Avana, quasi distrutta e ormai inabitabile, dove i fratelli Emilio e José A. Trevilla vivono dalla nascita in condizioni di estrema precarietà. Nell’ambito del progetto, l’artista René Francisco ha offerto la ristrutturazione e il risanamento dell’abitazione in cambio della loro partecipazione.

Altre opere si confrontano con il tema dell’arte su commissione e sulle aspettative nei confronti degli artisti – anche quelle dei parenti più prossimi. Del nipote impaziente abbiamo parlato all’inizio, un lavoro racconta invece del desiderio della madre dell’artista di farsi dipingere una natura morta, a cui egli si è lungamente opposto, per poi cedere. È nata così Pintame una naturaleza muerta: un’opera deliziosamente kitsch, che ritrae la madre dell’artista con accanto una natura morta di fiori. Il tema della commissione viene invece giocosamente “smontato” in opere come Pintame una Santa Barbara e Pintame un San Lazaro: in questo caso i santi, molto venerati a Cuba, non sono ritratti, mentre al loro posto c’è una tela vuota e le frasi che riportano le commissioni fittizie richieste a René Francisco.

René Francisco, CLASSPOOL. Nuevo Vedado, La Habana, 2010.  Foto Adolfo Izquierdo. Courtesy of the artist 

Infine, una sezione della mostra racconta del collettivo DUPP- Desdè una pragmatica pedagogica fondato nel 1989 dall’artista e dai suoi studenti dell’Istituto Superiore d’Arte di Cuba. Come docente, Francisco ha sempre spinto i suoi allievi a uscire dalle aule e integrare la produzione artistica con il contesto sociopolitico, cercando di essere presenti in una Cuba in vorticosa transizione. Un’immagine per tutte parla della sua pedagogia collettivista e antigerarchica, la fotografia in cui Francisco è ritratto mentre i suoi studenti lo gettano in una piscina totalmente vestito in giacca e pantaloni eleganti: un’autorità – o forse meglio un’autorevolezza-  artistica che non teme di essere contestata, ed è quindi più vitale che mai.

Caterina Longo

Immagine in apertura: Renè Francisco, Ritratto, Mostra CÓMPLICE, Kunsthaus Merano 2026. Foto Ivo Corrà
(sullo sfondo: il ritratto del nipote che invocava una foto da parte dello zio artista, fotografia, tela, 2009, courtesy of the artist)

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