Immaginare il paese di dopodomani: la mostra all'Ar/ge Kunst di Bolzano
Bolzano. Si può fare l’altalena? Si, ci rispondono. Proviamo. È curioso dondolarsi dentro una mostra d’arte, in mezzo alle opere della Galleria Ar/ge Kunst. Solo una vetrata ci separa dall’affollata via Museo a Bolzano, ma per fortuna i passanti sono distratti, è periodo di saldi. Dall’altra parte della strada, proprio di fronte, si vede la grande entrata di un noto marchio di fast fashion.
Fare l’altalena è una cosa da bambini e in effetti nella mostra in cui ci troviamo i bambini c’entrano, come c’entra il futuro, il gioco e l’infanzia come condizione dell’essere, ma non solo. La mostra, che ha un titolo evocativo e programmatico, “Il paese di dopodomani”, è curata da Francesca Recchia -scrittrice e ricercatrice indipendente, che vive e lavora in Afghanistan, a Kabul- insieme alla nipote di quattro anni, Emma Snædis Recchia (fino al 14.02.2025, ingresso libero).
Il Paese di dopodomani, Exhibition view, Ar/Ge Kunst, 2025. Foto Tiberio Sorvillo
“Il paese di dopodomani esplora la possibilità di immaginare futuri non immediati, a fianco di chi ne sarà protagonista e allude a un tempo altro, né il presente né un futuro utopico ma l’intervallo del “dopodomani” (…) un orizzonte in cui la responsabilità verso gli altri si coltiva come un seme sottoterra, invisibile ma vitale” spiega in una nota stampa Ar/ge Kunst. Sono temi propizi per pensare al futuro, giusti per questo periodo dell’anno pieno di cattive notizie e buoni propositi, almeno a livello personale, propositi che però in genere sfuggono via col passare dei giorni. Addentrandosi nella mostra è evidente che “il paese di dopodomani” si schiude soprattutto in un orizzonte politico, sul terreno potenzialmente scivoloso dell’arte politicamente impegnata – aderendo, del resto, alla fisionomia di Ar/ge Kunst come spazio di pensiero e di riflessione più che di semplice fruizione di opere d’arte. Francesca Recchia e la sua nipotina hanno trattato però il tema con la dovuta dose di poesia, leggerezza e gioco, e quindi efficacia, anche per un pubblico meno esperto. Il paese di dopodomani coinvolge infatti in una relazione immediata, in un invito gentile a partecipare, a fermarsi, che cattura chi la visita fin da subito.
Stefano Graziani, Dubai, 2008. Exhibition view. Foto Tiberio Sorvillo
In un equilibrio sottile tra interno ed esterno, personale e pubblico, si entra in uno spazio giocato tra l’altalena (di cui abbiamo raccontato sopra) e quello che sembra uno salotto di una casa, un po’ vecchia zia, tra poltrone imbottite anni sessanta in stile danese. Ci accomodiamo e “incontriamo” le risposte alle domande che Recchia ha posto a una costellazione di personalità internazionali dai diversi paesi in cui ha lavorato, come India, Afghanistan e Palestina– con approccio interdisciplinare la ricercatrice si occupa, infatti, di produzione culturale e pratiche artistiche in paesi di conflitto. Le domande sul futuro hanno sfumature diverse, ma tutte si muovono sul filo di un unico interrogativo: come continuare a immaginare il futuro senza che questo diventi un pretesto per allontanarsi dal presente? Dalle registrazioni video ci arrivano le risposte di Amanullah Mojadidi, artista e curatore di origini afghane, Sanjay Kak, autore, regista e attivista indiano, Ekta Mittal e Ram Bhat del collettivo Maraa di Bangalore e Alessandro Petti e Sandi Hilal di DAAR, in Palestina (il collettivo ha vinto il Leone d’Oro per la Migliore Partecipazione alla 18ª Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia nel 2023, ndr ).
Siamo distratti, immaginiamo quel giorno perfetto che non arriva mai; immaginare il futuro è immaginare cosa possiamo fare per realizzarlo, vuol dire essere attivi nel presente; come evitare che le condizioni in cui si trova la Palestina si ripetano altrove? Come creare pratiche artistiche che non siano solo di facciata, che non siano gesti puramente simbolici o superficiali? Si parla tanto di “inclusione”, va bene, è un primo passo, ma l’appartenenza è un’altra cosa, è come essere invitati ad una festa o pensarla insieme: questi alcuni frammenti che ci rimangono impressi dalle conversazioni tra risposte e interrogativi – impossibile pensarli solo legati a situazioni e realtà di paesi lontani da noi.
E a proposito di lontananze: la mostra invita a ripensarle giocosamente, prendendo in mano un binocolo o poeticamente, nel tempo dilatato della fotografia di un airone scattata a Dubai nel 2008 da Stefano Graziani: sullo sfondo dei grattaceli, tra il cemento dell’autostrada deserta, l’animale si presenta come un’apparizione salvifica.
Il Paese di dopodomani, Exhibition view, Ar/Ge Kunst, 2025. Foto Tiberio Sorvillo
Altre opere in mostra sono tracce minime, disseminate, da scoprire, come i piccoli sticker colorati all’ingresso: stanno su un tavolino insieme alla spilla disegnata dalla piccola Emma Snædis Recchia, ma non sono un gioco. Riproducono l’opera di Anonymous Witness, un artista di Kabul che ha illustrato gli eventi accaduti in Afghanistan dal 2021 al 2023 con la presa del potere dei Talebani, raccontando la crisi che ne è derivata per la popolazione. Una delle immagini scelte per Ar/ge Kunst è un’impressionante Ultima cena, che ricalca la celebre opera di Leonardo Da Vinci, ma trasposta con i personaggi in abiti e fogge da talebani. Ricerchiamo poi l’immagine nel web e scopriamo una didascalia a commento in cui l’artista afghano anonimo prospetta un possibile futuro di liberazione dalle vessazioni “Il governo islamico è attraversato da tensioni interne che potrebbero minacciarne la sopravvivenza politica o condurre a una fine anticipata”. Alla fine del percorso anche noi visitatrici e visitatori siamo invitati a rispondere alla domanda chiave della mostra “come continuare a immaginare il futuro senza che questo diventi una scusa per allontanarsi dal presente?”. La domanda è scritta a penna, come anche le didascalie della mostra, e anche noi dobbiamo rispondere in maniera piacevolmente analogica su un libro dei visitatori cartaceo, è come lasciare un messaggio in una bottiglia. Siamo costrette a dare una risposta qui ed ora. Forse non è un caso che lo facciamo davanti al potente video dell’artista Aziz Hazara, in cui due bambini afghani fingono di sparare mimando una guerra che per loro è forse un ricordo doloroso o un’esperienza quotidiana di violenza, ma anche un gioco – mentre per altri un programma politico.
Caterina Longo
Immagine in apertura: Aziz Hazara, Rehearsal, 2020.
Foto Tiberio Sorvillo, installation view, Il Paese di dopodomani, Ar/Ge Kunst, 2025


