Da Bolzano alla Cina. Saman Kalantari racconta la sua residenza artistica a Jingdezhen
Bolzano. “Sono stati due mesi in cui ho dormito pochissimo, c’era un’energia incredibile, come un fiume che ti trascina, la percepisci ovunque … mi svegliavo alle cinque di mattina e vedevo le anziane di ottant’anni che giocano a Badminton, praticavano il Tai Chi o giravano un video su TikTok ballando…”. Così Saman Kalantari racconta la sua residenza artistica in Cina, al Taoxichuan Glass Studio, centro internazionale a Jingdezhen, città storicamente considerata la “capitale della porcellana”. Originario di Shiraz (Iran) e cittadino italiano da diversi anni, Kalantari vive a Bolzano, in cui è arrivato nel 2005. E’ laureato in Lingue straniere presso l’Università di Azad ed è un artista conosciuto, in particolare, per i suoi lavori con il vetro, per cui ha vinto numerosi premi internazionali, tra cui il Bullseye “Newcomer Award” di E-merge nel 2008 e il Gold Award nel 2018 negli Stati Uniti, nonché il Glass Prize nel Regno Unito. Inoltre, ha esposto e insegnato in tantissimi paesi dagli Stati Uniti alla Norvegia ai Paesi Bassi, solo per citarne alcuni.
Il Taoxichuan Glass Studio. Foto S. Kalantari
Per partecipare alla residenza artistica a Taoxichuan lo scorso autunno, a cui è stato invitato, Kalantari ha dovuto prendere le ferie – dal 2011 lavora infatti a tempo pieno come sorvegliante al Museion di Bolzano. L’arte, il percorso e le scelte di Kalantari vanno scoperti strato per strato, si svelano solo a chi sa fermarsi e guardare attraverso ciò che arriva in superficie. Proviamo a farlo in una sera di dicembre, incontriamo il Saman artista quando il Saman sorvegliante ha finito il turno di lavoro. Iniziamo dal vetro, il materiale con cui lavora da anni e con cui è venuto in contatto proprio a Bolzano, attraverso una formazione a Vetroricerca, “non è stata una mia scelta, ma un caso, negli ultimi vent’anni ho lavorato con il vetro semplicemente perché non avevo tempo di fare altro” sorride. Sculture rigorose dal fascino minimalista, ma anche nature morte, barchette, aereoplanini e girandole, sofisticati oggetti forse familiari, indizi dal quotidiano: una sottile poesia dell’effimero attraversa le opere in vetro di Kalantari. Sono pezzi con una presenza cromatica e materiale solide, piene, eppure si librano leggiadri allo sguardo.
Quello che interessa a Kalantari non è però la produzione dell’oggetto in sé, quello che rimane, ma il processo. “Mi interessa sperimentare, sono curioso di capire fin dove posso ancora spingermi con questo materiale, inteso come concetto” ci risponde, facendo l’esempio delle opere prodotte durante la residenza in Cina, che sono confluite nella mostra Childhood Games al Sandcasting Art Museum a Taoxichuan, inaugurata lo scorso tre novembre. Non è un discorso semplice, il vetro è ancora associato, soprattutto in Italia -basti pensare a Murano – ad una certa dimensione dell’artigianato e del design (sarà questa la causa per cui le opere di Kalantari sono spesso richieste per mostre all’estero e raramente in Italia?). “Si, è vero, se lavori con il vetro sei un po’ taggato, ma anche se tecnicamente il mio modo di lavorare non è limitato all’aspetto materiale del vetro, c’è il rischio di rimanere confinato alla ricerca tecnica della perfezione” precisa Saman, e porta come esempio l’esperienza fatta in Cina. “Ho un background da ceramista e mi è sempre interessato mixare i materiali. Perciò durante la residenza ho creato un vaso in vetro utilizzando come stampo un vaso in ceramica – in genere si prendono quelli di legno o metallo, riutilizzabili. Come previsto, la ceramica è esplosa durante il processo. All’inizio, i soffiatori cinesi che mi assistevano erano molto preoccupati dal fatto che il vaso non venisse bene, del prodotto finale, ma poi hanno capito”.
La creazione del vaso di vetro dal modello in ceramica, video still , courtesy Saman Kalantari.
Il reel completo è disponibile sul profilo IG dell’artista
I “cocci” solidi del vaso in ceramica sono ora esposti in mostra ai piedi del vaso di vetro. Raccontano di un processo, di una cosa successa, sono tracce. E proprio le tracce, i segnali che lasciano esperienze, incontri, ricordi sono la materia che Kalantari sa raccogliere e far sedimentare nelle sue opere.
Il vaso esposto con i cocci del modello, video still, courtesy Saman Kalantari
Il reel completo è disponibile sul profilo IG dell’artista
Sempre guardando alla mostra in Cina, un’altra installazione composta da fotografie, oggetti e un intervento su tela ricorda l’esperienza fatta durante un massaggio con la coppettazione e racconta dei segni lasciati sul suo corpo, rivelandone tutta la fragilità. Come effimero e fragile può essere il sogno di un bambino racchiuso in un palloncino colorato e ormai afflosciato – anche questo parte della mostra a Taoxichuan “l’avevo comprato da una signora anziana che vedevo spesso durante i miei giri intorno a Jingdezhen, camminavo per chilometri … girare in città con questo palloncino in mano è stata una cosa bellissim,a mi sentivo libero, come un bambino che gioca”. Da oltre un mese Kalantari è tornato a Bolzano – “qui comunque mi sento a casa”, ci dice- e al suo lavoro a Museion. A proposito: ma com’è sorvegliare le opere altrui se sei un artista? “Mi piace lavorare in un museo, fin da piccolo lo desideravo, però è un’esperienza a doppio taglio, c’è tanta soddisfazione e anche tanta sofferenza ti vengono un sacco di idee e hai voglia di fare, ma non puoi, è un po’ come essere un bagnino, stai a bordo piscina ma non hai il permesso di nuotare, stai a guardare per ore e ore, questo succede a me…”.
L’opera nata dall’esperienza della coppettazione ed esposta nella mostra Childhood Games al Sandcasting Art Museum a Taoxichuan, foto courtesy Saman Kalantari
Eppure i riconoscimenti come artista ci sono, perché non farne una professione a tempo pieno, gli chiediamo. “Non voglio essere costretto ogni mattina ad alzarmi con l’ansia di produrre e di vendere per sopravvivere e fare contento un certo tipo di cliente. E poi oggi dall’artista ci si aspetta che faccia di tutto, non basta creare, ma fare marketing e comunicazione e le relazioni – devo dire che ho un pessimo rapporto con i galleristi. Tra le scelte che avevo ho preferito accontentare me stesso piuttosto che il mercato” ci dice. Ultima domanda: se venisse il genio della lampada cosa chiederesti? “Di poter tornare a vedere il mio paese. Quando sono andato via non ho portato niente con me, nemmeno una fotografia, forse era una forma di difesa. Ma ora sogno spesso di tornarci”.
Caterina Longo
Immagine in apertura: Saman Kalantari nella sua abitazione a Bolzano



