Bolzano e i pesticidi urbani
Dopo le note vicende del “miracolo di Malles” e i suoi strascichi sui media germanici, i pesticidi tornano ad attirare l’attenzione a Bolzano. È recentissima, infatti, l’approvazione da parte del Consiglio Provinciale della nuova legge provinciale n. 51/25 «Disposizioni in materia di protezione delle piante». Ma, appena noto il testo della legge, la Federazione Ambientalisti Alto Adige ha subito rimarcato l’impossibilità per i singoli comuni «di emanare regolamenti sul proprio territorio in materia di utilizzo di pesticidi e in ordine di deriva durante l’irrorazione».
In particolare, La Federazione Ambientalisti si riferisce espressamente al rischio di esposizione diretta delle persone durante l’esecuzione dei trattamenti (irrorazione). La cosa assume, in effetti, contorni quasi paradossali nel caso della città di Bolzano, vista l’impossibilità del comune di intervenire sulla base delle condizioni locali che sono – in tutta evidenza – quelle di un ambiente abitato e non un contesto agricolo. Tra i vari potenziali rischi ambientali derivanti dal vivere in una città (dalle ondate di calore estremo esacerbate dal cambiamento climatico, fino all’inalazione di particolato sottile, ecc.) il rischio di esposizione acuta diretta ai trattamenti pesticidi non è, in tutta evidenza, uno dei più comuni.
Dov’è la stranezza della cosa? Oggi quando si parla di agricoltura urbana si incontrano di solito due filoni. Uno è quello degli “orti urbani”, iniziative spesso dedicate al recupero di ambienti dismessi o degradati e all’inclusione sociale. L’altro – particolarmente diffuso in situazioni dove ci sono molte risorse e poca terra coltivabile, come a Singapore o negli Emirati Arabi – è quello dell’agricoltura in ambiente controllato, anche nota come “verticale”: tecnologicamente affascinante quanto difficile e molto energivora, basata di solito su sistemi idroponici, nei quali uno dei conclamati vantaggi è la minimizzazione dell’uso di fertilizzanti e pesticidi.
Ma a Bolzano, a quanto sembra, l’agricoltura urbana non è né sociale né avveniristica. È agricoltura in carne e ossa con tutti gli annessi e connessi, inclusi i trattamenti fitoiatrici. Qualcosa che di solito non si fa a pochi passi dai centri storici.
Questo paradosso avviene in una fase in cui, contrariamente a quanto spesso ed erroneamente diffuso dai media, il consumo di pesticidi in Italia non è affatto in aumento. Al contrario: dal 1990 ad oggi la quantità si è più che dimezzata, dalle 105.000 tonnellate di principi attivi di partenza si è ridotta sotto le 50.000 tonnellate all’anno (sono dati ufficiali da FAOstat o Eurostat). In parallelo, però, sono emerse situazioni che hanno catturato l’attenzione dei media e le preoccupazioni della popolazione residente.
Sono realtà nelle quali si verifica un conflitto per l’uso del territorio: l’espansione delle aree abitate verso una campagna un po’ romanticizzata che si scontra con la dimensione al contrario parecchio industrializzata della campagna reale. Casi come quello della val di Non e delle zone del Prosecco attirano periodicamente l’interesse attivistico e mediatico. Situazioni destinate a ripetersi, visto che in Italia l’area abitata/costruita si espande in continuazione ai danni soprattutto della superficie agricole (parte di quel fenomeno noto come consumo di suolo, del quale l’Italia detiene tristi primati). Il contatto tra i due mondi, e quindi la potenziale esposizione della popolazione residente ai trattamenti, diviene complicato da evitare.
In questo contesto, la situazione di Bolzano è peculiare: non è tanto (o non solo) l’ambiente costruito che si espande e arriva a diretto contatto con la realtà dell’agricoltura. È piuttosto che quest’ultima, storicamente insediata in città, vuole restarci e vuole farlo alle sue condizioni.
Le soluzioni e il vizio di origine. La necessità di minimizzare o eliminare il rischio di esposizione diretta durante il trattamento è prevista nella legislazione vigente (europea, italiana e quindi anche provinciale) e si fa con tecnologie e metodologie chiamate “anti-deriva”, che consistono nel focalizzare il trattamento fitoiatrico sulla coltura senza disperderlo nell’ambiente circostante. Bisogna avere gli appositi dispositivi irroratori, che devono funzionare regolarmente e quindi essere controllati attentamente; bisogna usarli appropriatamente, orientando la dispersione del trattamento. In specifiche situazioni, la legislazione prevede in aggiunta alle tecnologie anti-deriva anche l’esclusione di determinati pesticidi considerati troppo pericolosi.
Tutte queste misure sono previste da una Direttiva comunitaria chiamata “Uso Sostenibile dei Pesticidi”, a cui fa riferimento l’articolo 8 della legge provinciale, e che individua zone particolarmente sensibili nell’interfaccia tra agricoltura e ambiente abitato, come scuole, parchi pubblici e simili.
Ma è chiaro che una situazione come quella dei vigneti letteralmente in mezzo alla città rappresenta una situazione limite e anche un problema di percezione: residenti e passanti vedranno comunque solo il trattamento che viene effettuato, e non saranno necessariamente in grado di valutare se la tecnologia anti-deriva è applicata correttamente o no. Anche non ci dovesse essere rischio reale, il divario tra comprensione della tecnologia e percezione pubblica non può essere ignorato. L’allarmismo non è sempre giustificato: per cominciare, non ogni pesticida è classificato per rischi acuti inalatori, dermali o oculari (ma molti lo sono). È perfettamente comprensibile che si crei allarme alla vista di pratiche inusuali per l’ambiente urbano. Ma, e qui sta il vizio di origine, una direttiva concepita per regolamentare la fase di uso dei pesticidi nell’ambiente agricolo, non si è particolarmente preoccupata di fissare norme vincolanti per trattamenti… in mezzo ai condomìni.
Come se ne esce? Come appena detto, ci si muove in assenza di un testo europeo che stipuli chiaramente e in maniera vincolante quali sono i limiti all’esecuzione di trattamenti fitoiatrici agricoli in ambiente urbano. Personalmente, ritengo che in queste situazioni i comuni interessati dovrebbero avere la possibilità di stabilire o almeno di concertare con l’autorità provinciale le condizioni di trattamento, in conformità con la realtà dell’ambiente abitato. Si potrebbe, come condizione di base, equiparare l’intero ambiente abitato alle zone particolarmente sensibili (parchi pubblici, scuole, ecc.) visto che queste prevedono condizioni più restrittive per i trattamenti. In ambiente urbano la tecnologia applicativa dovrebbe essere abbinata all’inserzione di siepi di interposizione tra la superficie agricola da trattare e l’ambiente abitato confinante, siepi in grado di intercettare l’eventuale deriva residua (opzione peraltro descritta nelle linee guida provinciali, ma non vincolante).
Detto questo, nel caso di Bolzano ritengo molto difficile una riconsiderazione del ruolo dell’agricoltura all’interno dell’area comunale. Le divergenze sulle soluzioni tecniche possono essere discusse e risolte solo se viene prima rimossa una limitazione politica: quella di una città vista come sostanzialmente estranea, ininfluente e irrilevante, per il territorio che la circonda.
Mauro Balboni
Mauro Balboni, laureato in Scienze agrarie all’Università di Bologna, ha lavorato oltre 30 anni nella ricerca e sviluppo della grande industria agrochimica, la maggior parte dei quali come dirigente con responsabilità europee e globali. Ha vissuto a Milano, Bologna, Vienna, Oxford, Zurigo. Oggi risiede tra la Svizzera e il lago di Garda, dove ha trovato la sua vera life mission, quella di conservare un biotopo di prati magri e i suoi legittimi residenti: le “carote ametista”, le cavallette dalle ali blu, le api, le farfalle e le orchidee rare. Dal 2017 scrive sui temi della sicurezza alimentare globale e dell’impronta del cibo sulle risorse e gli ecosistemi, prima con “Il Pianeta mangiato” e ora con “Il pianeta dei frigoriferi“. Nel resto del suo tempo gira l’Europa con il camper, a piedi o in bicicletta anche alla ricerca di agricolture e di cibi presenti, passati e futuri.
