"Un suono può farti diventare un'altra persona". Albert Mayr (1943-2024)

“Un suono non è solo un elemento che può divertire o piacere, è un fatto che ti coinvolge e che potrebbe farti diventare un’altra persona”* diceva Albert Mayr. Il nesso tra musica, tempo e quotidiano è sempre stato al centro delle ricerche del celebre compositore altoatesino, che si è spento il 28 gennaio 2024. Era nato il primo agosto del 1943 a Bolzano, figlio di Hildegard Straub e di Josef Mayr Nusser, che perse la vita nel 1945 per essersi rifiutato di giurare fedeltà al regime nazista.

Albert Mayr aveva lasciato Bolzano dopo il liceo classico e i primi studi al Conservatorio Monteverdi, continuati poi a Firenze, presso cui si diploma nel 1965. Qui entra a far parte  del movimento artistico fiorentino e collabora con il compositore Pietro Grossi (primo a creare installazioni sonore in Italia) all’interno dello Studio di Fonologia Musicale di Firenze. Dopo diverse esperienze all’estero, dal 1973 al 1991 Mayr è titolare della cattedra di musica elettronica al Conservatorio di Firenze. Nel suo percorso entra in contatto con il compositore statunitense Christian Wolff e con Raymond Murray Schäfer, fondatore del “World Soundscape Project” (1971), al quale Mayr partecipa. Collabora inoltre con il centro di ricerca Tempo Reale  fondato nel 1987 dal compositore Luciano Berio. Ma lascia il segno anche con le sue performance e pubblicazioni sulla musica elettroacustica, sulla musicoterapia, sulla musica ambientale, sull’ecologia acustica, sulla musica speculativa e sull’estetica del tempo.

 La copertina dell’album Hora Armonica di Albert Mayr (1983)

“Non abbiamo il tempo, noi siamo il tempo” è una delle sue frasi più celebri e citate. Un aspetto, quello del tempo, ripreso anche nella mostra che gli aveva dedicato il Museion di Bolzano in occasione degli ottant’anni nella scorsa primavera 2023, Time Aspects.
“Mayr aveva quest’ idea di misurare l’esperienza dello spazio e del nostro corpo nel mondo con dei parametri di tipo musicale” ci ha spiegato Marcello Fera, compositore e direttore d’orchestra, che ha conosciuto e collaborato con Mayr. “La sua era un tipo di riflessione musicale che poneva l’accento su una forte consapevolezza di cosa sia il tempo e lo spazio in cui ci muoviamo” sottolinea Fera. Per Mayr la musica non era solo qualcosa con cui deliziarsi o intrattenersi in una sala da concerto, per poi tornare alla vita, ma un elemento che avvolge ogni singolo momento dell’esistenza.

Albert Mayr durante la performance “Il Banchino del Tempo”.  Foto Margherita Verdi. Collezione Museion

Suono e tempo sono per Mayr anche una questione collettiva e investono ritmi, scelte e il modo in cui la società vive e si organizza. Ecco allora che diventa interessante registrare il “paesaggio sonoro”, i suoni e ritmi di un paesino dell’Istria come Brdo (1978); o della Val Sarentino, come nel film del 1984 “Von Zeiten und Leuten. Am Beispiel Sarntal”  (Di tempi e di persone. L’esempio della Val Sarentino), commissionato da Rai Südtirol. Ed è anche per questo che nelle sue performance Mayr spesso invitava il pubblico a partecipare attivamente, come ad esempio con un “Banchino del Tempo” (1994) in cui chiedeva ai passanti di raccontare i problemi che avevano con il tempo “sul lavoro in famiglia e in altre circostanze”. Il percorso di Mayr è segnato anche da un forte impegno civile, con interventi musicali con pazienti nell’Ospedale psichiatrico di Volterra (nel 1974-75).
Non sempre l’arte e l’approccio di Albert Mayr -come quella della corrente in cui si collocava- sono stati compresi. Nelle sue composizioni non ci sono rassicuranti strutture immediatamente riconoscibili, il confine tra ciò che crediamo essere musica e non è labile, si sfilaccia per tirare i lacci di qualcosa di più importante, la nostra attenzione. “Riportare alla purezza dell’attenzione, a ciò che diamo per scontato è un movimento la cui importanza va saputa cogliere, una consapevolezza che ti porta automaticamente a riflettere su come stai al mondo, e in questo senso assume una profonda valenza etica. Il suo modo di pensare e di praticare la musica, così profondamente etico, ecologico addirittura, costituisce un grande patrimonio, una chiave straordinariamente intelligente per relazionarsi col mondo attraverso tempo e suono” , conclude Fera.

Caterina Longo

Immagine in apertura: Albert Mayr, Time – Aspects, 1975-1976, Fotografia in bianco e nero (7 parti), 30,5 x 24 cm. Collezione Museion

 

*La citazione è tratta dal documentario “Dall’Alto Adige all’universo dei suoni” di Claudio Chianura (2021) 

https://www.youtube.com/watch?v=bO41HddZyTA&ab_channel=CENTROAUDIOVISIVIBOLZANO

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