Identità sudtirolese, Svp, ambientalismo e vaccini: intervista a Hans Heiss

FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Storico, già docente delle università di Trento, Innsbruck e Hildesheim nonché consigliere provinciale dei Verdi, Hans Heiss è molto stimato e mai troppo ascoltato. Non solo per questo, ho deciso di incontrarlo. Desideravo confrontarmi con lui sulle tipiche questioni altoatesine (non solo quelle legate alla proporzionale etnica) per comprendere se le mie valutazioni avevano un senso, se erano troppo grossolane o se erano frutto del mio essere un “immigrato” cresciuto altrove. Come mi ricordano spesso molti altoatesini: “Si vede che non sei nato qui”.  Bene, dopo oltre un’ora di chiacchiere non so quanto Heiss fosse soddisfatto di aver accettato il mio invito, io ero e sono contentissimo.

La chiacchierata è partita da una mia lettura estiva, un classico giallo estivo, «Il fratello» del celebratissimo scrittore norvegese Jo Nesbø, creatore del commissario Harry Hole. In quel giallo aveva trovato riferimento a sentimenti e mentalità degli abitanti della Norvegia Settentrionale molto simili a quelli dei sudtirolesi, ma, va detto, anche agli allevatori del Kentucky o del Michigan.  Nel libro di  Nesbø veniva sottolineate la fondamentale importanza dell’approvazione della comunità, lo scetticismo verso ogni novità che viene da fuori, l’ostilità evidente nei confronti degli ambientalisti “di città” e come il lavoro venga generalmente considerato più importante della salute. Tutte caratteristiche troppo spesso sommariamente rappresentate come semplice cocciutaggine. La chiacchierata è quindi partita proprio da questi aspetti che, a mio avviso, vengono letti troppo spesso in chiave etnica o “anti italiana”. “Gran parte delle osservazioni mi sembrano funzionare – premette Heiss – per esempio il rifiuto di quello che viene da fuori, in particolare dell’ambientalismo di chi viene dalla città, ma occorre fare alcune distinzioni e precisazioni.

Prego…

“Rispetto alla questione ecologica, molti allevatori sostengono di praticare un ambientalismo di tradizione, credono di sapere meglio di tutti di cosa sono i boschi, gli animali e non accettano di farsi raccontare da altri come stanno le cose”.

Si può comprendere anche senza condividere.

“Sì, ma non c’è solo questo atteggiamento. Per esempio, il rifiuto dell’ambientalismo è particolarmente forte nella valli del turismo esasperato, penso alla Val Gardena, mentre in altri ambienti rurali, come in Val Venosta la sensibilità ambientale è più diffusa, si veda, per esempio, la lotta contro i pesticidi di Malles. Direi che si tratta di un’attenzione selettiva, non mancano contadini e allevatori bio, e con questi ci si confronta, mentre quello che proviene dalla città resta inaccettabile”.

La tempesta Vaia non ha contribuito a modificare l’atteggiamento?

“Nelle aree colpite sì, ma sono zone circoscritte. La coscienza generalizzata sul rischio esiste ed è in aumento, ma la crisi climatica non viene considerata una vera emergenza. Si crede che le zone realmente a rischio siano fuori dai confini provinciali e che qui non si verificheranno tragedie. Qualcuno crede addirittura che il cambiamento climatico potrebbe persino essere un vantaggio per il Sudtirolo perché crede che qui il territorio sia tutelato molto meglio che altrove”.

Sono sentimenti tipici di molte altre zone rurali o di montagna, eppure la lettura “etnica” di ogni fatto sembra prevalere su tutto. Anche rispetto alla questione del tasso di vaccinazione provinciale, più basso che nel resto d’Italia.

“E’ vero, la situazione dei vaccini si ritrova in parecchie altre regioni alpine, soprattutto in Austria, non serve ricorrere a schemi etnici o storici come ha fatto qualcuno. Conta, invece, il già citato contrasto città/campagna. C’è profonda diffidenza per tutto quello che viene dalla città, non importa se Berlino, Vienna o Roma. A questo si aggiunge la convinzione di poter fare da sé, senza ricorrere agli strumenti che offre la scienza. Non dimentichiamo che scegliere di comportarsi diversamente da altri aumenta il senso di comunità”.

Il rifiuto del confronto con la realtà sembra piuttosto diffuso. Come sottolineato spesso in questa rubrica, anche l’Amministrazione Provinciale sembra non voler fare i conti con la realtà. Lo ha mostrato frequentemente durante la pandemia, ma soprattutto nei confronti dei cambiamenti sociali, in primis l’immigrazione. L’esempio delle scuole primarie di Fortezza è solo il più eclatante.

“Direi che non si confrontano sistematicamente, improvvisano cercando di risolvere i problemi con soluzioni di fortuna, procedendo di giorno in giorno. Per la Giunta, la comunità straniera semplicemente non esiste come attore politico e sociale di primo piano”.

Mi permetto di insistere. Lo stesso vale per il sistema elettorale dei Comuni con il secondo turno senza premio di maggioranza. Il caso Merano sembra non aver insegnato nulla, se la realtà non piace non la si considera.

“Anche a Merano si procede come per la questione delle scuole di Fortezza, si cerca una soluzione tampone per evitare di tornare a votare una terza volta e la si troverà. Tra tre anni si ripresenterà il problema e si cercherà un’altra soluzione provvisoria. Il sistema autonomistico non è mai stato riformato, si è sempre adeguato provvisoriamente”.

Vien da pensare che il sistema elettorale faccia molto comodo al partito che governa la Provincia da 70 anni.

“Certo, è un elemento di fondo che fa sì che le cose non cambino”

Con buona pace dell’«alternanza democratica»…

“Il principio democratico qui cammina su una gamba sola, come Magnago: è invalido ma funziona. L’Autonomia è solo in parte una soluzione democratica, si basa sul compromesso dei gruppi linguistici e non si preoccupa dell’alternanza democratica. In fondo, si prevede un governo Svp ad aeternum ed è un atteggiamento che è stato interiorizzato dalla popolazione. I partiti popolari stanno perdendo posizioni anche nel mondo tedesco, in Austria e in Germania, quindi ci si può immaginare anche un Svp al 35%, ma in fin dei conti l’immaginario non muta e si continua a prevedere un eterno governo dell’Svp”.

I risultati di Merano non sembrano andare in un’altra direzione?

“L’Svp non può permettersi di perdere Merano, la vecchia Landeshauptstadt, la vecchia capitale. Si erano illusi di potersi presentare sotto una nuova veste con Zeller 2.0 e ora si sono accorti che non ha funzionato, ma non vogliono prendere atto di questa realtà”.

Rieccoci…

“Sì, ma se torneranno in Giunta, questa illusione si protrarrà”.

Passando agli aspetti positivi dell’Autonomia, non si può negare che rispetto ad altre zone d’Europa, e soprattutto d’Italia, qui la montagna non è stata abbandonata.

“Sì, perché il mondo rurale di montagna è da sempre considerato il substrato della nazione sudtirolese. Il mondo contadino è quasi sacro in quanto conserva i valori tradizionali. Un concetto portato all’esasperazione da Luis Durnwalder che ha agevolato in tutti i modi la montagna perché la città non viene considerata affidabile. Questo ha portato a una rete di infrastrutture che non ha eguali in altre zone di montagna d’Europa”.

Però ha evitato lo spopolamento che, per esempio, è avvenuto in Appennino.

“Sì è stato anche un successo, ma molto sovvenzionato. E’ vero, i contadini sono rimasti nei masi riuscendo a commercializzare il loro latte a prezzi migliori dei loro vicini austriaci e tedeschi, ma resta un modello fortemente ideologico. Importiamo latte e maiali per lo speck, l’agricoltura di valle è intensiva e industrializzata, ma utilizza i masi di montagna come vetrina, come immagine pubblica. E i villaggi rurali, non a caso, sono i bastioni dell’Svp”.

Passando ad altro, Alex Langer diceva che se non si riescono a cancellare i confini, occorre almeno provare a renderli più permeabili. Nei miei recenti viaggi al Brennero ho sottolineato come si tratti di un passo più che di un confine, ma confrontandolo con altre realtà, penso al confine tra Svizzera, Francia e Germania a Basilea, tra Francia e Germania a Strasburgo e tra Italia e Slovenia a Gorizia, il Brennero sembra ancora dividere profondamente Italia e Austria, nonostante la retorica della ferita ancora aperta della divisione del Tirolo.

“Ovviamente va considerato l’ambiente geografico che è molto differente dagli esempi che hai fatto, ma quel che sottolinei è vero e credo abbia molto a che fare con l’Autonomia. Gorizia e Nova Gorica hanno tutto l’interesse a collaborare, ma se a Colle Isarco hanno un problema chiamano Kompatscher a Bolzano che ha le risorse per intervenire. E’ anche un effetto dell’Autonomia, se siamo autosufficienti non ci servono gli altri, austriaci compresi, questo finisce per isolarci da tutti, c’è molta autoreferenzialità. Va anche detto che i sudtirolesi che conoscono l’Austria sono pochi, ormai i sudtirolesi si considerano adulti che non hanno bisogno di nessuno”.

Influisce anche l’atteggiamento del governo austriaco che identifica nel Brennero la porta da cui passano gli “invasori” dal sud del mondo?

“Certo, da vent’anni minaccia a giorni alterni la chiusura del Brennero, più in generale i confini hanno riconquistato un’importanza centrale in tutta Europa”.

Ultima cosa, quando sostengo di non vedere un grande conflitto tra la comunità italiana e quella tedesca e quando evito di interessarmi alle questioni “etniche” per leggere tutto quel che accade, spesso vengo trattato da “alieno”. Ma non ricordo una rissa tra italiani e tedeschi negli ultimi dieci anni e nonostante la politica non disdegni di soffiare sul fuoco, anche il governo di Roma non sembra più nel mirino come prima. E comunque non è mal giudicato solo da queste parti…

“Credo anche io che il livello dello scontro etnico sia a un livello basso. I motivi sono diversi, da una parte gli immigrati sono subentrati come oggetto della diffidenza verso l’alterità, inoltre il governo provinciale è ormai alleato del governo centrale da decenni, centrodestra o centrosinistra cambia poco. Infine, l’Autonomia ha allontanato Roma, lo dimostra anche la polemica sui vaccini. In passato sarebbe passata l’idea che Roma attentava alla salute nostra e dei nostri bambini, ora, invece, il nemico numero uno dei No Vax è la Provincia”.

Massimiliano Boschi

Ti potrebbe interessare