Cambiamento climatico, Eurac Research e ONU assieme per monitorare la neve

Pubblicato il 29 Ottobre 2019 in Innovazione

 

In tutto il mondo, circa quattro miliardi di persone devono convivere con la scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno. Inoltre, l’andamento delle precipitazioni sta cambiando, aumentando il rischio di pericoli naturali come inondazioni e valanghe anche in Alto Adige. Nel corso di una conferenza dell’ONU che si terrà a Ginevra dal 29 al 31 ottobre, si discuterà di come affrontare queste sfide. Per affrontare rischi climatici come eventi meteorologici estremi, scioglimento del permafrost o valanghe, gli esperti vogliono stabilire procedure e sistemi di allerta basati su dati scientifici. Eurac Research ha avviato un’intensa collaborazione con l’Università delle Nazioni Unite proprio su questi temi e a Ginevra presenterà i risultati del monitoraggio della neve.

Insieme a partner di ricerca da tutto il mondo, gli esperti di Eurac Research stanno raccogliendo dati satellitari sulla copertura nevosa e li confrontano con le misurazioni ottenute dai sensori installati nel terreno per comprendere i cambiamenti climatici degli ultimi decenni. “Questi dati si traducono in modelli che aiutano a gestire meglio la risorsa idrica e che possono essere applicati alle regioni montane di tutto il mondo. È proprio questo aspetto a renderli interessanti agli occhi degli esperti riuniti a Ginevra”, spiega Claudia Notarnicola, fisica di Eurac Research.

Stefan Schneiderbauer, geografo del centro di ricerca bolzanino, parteciperà alla conferenza in veste di responsabile di Glomos: il programma dell’ONU per la salvaguardia delle aree montane di tutto il mondo, portato avanti congiuntamente da Eurac Research e Università delle Nazioni Unite (UNU). Il programma permette di trasferire i modelli di successo testati in alcune regioni in altri luoghi del mondo. I ricercatori hanno sviluppato un metodo per capire quali effetti dei cambiamenti climatici dovrebbero essere considerati prioritari e come affrontarli. “L’agricoltura, ad esempio, si adatta in maniera più flessibile ai cambiamenti climatici rispetto alla silvicoltura. Mentre la perdita del raccolto di solito è limitata ad un’annata e l’anno successivo si può decidere di coltivare prodotti diversi, il bosco ha bisogno di molto tempo per riprendersi, ad esempio, dai danni causati dalle tempeste. Le misure a favore delle foreste devono quindi essere classificate in modo diverso. Queste valutazioni del rischio climatico sono già state testate con successo in Europa e ora verranno trasferite nelle zone montane dell’Africa meridionale”, racconta Schneiderbauer.

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