Lo scontro con Roma, il federalismo e la sospensione dei diritti individuali: l'intervista a Francesco Palermo

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L’intervista in diretta Facebook con Francesco Palermo, organizzata la settimana scorsa è stata guastata da problemi tecnici che ne hanno complicato notevolmente  l’ascolto. Per questo, trovate qui di seguito la trascrizione di gran parte dell’intervista nonché la riproposizione del video degli ultimi dieci minuti, quelli registrati una volta sistemati gli inconvenienti tecnici.

Francesco Palermo è direttore dell’Istituto di studi federali comparati dell’Eurac e docente di diritto costituzionale comparato all’Università di Verona. Quanto successo negli ultimi mesi, l’ha ovviamente stimolato a numerosi riflessioni rispetto al funzionamento della macchina istituzionale italiana e sul rapporto tra poteri centrali e locali. L’intervista è partita proprio da questi aspetti.

Quanto successo negli ultimi due mesi era completamente inatteso e ancora oggi l’incertezza sul futuro regna sovrana, ma è stato anche un periodo che ha generato riflessioni e suggestioni importanti. Per comprendere al meglio quanto sia avvenuto, partirei da un titolo di Repubblica.it che fino a poche settimane fa sarebbe apparso folle: “Da lunedì forse sarà possibile vedere anche gli amici”.

“Ovviamente, come tutti sono rimasto sorpreso dagli avvenimenti, poi ho cercato di fare il mio mestiere, osservare la struttura istituzionale ma anche quella sociale. Per chi ha avuto la fortuna di non ammalarsi o di non morire di fame, è vero, è stata anche un’esperienza istruttiva con possibilità di riflessioni molto profonde”.

Da quale vuoi partire?

“Mi ha particolarmente colpito la compressione dei diritti fondamentali che abbiamo vissuto,  ci siamo tutti ritrovati rintanati in casa e credo che questo debba spingerci a ragionare su due aspetti: uno è sociale e lo lascio a chi è più competente di me, ma una domanda è sorta spontanea e riguarda l’accettazione di questa compressione. Sono davvero penetrati nella società i diritti o siamo facilmente disponibili a buttarli a mare a fronte di un pericolo reale o percepito? Molto spesso è stata lodata la resilienza degli italiani, ma è resilienza o è un atteggiamento tendenzialmente passivo? Lo chiedo perché è successo una volta, ma può ricapitare, la risposta la lascio a chi è più competente di me su questi temi. L’altro aspetto che reputo molto importante è relativo al comprendere il modo con cui sono stati compressi questi diritti. Pur ritenendo giustificata questa compressione per garantire un interesse superiore relativo alla salute collettiva, la domanda è: Esistono gli strumenti giusti per scelte così invasive? Guardando alle varie Costituzioni, non solo alla nostra, direi che non si sono mostrate molto adatte a fare questo lavoro. La nostra, per esempio, non dice nulla rispetto alla disciplina dell’emergenza, ci dice soltanto che in condizioni straordinarie di necessità ed urgenza si può intervenire con un decreto legge. Bene, i decreti sono stati fatti e dal punto di vista formale siamo in parte coperti, tuttavia lo stato d’emergenza è stato deliberato con una decisione del Cdm del 31 gennaio e dichiarato per sei mesi sulla base di una disposizione della legge ordinaria che è il codice della protezione civile, adottato da una maggioranza politica occasionale, mentre le concrete limitazioni dei diritti sono avvenute con decreti legge del Presidente consiglio dei ministri. Insomma, dal mio punto di vista si pone qualche problemino. Chiarisco, non credo certo che ci siano rischi per la tenuta democratica in Italia e negli altri paesi d’Europa, ma probabilmente queste strutture non sono adatte a queste situazioni e andrebbero rimodernate per evitare problemi. Emergenze ne abbiamo già viste diverse in anni recenti, non è la prima, continueranno a far parte della nostra vita, occorre abituarsi e quindi bisogna chiedersi se abbiamo strumenti adeguati per porvi rimedio”.

E’ vero, molti strumenti si sono mostrati inadeguati, ma, nonostante la tua premessa, vorrei chiederti di approfondire la questione della passività che avrebbero mostrato gli italiani.

“Ci sono persone più titolate di me, tra cui l’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione Europea che hanno lanciato l’allarme. Se i comportamenti non sono vissuti, se i diritti fondamentali non sono ritenuti importanti, allora il diritto rimane un diritto di carta. E se rimangono tali, gli strumenti per difenderli sono spuntati”.

Per avvicinarci all’Alto Adige. In un recente articolo ti sei interrogato sullo spazio per il federalismo in tempi di emergenza…

“Sì, in Italia si ha paura di regole diverse per i vari territori, che poi si fanno ma inizialmente tocca temerle per qualche motivo. Ma se si fa una regola uguale per tutti, non si può che tararla sulle esigenze del territorio più colpito. L’Italia è un paese asimmetrico su tutti i punti di vista, economico e culturale e lo è stato anche dal punto di vista dell’infezione con territori colpiti in maniera drammatica e molti altri no. Come dicevo, se serve una regola unica, la si fa necessariamente per tutelare i territori più colpiti, ma è la soluzione migliore? Io credo di no, se noi andiamo a guardare le risposte da vari ordinamenti federali, quasi in nessun caso si è fatto ricorso a misure d’emergenza e quasi mai si è derogato al sistema ordinario di gestione. Evidentemente sono sistemi in grado di assorbire gli scossoni meglio dei sistemi unitari. Se mi è concesso il paragone, dal punto di vista della resistenza sismica, le strutture federali si sono mostrate più adattabili. Ovunque la regia è passata dal governo centrale, ma deve avvenire tramite un sistema emergenziale o può passare da regole prestabilite? C’è spazio per negoziare le decisioni tra territori e centro o i territori devono limitarsi a obbedire? Questa epidemia lascerà il segno sulle Costituzioni, forse può essere l’occasione per un’inclusione migliore, non necessariamente maggiore, dei territori.

Questo ci porta direttamente all’Alto Adige. Io non sono nato qui, ma nelle ultime settimane mi è sembrato di vivere in un paese all’incontrario. Invece di fare una legge provinciale condivisa, per poi incontrare il ministro delle Regioni ed eventualmente chiedere al partito di maggioranza di rompere con il potere centrale…prima si è chiesto di poter rompere, poi si è incontrato il ministro, poi si è fatta la legge.

“Da questo punto di vista, all’incontrario è un po’ il tutto il mondo. Le dinamiche politiche precedono le scelte legislative e non viceversa. Ovunque si verifica questo ribaltamento e laddove esistono partiti dominanti i rapporti tra esecutivi e partiti sono ribaltati. E’ normale che la discussione si avvii nel partito, non mi meraviglia più di tanto, anche se dal punto di vista prettamente logico dovrebbe essere il contrario. Ma non è la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima”.

Ma questa volta non c’è stato qualcosa di più? La questione etnica non si è sovrapposta al particolare tessuto economico e sociale della provincia di Bolzano?

“Si incrociano tanti diversi piani, qui oserei dire che entra in campo una questione dogmatica. Dobbiamo decidere se vedere le questioni etniche, e le puoi vedere ovunque, o non vederle. Le puoi vedere ovunque perché la struttura sociale del territorio è tale per cui anche le questioni che etniche non sono, come la pandemia, hanno impatto anche su quelle. La società è segmentata e di conseguenza a certi segmenti corrispondono i gruppi linguistici. Alcuni segmenti sono completamente gestiti dal gruppo tedesco e settori molto minori sono in mano al gruppo italiano. Ripeto, io ho fatto una scelta tanto tempo fa, quella di non volere vedere la logica etnica, perché tutto veramente tutto può essere letto in quella chiave. Non esiste un approccio neutro, c’è un approccio ideologico che uno deve scegliere consapevolmente, sbaglia chi lo fa di pancia, deve essere scelta consapevole. Detto questo, esistono settori che hanno un impatto di un certo tipo sulla decisione politica, settori che sono più connotati dal punto di vista etnico, ma come dicevo possiamo vederla in un altro modo. Domandandoci, per esempio, se il bilanciamento tra le esigenze della salute e quelle  dell’economia sono state corrette. Al momento nessuno lo può sapere, non abbiamo contro esame, ma questa è la domanda da farsi. Abbiamo visto che a un certo punto in Alto Adige si è incominciato a ritenere che fosse giunto il momento che le esigenze dell’economia dovessero avere maggiore peso, è una libera scelta. E’ vero, l’economia è in mano al gruppo linguistico tedesco, addirittura controllata da determinati settori del partito e del gruppo, sono dinamiche che non vanno dimenticate, ma credo sia più utile porci domande strutturali. Dal mio punto di vista, quella fatta dalla Giunta Provinciale è una scelta costituzionale legittima dal punto di vista dell’autonomia. I motivi che possono esserci dietro, anche i più deleteri, sono un altro discorso. Ma dare un diverso bilanciamento al rapporto tra diritto alla salute ed esigenze economiche è legittimo e si può fare. In democrazia saranno poi gli elettori a valutare”.

Il resto dell’intervista nel video che segue

Massimiliano Boschi

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