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Inflazione batte stipendio: chi lavora nel privato guadagna meno

Pubblicato il 17 agosto 2018 in Imprese, Lavoro

impiegati  

I dati diffusi dall’ASTAT confermano ancora una volta come i salari dei lavoratori dipendenti del settore privato negli ultimi cinque anni in Alto Adige non abbiano tenuto il passo con l’inflazione. Alla luce di una ripresa economica, anch’essa documentata, la scarsa dinamica salariale emerge in misura ancora più marcata, sostiene l’IPL. «I numeri recentemente pubblicati da fonti statistiche ufficiali sottolineano ancora una volta che gli stipendi dei lavoratori dipendenti non hanno tenuto il passo nemmeno con l’inflazione. Ora anche dall’ASTAT arriva la conferma di come l’economia altoatesina tra il 2011 e il 2016 sia cresciuta in termini reali del +6,4%, riportando il dato su un singolo occupato l’aumento risulta ancora del +4,1%», sostiene la Presidente dell’IPL Christine Pichler.

Stando ai dati dell’ASTAT lo stipendio medio di un lavoratore dipendente è passato da 27.018 € nel 2011 a 28.806 € nel 2016, il che corrisponde ad un aumento nominale nel periodo del +6,6%. Considerando un tasso d’inflazione sull’intero periodo pari al +7,4%, si ricava una diminuzione reale media degli stipendi pari a -0,8%.

Gli effetti strutturali fan sembrare la dinamica salariale più rosea di quanto non sia

Sebbene il livello degli stipendi sia più elevato nel 2016, come già osservato dal Direttore dell’IPL Stefan Perini, ciò è riconducibile in larga parte ad effetti strutturali e non ad aumenti salariali: «Dal 2011 al 2016 l’occupazione si è spostata su classi d’età più anziane e sul part time, mentre per quanto riguarda le qualifiche professionali non si riconosce un chiaro trend nell’una o nell’altra direzione», precisa Perini. Considerando l’effetto congiunto dei fattori, prendendo a riferimento l’economia nel suo complesso, si ha un salario medio in aumento, ma guardando alle singole classi d’età e qualifiche professionali quasi dappertutto si osserva una dinamica negativa. «Ciò significa che per la maggior parte dei lavoratori dipendenti, in realtà, le cose vanno peggio di quanto emerge leggendo solo il valore medio», spiega Perini. «Solamente grazie agli effetti strutturali è stato possibile ´salvare´ i lavoratori del settore privato altoatesini da una perdita di salario più marcata» in termini reali.

Un confronto preciso porta alla luce i “perdenti”

Se si confronta il livello degli stipendi del 2011 con quello del 2016, si deve accuratamente distinguere tra un effetto salariale e un effetto strutturale. In altre parole, si deve capire fino a che punto l’aumento del livello medio degli stipendi sia causato dall’innalzamento degli stipendi e fino a che punto ciò sia ad esempio dovuto ad uno spostamento dell’occupazione verso classi di età più avanzate. Tutto ciò non è verificabile partendo soltanto dal valore medio complessivo. Per rendere visibili gli effetti salariali si devono quantomeno confrontare le stesse categorie, paragonando ad esempio lo stipendio medio di un dirigente nella classe d’età 40-50 anni del settore commercio nel 2016 rispetto al 2011, spiega Perini. Dati alla mano, il Direttore IPL fa presente in che misura gli stipendi medi reali nel periodo 2011-2016 siano diminuiti. «Gli stipendi reali sono diminuiti in 8 classi d’età su 10 e in 4 qualifiche professionali su 6, e precisamente per gli impiegati, i quadri, i dirigenti e la categoria residuale “altri”. Inoltre il 22% della somma totale delle retribuzioni va al 10% dei lavoratori dipendenti del privato più ricchi».

Cosa dice la “formula Benya”

In Austria, nella patria del partenariato sociale, le contrattazioni vengono effettuate sulla base della cosiddetta “formula Benya”. Secondo la formula Benya gli aumenti stipendiali devono tener conto per intero dell’inflazione e, in aggiunta a quella, dell’aumento della produttività nel periodo considerato. Applicando questa formula alla realtà altoatesina i salari nominali tra il 2011 e il 2016 sarebbero dovuti dunque salire del +11,5% (7,4% per il recupero dell’inflazione e 4,1% per l’aumento della produttività) e non solo del +6,6%.

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