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«Alti Piani»: mostre d’arte in appartamento. L’esordio in via Hofer

Pubblicato il 17 maggio 2018 in Culture, Territorio

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Per la mostra d’arte? Suonare il citofono a fianco. In fondo è un sogno di ogni amante dell’arte poter ospitare, nella propria casa, la mostra di un artista, accogliendolo nella propria dimora e aprendo le porte a chiunque abbia curiosità e piacere di scoprire nuove esperienze artistiche. A Bolzano tutto questo è successo. Ideato e organizzato da Roberto Farneti, Van Der e Di/Da (Claudia Polizzi e Stefano Riba), il progetto Alti Piani ha aperto le porte di due appartamenti per presentare una serie di mostre d’arte che si sono sviluppate negli spazi domestici dell’interno 8 e dell’interno 11 del civico 36 di via Andreas Hofer. Alti Piani ha ospitato le personali di due giovani artisti contemporanei: Marco Gobbi e Silvia Giambrone. Accomunati dai temi della quotidianità, della memoria, della manualità e della dimensione domestica, mercoledì 16 maggio i due artisti hanno presentato le loro opere a chiunque bussasse alla porta delle loro bolzanine dimore. Ma Alti Piani non lascia, triplica: l’obiettivo degli organizzatori è ripetere l’esperimento tre volte l’anno.

L’artigianato artistico di Marco Gobbi

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Portrait like a piece of Furniture by Clément Cadou, 2011-2013

Marco Gobbi, nato a Brescia nel 1985, sviluppa i suoi progetti durante residenze artistiche in Italia e in Europa. Lavora e vive tra Roma, Venezia e Francoforte e collabora con artisti provenienti da tutto il mondo. Artista curioso, indagatore del tempo e affascinato dal lavoro manuale fa dell’artigianalità un’arte. Si avvicina a mestieri antichi e impara la tecnica direttamente dagli artigiani. Merletti, intrecci di paglia e incisioni su legno diventano vere e proprie opere d’arte ed espressione di rimandi artistici e letterari che influenzano costantemente l’autore. I lavori di Gobbi nascono dall’intuizione, dall’interesse per un materiale, una forma, un oggetto che diventano protagonisti di un racconto e materia di studio. L’artista approfondisce la tecnica e la rende propria, restituendola in forma di oggetto d’arte, frutto di grande lavoro e carico di memoria. A ogni opera corrisponde un ricordo preciso: Marco Gobbi racconta ai visitatori il momento dell’ispirazione e il percorso di realizzazione dei suoi lavori.

A famous Hat, 2013

A famous Hat, 2013

Un cappello di paglia trovato lungo un sentiero si trasforma in una fragile scultura: «A famous Hat» nasce dalla trasformazione di un cappello alla Van Gogh in due girasoli, soggetti prediletti del famoso pittore. «Portrait like a piece of Furniture by Clément Cadou» sono parti di mobili sui quali sono state incise le silhouettes di altrettanti mobili. Un’opera nata dal racconto di Clément Cadou, che di fronte alla presenza del suo scrittore preferito raccontò di non essere riuscito a proferire parola, tanto da essersi sentito muto, appunto, come un mobile; da quel momento Cadou dipinse autoritratti utilizzando però come soggetti dei mobili.

Silvia Giambrone e il lato oscuro dell’ambiente domestico

Eredità, 2008

Eredità, 2008

Nata ad Agrigento nel 1981, Silvia Giambrone è un’artista visiva affermata: dal 2007 lavora ed espone in Italia e all’estero, con esperienze di residenza artistica a New York, in Russia e in Lituania. La sua opera è eterogenea nella forma ma c’è un filo conduttore invisibile che collega i suoi lavori: attraverso installazioni, video, performance, sculture, collage e incisioni l’artista decostruisce e demolisce la carica affettiva e consolatoria che oggetti familiari trasmettono o dovrebbero trasmettere. Il letto può essere attraversato da spine, può scatenare vecchi ricordi che corrodono l’anima: «Testiere» sono lastre di zinco incise e corrose, diventate indelebili, come la memoria.

Aureola (nell'epoca della sua riproducibilità tecnica), 2018

Aureola (nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), 2018

«Eredità» è una performance che indaga sull’espressione della sensualità e sul desiderio di essere desiderati: schiave di oggetti e abitudini che le aiutano a sentirsi sicure e apprezzate, le donne indossano tante maschere e si sottopongono a vere e proprie torture. Il video di «Eredità» riprende l’artista che cerca di applicarsi ciglia di ferro, rischiando di ferirsi e svelando, quando queste cadono, uno sguardo puro in cerca di qualcuno in grado di apprezzarlo. L’intimità viene indagata fino a raggiungere l’origine della fede e della santità, che vengono radiografate e quindi rese terrene: con la serie «Aureola (nell’epoca della sua riproducibilità tecnica)» si mette in discussione la distanza tra l’uomo e il divino, ricordando che è l’uomo che fa di qualcuno un santo, come è sempre l’uomo a realizzarne le aureole.

Carola Traverso

 

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